Il talento siciliano Alessandro Formica: “Recitare non deve essere solo una passione, ma anche una necessità”

alessandro formica 1Il 17 maggio, il Teatro del Mela ha ospitato “I Pupa”, scritto e diretto da Alessandro Formica. Nato a Messina, classe 1989, Formica è uno dei talenti più promettenti a cui il Sud ha dato i natali. Nel 2012 si laurea in Performing Arts alla link Academy – Accademia Europea d’Arte Drammatica di Roma. Già all’età di 18 anni comincia ad avvicinarsi al mondo della recitazione, anche se afferma “provengo da una famiglia che ha sempre fatto teatro amatoriale”. Dunque, divenuto maggiorenne, Alessandro consegue in Inghilterra il diploma in lingua inglese, e frequenta stage e laboratori di formazione alla Central Saint Martin’s e ai Tottenham Court Road Studios di Londra.

Intraprende la  professione di attore con la pubblicità, come protagonista per brand internazionali come Amadori ed Estathé. Tra i diversi cortometraggi girati, si ricorda la collaborazione con il Maestro dell’orrore Sergio Stivaletti (la Mummia 3d) e la partecipazione nella serie tv europea “I Borgia II”. Dal 2012 fonda a Roma insieme alla collega Rossella Celati, la compagnia teatrale-performativa Fuoco Sacro; tra i suoi lavori da regista/drammaturgo si ricorda “i Pupa”, insignito del Premio Teatrale Golosa-Mente 2013, con presidente di giuria la Sign.ra Franca Valeri. Tra le sue abilità, oltre al canto e alla danza, figura anche quella di imitatore e comico. Alessandro è anche videomaker e recentemente è entrato a far parte di un collettivo artistico (DRAO) che unisce in un progetto comune diverse figure professionali con lo scopo di produrre, promuovere e distribuire opere di discipline artistiche differenti.

Ti consideri più un attore o un regista?

Non mi considero mai regista, in realtà mi definisco più un capocomico. Mi piace lavorare maggiormente sulle sfumature attoriali.

Parlaci de “I Pupa”, opera scritta e diretta da te. 

Questo mio testo teatrale è stato concepito sì con l’intento di provocare la risata ma, soprattutto, di far riflettere sui temi più attuali e scottanti nella nostra società. I personaggi, infatti, sono i primi a schernire e sbeffeggiare le disgrazie altrui per poi ammettere, in un secondo momento, le proprie debolezze e vergogne; tutta la vicenda sembra impregnarsi di un  incessante black humor, di una satira di costume giovenaliana che basa il suo effetto comico, non sul triviale ma su un’analisi sofferta e attenta dell’irrazionalità umana. É evidente, senza dubbio, la mia particolare devozione ai temi e all’ironia pirandelliana, oltre che il gusto per l’ignoto, per l’attesa e la vacuità dell’essere tipicamente beckettiani. Ancora più spiazzante, sarà l’esito tragicomico di tutta la narrazione che vedrà infatti nell’amarezza della realtà delle cose, la più profonda ridicolaggine. La scelta di “stereotipi” e, quindi, di tematiche apparentemente banali e “già sentite”, è stata ideata per “ingannare” lo spettatore, ovvero, per spingerlo ad una consapevolezza maggiore di tutto ciò che abitualmente dà per scontato. Alla base del mio studio e, in generale, della mia poetica vi sono, infatti, delle domande guida che mi pongo e che pongo:Che cosa è normale? Che cosa è diverso? Che cosa significa essere e cosa significa rappresentare? Che cosa è la persona e cosa il personaggio?Ampio spazio è dato alla situazione politica italiana, alla condizione giovanile, alla religione, alle icone generazionali, all’intellettualismo “borghese”, alla falsa morale, alla divulgante “depressione post-crisi economica”, alla compra-vendita sessuale, al rapporto intimo col proprio corpo, alle crisi d’identità, ai dettami della “società dell’estetica”, al sentimento di inadeguatezza, alla “maschera civica”, ossia a tutte le sovrastrutture comportamentali, alla legge dell’audience, dell’auditel, dell’IMU, e molto altro ancora.

Cosa vuol dire per te essere attore?

