Una reggina vincitrice regionale del premio letterario “La Giara” [FOTO]

Siclari ValeriaCi sono elementi come amore, coraggio e voglia di riscatto in “Stelle binarie”, il romanzo della giovane scrittrice reggina Valeria Siclari. Ci sono nelle esistenze dei suoi personaggi e in relazione ad una terra, straordinaria quanto difficile, come la Calabria, nella quale è ambientato. “Stelle binarie”, insieme all’opera del cosentino Alessio De Fazio, “Il fiore dell’Apocalisse”, rappresenterà la nostra regione alla finalissima de “La Giara”, Premio letterario nazionale promosso dalla Rai in collaborazione con il laboratorio di scrittura creativa di Rai Eri e ideato per dare spazio e visibilità a giovani potenziali scrittori presenti in tutta Italia. Un premio prestigioso, giunto quest’anno alla sua terza edizione e che si concluderà a fine luglio con la proclamazione del vincitore nazionale nella cornice della Valle dei Templi di Agrigento.

Siclari Valeria 2Intervistata ai microfoni della Rai, in seguito alla premiazione avvenuta a Tropea, la scrittrice ha così commentato: «Sono orgogliosa di rappresentare la Calabria nell’ambito di questa importantissima competizione».  E ha poi parlato della sua opera, un romanzo a più voci che parla dell’amore che lega in modo indissolubile alcune persone, paragonate a quelle stelle che gli astrofisici definiscono binarie. Due stelle posizionate così vicine tra di loro da esercitare una reciproca attrazione gravitazionale, unite in un unico sistema da una forza a cui non possono sottrarsi. Personaggi, quelli di “Stelle binarie” che agiscono «nella selvaggia zona dei Greci di Calabria e in uno Stretto impreziosito dalle visioni offerte dalla Fata Morgana». Il romanzo, dunque, descrive «quel mare che di notte è una macchia d’olio senza respiro, solcata da velieri fatiscenti, e di giorno una lastra dello stesso colore dei lapislazzuli, venata da correnti che l’attraversano in lungo e in largo mitigandone il colore, come se sotto la superficie scorressero ruscelli di latte o spiegassero le loro ali i gabbiani». Ma pure «quel vento che si mette a danzare in mezzo ai fichi d’India, volteggia sulle macchie verde acido dei finocchi selvatici, che, se provi ad allontanarti, ti costringe a ritornare». E «quell’entroterra impervio, con le sue fiumare e il susseguirsi articolato di burroni, di dirupi e di paesini chiusi in se stessi, come draghi assopiti, appollaiati sui contrafforti dell’Aspromonte, e di posti di mare disseminati lungo la costa che profumano di gelsomino e sale, dove le reti dei pescatori restano imbrigliate in statue di bronzo, vecchie di millenni. Tra le pagine del romanzo, le voci dei personaggi si rincorrono e le immagini assomigliano a quelle che Morgana fa riflettere sull’acqua, come fotogrammi della pellicola di un film, la bobina si srotola intorno alle pupille bruciate dalla visione e come se a disegnarle fosse la punta di un grammofono, onde concentriche iniziano ad apparire, fino a che il miraggio si dissolve, sfaldandosi in squame scintillanti. Quello che rimane» – termina la Siclari – è una storia profonda, che parla di coraggio e lo fa con un linguaggio che ho voluto fortemente creativo, ricco di similitudini, per riempire una pagina in cui gli approfondimenti psicologici dei personaggi si alternano alle descrizioni di un sentimento capace veramente di dare un senso anche alla più complicata delle esistenze». Insomma, un romanzo che parla di sentimenti. E di Calabria. E che, come recitano le motivazioni che hanno portato la Siclari a vincere la fase regionale de “La Giara”, «si distingue per la sua narrazione fluida, ricca di belle immagini, di emotività e di entusiasmi conoscitivi, espressione intima su un linguaggio chiaro e molto coinvolgente».