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Manzoni ed il poker nei Promessi Sposi

Manzoni-ed-il-poker-nei-Promessi-SposiL’opera più famosa di Alessandro Manzoni non ha bisogno di alcuna presentazione, né tantomeno di un’analisi critica, giacché rappresenta forse il più popolare romanzo della letteratura italiana ed è stato già ampiamente commentato da diversi autorevoli letterati.

Ciò che si vuole approfondire in questa sede è invece il contesto in cui le vicende narrate dal Manzoni sono maturate e si sono svolte, contesto che sembra sia stato trascurato da tutti i commentatori ufficiali dei Promessi Sposi.

Le vicende del romanzo si svolgono nella Lombardia del Seicento, all’epoca della dominazione spagnola ed i protagonisti, Renzo e Lucia, sono due fidanzati prossimi alle nozze.

Nessuno però si era finora preoccupato di indagare sul perché fossero fidanzati, cosa facesse Lucia, come Renzo l’avesse conosciuta, quale fosse il loro progetto di vita che, da una lettura superficiale dell’opera, sembrerebbe essere stato unicamente quello di contrarre matrimonio.

Da un’indagine approfondita su testi poco noti, risalenti al periodo in cui svolsero i fatti, si può scoprire invece l’effettivo ambito in cui si svilupparono gli eventi, ben più complesso di quello in cui l’Autore, stante l’impronta religiosa che volle dare alla sua opera, collocò invece i Promessi Sposi.

Bisogna fare una premessa.

La zona del lago di Como era famosa, all’epoca, perché lì era diffuso un gioco di carte allora poco noto altrove, che si chiamava poker.

C’è da tenere presente che il fatto rappresentava indubbiamente un’eccezione in quanto, com’è stato ampiamente detto in precedenza, il gioco, fin dalla caduta dell’Impero Romano, era rimasto appannaggio quasi esclusivo delle alte sfere ecclesiastiche, specie in Italia.

Stranamente invece, nella Lombardia spagnola, si era sviluppata già nel XVII secolo una discreta tradizione pokeristica.

Lucia lavorava come dealer in un circolo ubicato sul ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno ed era molto apprezzata per la sua professionalità, tanto che andavano a giocare, apposta per la sua presenza, players provenienti da tutta la Lombardia, anche dalla parte che all’epoca era sotto il dominio della repubblica di Venezia, nonché dal Canton Ticino.

Renzo Tramaglino era un giocatore occasionale, peraltro non troppo forte e nemmeno molto assiduo perché, non avendo un lavoro fisso, non disponeva di risorse finanziarie che gli consentissero di partecipare con continuità ai vari eventi.

Tuttavia frequentava con una certa regolarità il circolo, come visitatore.

Renzo e Lucia si vedevano quindi molto spesso e finì che i due giovani s’innamorarono.

Dopo mesi d’incontri romantici, ma fugaci, Lucia ebbe una bella idea che esternò subito all’amato:

perché non aprire un circolo tutto nostro?

Renzo fu entusiasta della proposta, sia perché sarebbe potuto stare sempre vicino a Lucia, sia perché avrebbe potuto giocare tutte le volte che voleva.

E, come usavano fare all’epoca tutte le persone timorate di Dio, andarono dal parroco del paese, tale don Abbondio, per avere dei consigli sulla nuova attività e per il disbrigo delle relative pratiche, in quanto, all’epoca, le parrocchie esercitavano anche il ruolo svolto oggi dalle circoscrizioni.

Il parroco li accolse benevolmente.

Ma don Rodrigo, proprietario del circolo in cui lavorava Lucia, venuto a sapere del programma dei due giovani, s’imbestialì, consapevole della perdita che gli avrebbe procurato l’abbandono da parte della donna e mandò subito da don Abbondio due dei suoi uomini, tra i più bravi, con il seguente messaggio:

questo circolo non s’ha da fare.

A quel punto Don Abbondio, che non era un eroe, cominciò a prendere tempo con i due giovani, rimandando sempre il completamento della pratica per l’apertura del circolo, finché essi capirono che nella vicenda c’era qualcosa di poco chiaro e, per sicurezza, preferirono accantonare la loro idea.

Iniziò così una serie di vicissitudini, che si protrassero per due anni ed in cui si avvicendarono personaggi descritti dal Manzoni con un’eccezionale forza narrativa, tanto da diventare dei punti di riferimento della tradizione letteraria nazionale.

Personaggi di rilevo sono l’Innominato, capo assoluto di tutti i gestori di circoli della Lombardia, l’avvocato Azzeccagarbugli, consulente legale di detti circoli, padre Cristoforo, amico dei giocatori, cui essi si rivolgevano per ricevere consigli sul come non farsi fregare dai vari gestori, che spesso organizzavano truffe per i più sprovveduti ed infine il cardinale Borromeo il quale, forte della sua esperienza ecclesiastica e per amore verso il prossimo, dispensava gratuitamente suggerimenti su regole e strategia di gioco.

Una menzione particolare merita la vicenda della peste a Milano, in cui il Manzoni, ispirato dalla sua profonda fede religiosa, volle rappresentare il gioco come una febbre che si propaga inesorabilmente: la credenza popolare riteneva che il morbo si diffondesse attraverso il contatto con le fiches da gioco, opportunamente infettate da oscuri soggetti denominati untori.

Un ruolo di rilevo, per la sua continua presenza in ogni parte del romanzo, viene svolto dalla Provvidenza, che il Manzoni poneva sopra ogni cosa e che, dopo tante traversie, mette sempre tutte le cose a posto.

Da ultimo, grazie alla Provvidenza, l’Innominato liberalizza la gestione dei circoli e Renzo e Lucia poterono coronare il loro sogno.

Saverio Spinelli