Indubbiamente per essere attori bisogna partire dal teatro e curare molto il rapporto con il proprio corpo. Allenare la voce e curare ogni singolo movimento. La mia passione è stata sempre la scrittura, lavorare molto sugli attori, più che sulla scenografia. I talent ad esempio danno visibilità in un primo momento, ma poi è il teatro che forma veramente l’attore. Bisogna farsi le ossa, la gavetta è fondamentale, perché essere attore non vuol dire solo apparire nelle fiction televisive. E’ in teatro che si misura veramente il rapporto con il pubblico, ed è lì, su quel palco che si impara a gestire i tempi della scena. 

Cosa consiglieresti a chi come te vorrebbe partire dalla Sicilia per intraprendere il mestiere di attore?

Gli direi di considerarlo come una necessità, non solo come una passione. Inoltre, fortunatamente, questo è un lavoro che permette di capire se si ha il “fuoco sacro”, la stoffa che permette di andare avanti oppure no. Quindi consiglio anche di essere attenti a rendersi conto di questo quando arriva il momento di decidere se continuare o meno questo tipo di percorso. 

alessandro formica belena 2Descrivici l’altra opera da te scritta e presentata al Teatro del Mela, Belena. 

Belena è un mostro, una creatura informe, un blasfemo invertito da girone dantesco, un’eccentrica battona felliniana, una cosa inutile o forse, più semplicemente, un essere umano cui nessuno ha mai dato il diritto di essere e riconoscersi tale. Ed è proprio in questa sua totale indefinitezza che risiede il costante conflitto che si rivela causa e sedativo della sua sofferenza. La confusione sull’identità di genere, così come quella sull’orientamento sessuale, sono solo il risultato più evidente di una profonda crisi umana che, pur di non essere riconosciuta, accettata e fronteggiata, viene considerata una malattia, una sciagura inevitabile, una sorte che qualcun altro ha già scelto. L’ignoranza, la vergogna, la paura del giudizio, la morale religiosa, l’impulso della società all’autodistruzione, convincono ed educano Belena a sentirsi una sorta di “Maddalena postmoderna”; una creatura cui il peccato è concesso e dovuto perché insito nel suo corpo, nelle sue ossa.Tutti, sin dalla sua primissima infanzia, l’hanno considerata deviata sessualmente, sporca, un “angelo nero, metà maschio e metà femmina”, il cui compito su questa terra era soddisfare le “legittime fantasie ”di chi, a differenza sua, aveva una vita vera e poteva peccare ogni tanto perché carne umana, come tutti. Centrale è il ruolo della madre: una madre presente ma silente che viene più volte descritta come una Vergine Maria in pena per un figlio innocente, laddove, la protagonista stessa si considera figlia di un Dio buono ma assente che l’ha abbandonata e condannata alla sua malattia. Belena è ignorante. Probabilmente ancor più ignorante di chi la circonda e disegna quotidianamente i contorni e i colori del suo personaggio. Ma Belena, diversamente dagli altri, ha scelto di esserlo. Pur di non chiedersi veramente chi sia e perché si nasconda sotto quei capelli finti, sotto quel seno di ovatta; pur di non accettare l’idea di essersi smarrita e aver bisogno di aiuto, ha preferito il silenzio. E’ diventata muta. Muta completa. Come molti. Troppi di noi. Muta almeno sino a questo momento, sino a questo monologo che rappresenterà per lei, il primo vero dialogo con se stessa in 25 anni di età.

 Oltre alle esperienze già fatte all’estero, ce ne sono altre in programma?

Il mio grande desiderio è quello di andare in Spagna. Ma in realtà non vorrei essere così specifico. Più che altro mi piacerebbe che questo spettacolo potesse un giorno sbarcare all’estero perché racconta una storia che può arrivare a tutti. E l’utilizzo del corpo così grottesco emerge totalizzante ed é concepito per raccontare un mondo che va oltre il nostro: quello della fantasia, dell’immaginazione e dell’ignoto. Si tratta di qualcosa che tutti, anche di altre nazionalità possono dedurre e comprendere.

Quali sono i progetti futuri?

Gireremo un pò con Belena, con la regia di Gianni Spezzano. La versione attuale, che è un corto, verrà allungata. E poi con Fuoco Sacro c’è in cantiere un altro corto “Non ho capito cosa è successo 7.3″, scritto e diretto da Rossella Celati con Dalila Desirée Cozzolino. Intanto sto lavorando anche su altri testi.