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Impatto ambientale della Raffineria di Milazzo: un bilancio destinato a fare discutere

IMG_20140512_113948_351Nei processi di sviluppo economico il concetto di “sostenibilità” è divenuto centrale. Ormai il dibattito parte sempre da un dato: le risorse sulla terra non sono inesauribili e i meccanismi di produzione spesso e volentieri danneggiano la salute pubblica. Per stare al passo coi tempi le grandi imprese hanno dovuto affrontare i costi legati alla messa in sicurezza del proprio apparato industriale: è quanto è avvenuto al polo petrolchimico di Milazzo.

raffineriaNella giornata di ieri la Raffineria che opera nella provincia di Messina ha presentato il proprio Bilancio sulla Sostenibilità Economica ed Ambientale relativo all’anno trascorso. La cornice era importante: l’Aula Magna dell’ex facoltà di Economia, un’istituzione – quella accademica – con cui la Raffineria ha stretto rapporti sempre più consistenti, fino a definire una vera e propria partnership basata su stage e finanziamenti alla ricerca. Come ha sottolineato il presidente di Confindustria, Alfredo Schipani, l’obiettivo è dichiarato: “Cultura e imprese devono dialogare per la città al fine di crescere simmetricamente”. Inaugurando i lavori, l’ingegnere Pietro Maugeri, Direttore Generale della Raffineria, ha potuto tracciare un bilancio sull’attuale situazione finanziaria dell’impresa e sulle prospettive di sviluppo del settore. “I costi operativi ed il calo dei consumi – ha affermato – hanno determinato una crisi strutturale che ha colpito in misura maggiore le compagnie europee. Dal 2008 al 2013 quattordici stabilimenti di raffineria sono stati chiusi nel Vecchio Continente. Cremona, Marghera, Mantova, giusto per restare in Italia, hanno assistito all’implosione di realtà efficienti. Milazzo, invece, ha rappresentato un’eccezione positiva”. La messa in cantiere di 700 milioni di euro per investimenti su scala pluriennale rappresenta la cartina di tornasole circa le volontà del management industriale: un dato di per sé significativo, specie se si considera che il 96,8% del personale, su un totale di 596 addetti in servizio, proviene dallo Stretto.

raffineria milazzoE’ toccato poi all’ingegnere Luca Franceschini, responsabile del Personale e dell’Organizzazione della Raffineria, porre l’accento sulla necessità di valutare la responsabilità sociale dell’impresa, nel tentativo di arricchire il territorio anziché sfigurarlo scardinandone le fondamenta. Coerentemente con questa mission, “si è voluto rendicontare non soltanto le performance economiche, ma perfino le prestazioni ambientali”. Ai 57,5 milioni di euro stati stanziati per procedere nell’innovazione vanno aggiunti così 4,5 milioni, messi a disposizione per la sicurezza dell’impianto. Fondi che hanno reso possibile il raggiungimento di un significativo risultato: negli ultimi tre anni sono stati scongiurati incidenti sul posto di lavoro. Cifre importanti, che vogliono fugare ogni dubbio. “Qualche anno fa – ha ricordato il d.g. Maugeri la questione dei pericoli e dei rischi venne sollevata in Prefettura. Era presente un dirigente dell’Osservatorio epidemiologico, il quale mostrò, Atlante Sanitario alla mano, come la situazione tumorale del milazzese fosse in linea coi dati di Messina, a loro volta in linea con la media regionale. Una media ben più bassa rispetto a quella del paese”.

API: DOPO 50 ANNI TORCIA SI SPEGNE,STOP PRODUTTIVO DI 1 ANNORilevazione, quest’ultima, che inevitabilmente solleverà polemiche. Dissente da questa lettura, ad esempio, Marina La Rocca, già dottoressa di ricerca in Economia e Istituzioni nonché cultore di Politica economica ed Economia dello sviluppo presso l’Università cittadina. Nel suo libro, “Modelli di industrializzazione e salute umana. Lo sviluppo tra benessere e rischio nei poli petrolchimici della Sicilia”, la studiosa ha analizzato sia la discendente parabola produttiva ed occupazionale, sia il costo sanitario pagato dalle realtà periferiche. Ne è venuto fuori un j’accuse vero e proprio contro l’industrializzazione forzata, un tentativo di promuovere una nuova sensibilità verso l’azione di risanamento.

Ora, nel rilevare l’anomalia offerta da dati talmente discordanti è inevitabile porsi un quesito: appurato che la cittadinanza non può essere soggiogata da un’innaturale lotta fra diritto alla salute e diritto al posto di lavoro, perché le istituzioni preposte non istituiscono un Osservatorio Permanente in grado di certificare la verità dei fatti?