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Giacomo Leopardi ed il suo sofferto rapporto con il poker

Giacomo-Leopardi-ed-il-suo-sofferto-rapporto-con-il-pokerProbabilmente qualcuno rimarrà sorpreso della presenza di Giacomo Leopardi in questo libro.

In effetti, il grande poeta marchigiano non fu un giocatore di poker, né frequentò ambienti di gioco.

Ma ebbe con il poker un rapporto unico e travagliato.

Anzi, questo fu, nella sua vita tormentata, uno dei tanti problemi.

Leopardi, come è noto, nacque e visse a Recanati.

Nel 1816 (il poeta aveva diciotto anni) fu aperto in paese un circolo di poker, il primo in tutte le Marche, frutto della volontà e dello spirito innovativo di un immigrato americano.

Il circolo, che ogni fine settimana faceva il pienone, era frequentato dalla stragrande maggioranza dei giovani del paese.

Di detta maggioranza, il giovane Giacomo non faceva parte, assorto com’era nei suoi studi e nelle sue meditazioni.

Una sera, guardando dalla finestra della sua cameretta, vide passare una bellissima ragazza e se ne innamorò.

Da quel giorno tutte le sere si mise alla finestra in attesa del suo passaggio.

La sera passava sempre da sola, ma al ritorno, a notte fonda, la fanciulla tornava in compagnia di qualche baldo giovane.

Una sera Giacomo si fece coraggio, scese in strada e le chiese:

 “come ti chiami?”

E lei rispose

Silvia

E poi ancora:

dove vai tutte le sere a quest’ora?

E lei:

vado al circolo del poker, dove lavoro come dealer”.

Giacomo le disse ancora:

ah bene”,

facendo finta di capire e la salutò.

Tornato a casa, cercò nei suoi libri (Google ancora non c’era) la parola dealer e non la trovò.

Ciò gli procurò un grande sofferenza, che si protrasse per diverse settimane.

Fortunatamente un bel giorno, al compleanno di un suo cugino, ascoltando casualmente la conversazione di alcuni coetanei capì, in un contesto di frasi e termini per lui incomprensibili, che stavano parlando di poker.

Provando vergogna a chiederlo direttamente ai suoi coetanei, pregò il cugino di scoprire cosa volesse dire dealer e questi, senza bisogno d’altro, glielo spiegò immediatamente.

Infatti, anche lui era iscritto al circolo.

Il poeta, tornato a casa, s’impose che dall’indomani avrebbe studiato tutto sul poker.

Andò quindi alla biblioteca della diocesi e, con l’aiuto di un prete, sua guida spirituale, prese in prestito tutti i libri sul poker.

Studiò ossessivamente per circa due mesi ed imparò tutto ciò che c’era da imparare, sia sulla strategia e sia sulle statistiche, anche se quest’ultima cosa gli costò immane fatica.

Infatti, il Leopardi non era molto ferrato in matematica, preferendo di gran lunga le discipline classiche.

Quando si sentì pronto, chiamò su cugino per fare insieme un paio di mani, al fine di saggiare la sua preparazione.

Giocarono tutta la notte.

Il cugino restò strabiliato della padronanza del gioco che Giacomo dimostrava e gli disse che avrebbe potuto competere con i migliori giocatori.

Quindi fece di tutto per convincerlo ad iscriversi al gran torneo dell’Immacolata, che era l’avvenimento più importante di Recanati, al quale partecipavano anche giocatori provenienti dalle città vicine.

Giacomo ringraziò e disse che ci avrebbe pensato.

Quella notte non dormì, al pensiero che avrebbe potuto farsi vedere all’opera dalla sua Silvia.

I giorni passavano, ma Giacomo non si decideva.

Moriva dal terrore di vedersi circondato da tanti bei ragazzi, essendo lui gracile e malaticcio.

E poi si rendeva conto che non avrebbe mai avuto la forza di condurre in pubblico un gioco aggressivo, come invece suggerivano di fare i libri che aveva studiato.

E ciò gli procurò, ancora una volta, una grande sofferenza.

Circolava intanto la voce che Silvia si sarebbe concessa al vincitore del torneo dell’Immacolata.

E ciò lo rendeva ancora più nervoso.

Giacomo, da una parte voleva andare al torneo, ma dall’altra era terrorizzato dall’idea.

A nulla valsero le insistenze del cugino: il giorno del torneo s’inventò un mal di testa e rimase a casa.

Da quel momento cadde in depressione e si richiuse sempre di più in se stesso.

Continuò a guardare di nascosto, tutte le sere, la sua Silvia mentre andava e tornava dal circolo.

E componeva versi struggenti.

Dopo la sua prematura morte suo cugino disse:

una grande perdita per il poker, ma un bene per la letteratura.

Naturalmente Silvia non seppe mai di essere stata oggetto di tanta passione.

Saverio Spinelli