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L’inviato delle Iene a Gioia Tauro e Rosarno, regno delle cosche Bellocco, Pesce e Piromalli

Iene7MagUnportoControllatoDallaNdrangheta-628x348Le Iene al Porto di Gioia Tauro, “l’eccellenza” mondiale del narcotraffico, quella che l’inviato di Canale5 definisce “la porta d’Europa della bianca”.

Nel servizio andato in onda ieri sera, la iena Pelazza ricostruisce i meccanismi dello spaccio della droga che la ‘ndrangheta “baipassa” da Gioia Tauro, un business al quale le forze dell’ordine hanno dichiarato guerra.

Il Colonnello della Guardia di Finanza, Alessandro Barbera, ha spiegato che le fiamme gialle riescono ogni anno a sequestrare circa due tonnellate di cocaina, solo una piccola parte (secondo la DIA il 10%) degli stupefacenti che le cosche fanno arrivare in Europa dal Sud America.

Su tre milioni di container ospitati annualmente nel porto, solo 5000 riescono ad essere ispezionati dalla Guardia di Finanza e dalle autorità di dogana; i container “sospetti” vengono fatti passare sotto lo scanner per verificarne ai raggi x il contenuto.

Alle telecamere di canale 5, anche la significativa testimonianza di Antonino De Masi, l’imprenditore che si è ribellato al clima di omertà, ed ha deciso di denunciare le intimidazioni subite dai malavitosi. Un imprenditore onesto, De Masi, al quale è stato affidato il compito di curare la manutenzione dei container decidendo, però,  di non collaborare con la ‘ndrangheta. Diversi colpi di pistola sono stati sparati contro i cancelli della propria attività: “un chiaro segnale, fermati non andare oltre”, dice a Pelazza.

Il Procuratore Cafiero De Raho elenca le cosche che “hanno in mano” il porto di Gioia: i Bellocco, i Pesce i Piromalli, ricorda che nei soli primi quattro mesi del 2014, sono stati sequestrati 800 kg di cocaina. Il Procuratore parla ancora degli infiltrati della mafia tra le società che operano nel porto, come nella MCT (società che gestisce i container), il cui direttore operativo, Giuseppe Trimarchi venne arrestato nel 2011 per aver tentato di portare fuori dal porto 530 kg di cocaina;  del resto, un traffico così importante necessita di una organizzazione molto complessa. De Raho, ricorda anche le donne che si sono ribellate al clan d’appartenenza come Giusy Pesce e Maria Cacciola che pagò con la vita la scelta di collaborare con la giustizia.

Pelazza da Gioia Tauro parte poi alla volta di Rosarno, alla ricerca di informazioni sul clan dei Pesce, riesce ad intervistare qualcuno dei componenti che si dichiara vittima di ingiustizie, vittima di un cognome.

Fanno discutere le dichiarazioni del parroco di Rosarno, don Carmelo Ascone, per tutti “don Memè”; “Rosarno non è una città mafiosa”  dice, e si scaglia contro il Sindaco che ha subito diverse intimidazioni, alludendo a non ben precisati “favoritismi” della magistratura secondo il colore politico dei primi cittadini rosarnesi.