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Un messinese al Quirinale? Crescono le quotazioni di Martino, ma alla fine non sarà eletto

antonio martino2Più che una corsa verso il Quirinale sembra una puntata di “Lascia o raddoppia”. Pd e Forza Italia sciorinano nomi di eventuali candidati di punta, non già per sondare il terreno della controparte, quanto per trovare un’intesa di massima dalla quarta votazione. Nel calderone finiscono un po’ tutti: da Mattarella (che fine avrà fatto?) a Piero Fassino, tenendo sullo sfondo Romano Prodi, che possiede sicuramente l’identikit perfetto per essere bruciato altre 101 volte.

Si dice che in Conclave chi entra Papa esce cardinale: qui c’è il rischio di un ulteriore declassamento a semplice prelato. Forse, allora, il paragone televisivo che abbiamo testé utilizzato potrà apparire fuori luogo: bisogna tornare a Bonolis, allo “scavicchi ma non apra”, per capire quale pacco è quello giusto. Nel mare di candidati più o meno quirinabili l’ultimo cavallo di razza, in ordine di tempo, è Antonio Martino.

ROMA 23 APRILE 2014 SILVIO BERLUSCONI OSPITE DI PORTA A PORTA NELLA FOTO SILVIO BERLUSCONIFOTO RAVAGLI/INFOPHOTOIl suo nome sarebbe sponsorizzato da Berlusconi in persona, quello stesso Berlusconi che mai e poi mai ha concesso allo stesso Martino un briciolo di rilevanza all’interno di Forza Italia. Certo, l’esponente messinese è stato Ministro, ma solo perché il suo profilo – la storia personale della famiglia cui appartiene – faceva comodo al Cavaliere per strappare un briciolo di credibilità internazionale nei salotti buoni.

Martino, liberale sincero, è uomo di mondo che solo nel consesso mondiale si trova a suo agio. La “politica politicata” non lo ha mai appassionato, la stessa amministrazione della cosa pubblica non ha scaldato il suo cuore. Ha sempre avuto un sogno nel cassetto: fare il Ministro dell’Economia in questo sciagurato paese, giusto per iniettare una dose di liberismo-liberale nel corpo dello Stivale. Tanta stima ha avuto fra i berlusconiani che puntualmente gli è stato preferito Tremonti, uomo abile a saper far di conto senza però fronzoli intellettuali. Martino è lì per essere bruciato: lo sa bene anche lui che, con discrezione, mantiene il massimo riserbo sulla sua presunta nomina, certo che presto o tardi sarà sacrificato sull’altare della Patria.

Martino è più italiano che messinese: nel “Riempitivo” di oggi Pietrangelo Buttafuoco lo descrive come uno statista che ha per emblema il Tricolore, “non la risciacquatura post-marxista dei lib-lab”. In un Parlamento dove prevale l’impronta bersaniana questo, purtroppo, non costituisce un merito. bersaniAnzi. La sua ascesa sul Colle sarebbe un’opzione gradita alla Comunità Europea, però la sua affermazione andrebbe di traverso tanto ai parlamentari democratici – costretti a confrontarsi con un uomo poco incline ai compromessi – quanto agli ex socialisti eletti nelle liste della destra. Uno Stato che intervenga poco e lasci libero il mercato per alcuni è una promessa, per altri, forse troppi, è addirittura una minaccia.

C’è poi il problema della “agibilità politica” del Cavaliere, una condizione che l’uomo forte di Arcore porrà all’ordine del giorno al momento opportuno, qualora non l’avesse già fatto nel segretissimo Patto del Nazareno. E anche qui, su tale versante, Martino non offre garanzie, di là dalla riconoscenza umana che sarà pure un valore ma in politica è merce rara. Per tutte queste ragioni, a mio avviso, Martino non diventerà Presidente: ne ha lo stile inappuntabile, per carità, ma alla fine gli resterà giusto quello.