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Adesso sciogliete il Comune di Roma, oppure venite a Reggio a chiedere scusa in ginocchio

CampidoglioCi voleva Giuseppe Pignatone a capo della Procura di Roma per smascherare l’organizzazione criminale che da anni soggiogava la vita pubblica e sociale della Capitale: 37 arresti, più di 100 indagati tra cui tanti nomi eccellenti della politica, dello spettacolo, dello sport ma anche e soprattutto della burocrazia, dell’apparato amministrativo capitolino, la macchina del Campidoglio che gestisce appalti e denaro per il Comune di Roma. Una bufera, l’inchiesta “Mafia Capitale”, scaturita dall’operazione soprannominata “Terra di mezzo”, un nome coniato dallo stesso Massimo Carminati, classe ‘58, il “Cecato”, un passato tra Banda della Magliana e destra eversiva, che dopo essere uscito indenne da tutti i precedenti guai giudiziari, domenica scorsa è stato arrestato, con l’accusa di associazione mafiosa. Il 13 dicembre 2013, parlando con il suo braccio destro Riccardo Brugia, arrestato anche lui, Carminati spiegava: “è la teoria del mondo di mezzo compà. Ci stanno come si dice i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo (…) un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano“. Nell’inchiesta è coinvolto l’ex sindaco Alemanno, numerosi esponenti della destra ma anche del Partito Democratico di oggi e di ieri, dall’amministrazione Rutelli a quella di Ignazio Marino passando per Walter Veltroni, gli ultimi sindaci della Capitale.

ministro-cancellieri-470x262Anche a Reggio Calabria Giuseppe Pignatone di arresti eccellenti ne ha effettuati parecchi, sgominando le più grandi e importanti famiglie della ‘ndrangheta ma non solo, arrivando fino all’area grigia, ai colletti bianchi, a politici e imprenditori. Poi, due anni fa ad ottobre 2012, il Comune di Reggio Calabria è stato sciolto per “contiguità mafiose” per molto meno di quanto accadeva a Roma, senza un arresto, senza indagati, senza le prove. Quasi tutte le accuse mosse nella relazione della Commissione d’Accesso sono state smentite e in tanti, chiamati in causa ingiustamente solo per un cognome scomodo o una parentela lontana, hanno chiesto milioni di euro di risarcimento danni. Hanno sciolto il consiglio comunale democraticamente eletto nel 2011 mandando a casa il Sindaco Arena e la sua Giunta, ma il ministro Cancellieri si affrettò a spiegare che “il provvedimento non riguarda la giunta attuale, ma le precedenti amministrazioni“. Insomma, Arena e i suoi non c’entravano niente però pagavano le responsabilità di chi li aveva preceduti.

comune romaA Roma, invece, apriti cielo. Il Comune “non si può sciogliere“, si affrettano a sentenziare prefetti, questori, ministri e altri organi dell’apparato Statale nonostante gli arresti, le manette, le intercettazioni, le foto, le prove. “E comunque Marino non c’entra, riguarda le amministrazioni precedenti“. Come Arena, insomma, che fu mandato a casa. Ma Marino c’entra eccome: non personalmente, almeno non è emerso fino al momento dall’inchiesta, ma sicuramente nella sua squadra di governo quest’inchiesta è stata vissuta come un terremoto con imbarazzi, dimissioni, rimpasti e vergogne per quanto accaduto. E la responsabilità politica c’è.

Poi, oltre al danno, arriva anche la beffa con le parole del noto magistrato e presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone, che ha provato – senza vergogna – a spiegare il perché della logica di “un peso, due misure”: “la norma sullo scioglimento e’ nata per i piccoli Comuni, Reggio Calabria e’ l’unico capoluogo sciolto per mafia. Bisogna dimostrare che il livello di infiltrazione e’ all’interno della macchina comunale, vedremo gli esiti della commissione d’accesso“. Ma uno Stato che si rispetti può approvare leggi universali, che poi “valgono per i piccoli Comuni e non per i grandi“, ribadendo questa disparità senza vergogna in diretta TV? E uno Stato che si rispetti, può fare il forte con i deboli e il debole con i forti?

palazzo_san_giorgioSia chiaro, lo scioglimento di un Comune rappresenta sempre il fallimento dello Stato e della democrazia, dal piccolo paesino aspromontano fino alla Capitale; ci auguriamo che a Roma non si arrivi a tanto. A Reggio il commissariamento è stato un fallimento, un fallimento dello Stato che ha portato con la sua scelta un regresso senza precedenti della città, priva di sindaco, priva di quegli amministratori democraticamente eletti che sono sempre stati il punto di riferimento per i cittadini e per i loro bisogni. A Roma non bisogna ripetere l’errore di Reggio; ma se lo Stato deciderà di non sciogliere il Comune di Roma non deve farlo perché “quella è una legge che vale solo per i piccoli“, deve farlo semmai perché “a Reggio abbiamo capito che lo scioglimento non risolve nulla anzi aggrava le cose“, e allora questi signori adesso vengano a Reggio a chiedere scusa. In ginocchio, e con un carico di milioni di euro per rilanciare la città come forma di risarcimento. Perché in tanti lo sostenevano in tempi non sospetti: “con lo scioglimento non si risolverà nulla, state portando avanti un meschino regolamento di conti politici sulla pelle della città“. Una teoria ardita, se vogliamo anche un po’ “complottista“, ma alimentata da quello che sta succedendo a Roma dove la criminalità si era infiltrata al Campidoglio molto più di quanto non sia accaduto a Palazzo San Giorgio eppure se qualcuno si azzarda a parlare di scioglimento per mafia, viene tacciato come un blasfemo che bestemmia dentro la Chiesa.