L’autoritarismo di Renzi mina la democrazia

LaPresse/Lo Debole-Bianchi

LaPresse/Lo Debole-Bianchi

di Giovanni Alvaro- Quando un conduttore, durante le trasmissioni per seguire e commentare la vicenda dell’elezione del nuovo Capo dello Stato, chiese ai giornalisti presenti se si poteva pensare a Matteo Renzi somigliante a Berlusconi, ci fu chi rispose di si, ma aggiungendo che al secondo mancava la cattiveria del primo riferendosi chiaramente alla cartina di tornasole qual è stato il tweet che il ragazzotto fiorentino scrisse per tranquillizzare il suo predecessore Enrico Letta con l’ormai famoso #staiserenoenrico che permise al destinatario di abbassare la guardia e di dormire alcune notti in tranquillità prima d’essere fatto fuori dal ruolo che ricopriva.

Più graffiante è stato, poi, Salvatore Tramontano su Il Giornale che, raccontando dell’ipotetico incontro tra Renzi e Alfano per ‘convincerlo’ a votare Mattarella, scrisse “Renzi non è Berlusconi. Renzi è spietato. Non vuole essere amato, preferisce essere temuto” affermando, con questa frase, quanto il giovane premier non tollera scostamenti dalla sua linea e non lascia spazio a libere interpretazioni del suo pensiero. O si è con lui, su tutto e per tutto, o si è dall’altra parte, e lui ne prende nota. Quest’ultima affermazione ci porta a capire le differenze tra i due politici e ciò che esse possono produrre.

L’amore è un sentimento che sta alla base della democrazia, mentre la paura regola i rapporti in uno stato autoritario. Essere amato è scelta volontaria che presuppone stima, considerazione e riconoscimento del carisma che affascina, anche se, c’è chi ‘ama’ e, per questo aspira a coprire ruoli che spesso sono più alti delle sue capacità e, quando non viene soddisfatto, spesso, volta le spalle e dimentica che ciò che ha avuto è già abbastanza. Si teme invece il proprio capo perché si temono le conseguenze, quelle rozze del signor Grillo o quelle, ancora rispettose delle regole democratiche ma altrettanto efficaci, dell’aspirante piccolo dittatore fiorentino. In democrazia il leader deve ‘convincere’ il proprio gruppo dirigente e conquistare l’adesione dei cittadini con programmi concreti e rigorosi; nei regimi totalitari le scelte si impongono e ai cittadini si promette, continuamente, il paradiso in terra.

Se le cose stanno così, “Elementary, Watson”, e ce lo ricorda Arturo Diaconale, sarebbe un errore imperdonabile sottovalutare le ambizioni e il modus operandi dell’imbonitore toscano che sono pericolose per la democrazia, soprattutto in periodi di crisi economica prolungata, di disoccupazione di massa e di qualunquismo esasperato amplificato a dismisura dai maggiori media della carta stampata e da tutte le tv pubbliche e private magari per aumentare gli ascolti. Ci mette del suo anche lo stesso Matteo Renzi che, dinanzi alle notizie di corruzione, si diletta a sparare ad alzo zero e a proporre aumenti delle pene che, di questo passo, potranno superare, molto presto, anche le pene previste per i colpevoli di omicidio dato che la corruzione è sempre esistita e sempre esisterà se non si snellisce il processo decisionale.

Ma a Renzi interessa ciò che appare, interessa il messaggio che invia ai cittadini, perchè vuole raccogliere applausi presentandosi come l’uomo forte del quale ha bisogno il Paese. Contribuisce a costruisce così un clima di intolleranza verso la classe politica, apre la strada a norme liberticide che il cuoco Gratteri ha già belle e preparate per distruggere lo stato di diritto, e fa cadere i cosiddetti contrappesi che sono l’antidoto a possibili derive autoritarie. Bisogna reagire e bloccare questo percorso pericoloso che illude il popolo con la speranza di paradisi in terra e di cambiamenti profondi del Paese, ma fa aumentare il proprio potere sul suo partito e sulle stesse istituzioni. Occhio quindi alle modifiche costituzionali.

Se la “Historia magistra vitae” come diceva il buon Cicerone essa dovrebbe insegnarci che il fuoco va spento prima che esso possa divampare in modo incontrollato.