fbpx

Messina, Genovese e il Partito Democratico: clima avvelenato in riva allo Stretto

VOTO SU ARRESTO GENOVESE, SCONTRO M5S-PD, CAOS ALLA CAMERAL’arresto di Francantonio Genovese rappresenta ben più di una semplice operazione giudiziaria. Il voto di ieri a Montecitorio ha messo in discussione un intero blocco dirigente, se è vero com’è vero che prima ancora di essere parlamentare, l’esponente messinese del Pd è stato sindaco della città e segretario generale del partito, autentico deus ex machina nel tripudio delle preferenze alle primarie.

Sotto questo profilo è comprensibile e perfino giustificabile la timidezza del gruppo dirigente democratico peloritano, spaesato di fronte alle decisioni maturate alla Camera e costretto al silenzio per ragioni di disciplina interna. Lungi dall’essere compatta, la squadra messinese del Pd rivolge in maniera ufficiosa delle critiche anche aspre all’operato di Renzi, ma lo fa per l’appunto a voce bassa, con discrezione.

Simona ContestabileSolo Simona Contestabile, consigliera comunale, rivendica senza mezzi termini la sua crescita all’ombra del nipote di Gullotti. L’impressione che in molti hanno maturato è che Roma abbia sacrificato la difesa del proprio dirigente locale, fra l’altro convinto sostenitore dell’ex sindaco di Firenze nell’ultimo congresso interno, per inseguire la questione morale del Cinque Stelle, modificando l’agenda in vista del voto del 25. Del resto proprio ieri Grillo aveva alzato la posta in gioco, parlando senza mezzi termini di “un potenziale latitante che si aggira per l’Italia”, complice una battuta infelice dello stesso Genovese sulla sua volontà di visitare Beirut.

Un dato appare evidente: in questa vicenda monitorata dai media viene rovesciato il principio garantista alla base della nostra Costituzione. Dopo aver a lungo abusato della presunzione d’innocenza, giungendo a parlare di agibilità politica per taluni condannati o per sciacalli “pizzicati” al telefono in uno stato d’estasi pochi secondi dopo il terremoto, torna in auge proprio adesso quel potente libeccio degli anni ’90 che vuole gli indagati automaticamente colpevoli al primo avviso di garanzia, almeno fino a prova contraria. Di più: si reclama il ricorso celere a carcere e manette, senza tenere in debita considerazione il fatto che i penitenziari italiani pullulano di persone in attesa di giudizio, in stato di fermo per il pericolo di fuga o per il possibile inquinamento delle prove, mentre nei tribunali marciscono i loro faldoni a causa della mole del lavoro arretrato. Sia chiaro: nessuna indulgenza può essere arbitrariamente concessa in nome di un pietismo spicciolo.

Le accuse che vengono rivolte a Genovese sono pesanti e ragioni di opportunità avrebbero imposto magari un suo personale passo indietro rispetto alle cariche di rappresentanza che si trova ad esercitare. Questioni di sensibilità. Purtuttavia appare quantomeno bizzarro il clima avvelenato che si respira in città, come se il corpo elettorale, improvvisamente libero, non avesse costantemente certificato, passo dopo passo, l’ascesa del deputato d’Italia più votato alle primarie. Forse un sistema crolla, forse – come ha scritto qualcuno – perde forza una “mela marcia”. Di certo non viene risolto il problema della trasparenza nella gestione dei fondi né quello delle spese gonfiate per la formazione.