In Italia potremmo andare a nuoto: trattano la Sicilia come un arto in cancrena

treno fsDicono che dovremmo essere orgogliosi e fieri di avere un isolano sul Colle, che l’ascesa di Mattarella è il trionfo di una speranza, che il modo migliore per salutare il nuovo Capo dello Stato è stendere un tricolore sui nostri balconi, testimoniando in siffatta maniera il legame indissolubile che intercorre fra l’autonoma Sicilia e Roma capitale.

Dicono tutto ciò mentre nel cuore dello Stivale il responsabile della holding del gruppo FS presenta un piano di dismissione di navi e treni a danno della nostra terra. In una realtà in cui i progetti di modernizzazione della rete ferroviaria sono rimasti lettera morta dal secondo dopoguerra, laddove nell’opulento Nord si discute invece se approvare o meno l’alta velocità, anche quei pochi treni che garantiscono la continuità territoriale vengono presi di mira, visti come un peso, un costo eccessivo.

E dire che l’impegno profusa dalla nostra classe dirigente era stato deciso, e anche su questo varrebbe la pena di riflettere. La settimana appena conclusasi è stata tempestata da iniziative di parlamentari regionali volte ad “ottenere chiarezza“. Perfino il neo-assessore comunale Sebastiano Pino aveva lanciato un monito sulla mortificazione del diritto alla mobilità cui saremmo andati incontro. Tutti volevano capire le intenzioni dell’azienda, bramavano una risposta certa di là dai rumors di Palazzo.

Ebbene, questa risposta è arrivata: la Sicilia non è terra di opportunità per FS, è semmai l’anticamera dell’inferno finanziario. Gli indici testimoniano lo stato di salute precario della società e allora come medici di fronte ai malati affetti da cancrena, i manager preferiscono amputare anziché sanare. Settecento posti a rischio, centodue esuberi immediati nella navigazione: è questo il bollettino di guerra presentato ai siciliani, un boccone duro da digerire in tempi di magra economica, con buona pace dell’elemosina istituzionale, quegli 80 euro utili per la campagna elettorale.