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William Shakespeare: Amleto ed il suo travagliato rapporto con il poker

William-Shakespeare-Amleto-ed-il-suo-travagliato-rapporto-con-il--pokerIn questo libro ci si è occupati essenzialmente di letteratura italiana, ma non si può tuttavia non concedere un posto di rilievo a William Shakespeare ed al suo Amleto.

E ciò per il segno che la sua opera ha lasciato nel mondo del poker, mediante l’apporto di due importanti innovazioni in termini di regolamento.

Amleto era il principe di Danimarca e, come tale, godeva del privilegio di poter giocare a poker e partecipare a tutti i tornei che si tenevano nell’intera Scandinavia.

In verità Amleto non fu mai un bravo giocatore, né di poker, né di altri giochi allora di moda nelle varie corti reali.

Infatti, egli era solito partecipare ai tornei senza eccessivo entusiasmo e solo perché essi rappresentavano un’occasione d’incontro con i pari grado e, comunque, perché risultavano politicamente utili.

Il problema fondamentale per lui era rappresentato dalla sua estrema indecisione.

Quasi ad ogni mano, infatti, il principe, appoggiando una mano sul teschio del padre defunto che si portava sempre appresso come amuleto, iniziava a dire:

 passare o non passare, questo è il problema,

 oppure:

 rilanciare o non rilanciare, questo è il problema,

 suscitando un certo fastidio negli altri giocatori, per la continua perdita di tempo.

D’altra parte c’è da dire che fino ad allora non vi era alcuna regola su quanto a lungo ogni giocatore potesse pensare, e la cosa veniva lasciata alla discrezione di ognuno.

Ma bisogna anche precisare che, nella storia, non si ricordava nessuno che si prendesse il tempo che invece Amleto pretendeva regolarmente.

In più c’era il fatto che i dealer non osavano intervenire, non volendo in alcun modo urtare la suscettibilità del principe.

E così ogni volta che Amleto partecipava ad un torneo, questo rischiava di durare un tempo indefinito.

Il problema stava per compromettere la tradizione pokeristica nei paesi scandinavi.

Ma, fortunatamente, prima che iniziasse il torneo annuale di Copenaghen, un dealer svedese che lavorava alla corte di Danimarca, ebbe una brillante idea: qualsiasi giocatore avrebbe potuto chiedere il tempo nei confronti di un avversario ed il dealer, a quel punto, sarebbe stato obbligato a consentire a questi solo un altro minuto per dichiarare il proprio gioco, altrimenti la mano sarebbe stata considerata passata.

Amleto da allora passò ogni sua mano, stante la sua perenne indecisione, tanto che da lì a poco tempo smise di giocare.

In compenso, i tornei cominciarono a durare tempi ragionevoli.

Da allora la procedura diventò regola e, un po’ alla volta, fu assimilata in tutti paesi, divenendo universalmente accettata.

La seconda innovazione che fu attuata grazie a Shakespeare fu la presa di coscienza sul fenomeno della collusione tra giocatori, della cui esistenza tutti erano consapevoli, ma che nessuno osava denunciare.

 Shakespeare, sempre nell’Amleto, ebbe il coraggio di denunciarla apertamente con la famosissima frase:

c’è del marcio in Danimarca.

Da allora nessuno poté più far finta di niente e, in breve tempo, la collusione fu penalizzata con l’esclusione dei giocatori coinvolti e la confisca dei loro beni.

Saverio Spinelli