Pompei cade a pezzi, ma incorporano ristorante in antica domus. Castrizio: “il business che uccide i Beni Culturali”

pompeiDa sempre si predica che i Beni culturali sono da considerarsi come il più grande patrimonio italiano, tesoro antico e delicato che va preservato, e non solo, ma anche rispettato. Una “lettera-denuncia” del docente universitario, Daniele Castrizio, insigne studioso del mondo classico, ci riporta a riflettere sullo stato delle ricchezze archeologiche di cui siamo tutti custodi e delle pecche del sistema istituzionale, che ne parla, non c’è dubbio, ma poco e male. Per questo, ammiriamo chi continua a fare della ricerca e cura archeologica la sua missione, come Castrizio che così scrive: “lo so, lo so bene, lo so: ufficialmente non ci sono soldi per i Beni Culturali. È il disco che mi sento ripetere fin da quando, appena conseguiti specializzazione e dottorato di ricerca (definiti da una antica soprintendente archeologa della Calabria “belle medagliette da appuntare sul petto”), cominciavo a chiedere agli addetti ai lavori il perché delle tante storture e inadempienze che notavo, sia a livello locale che, più in generale, a quello nazionale.

Che quella manfrina sia una falsità lo so bene oggi, perché, più che dire che “non ci sono i soldi”, bisognerebbe riconoscere che “non sappiamo spenderli”, che è cosa assai diversa, soprattutto quando restituiamo milioni di euro alla Unione Europea, perché incapaci di utilizzarli. Ma non di questo volevo parlarvi …divieto

L’argomento che mi ero prefisso è, invece, quello della assoluta mancanza di rispetto che la cultura anglosassone moderna mostra nei confronti del passato greco e romano. Non ci vuole molto a rendersene conto: andate a Stonehenge (a proposito: lo sapete che è frutto di anastilosi, che è una ricostruzione per niente accurata? Quale cartello avverte in loco il visitatore che è un falso?) o in altro dei luoghi simbolo della cultura alla Kazzenger (popolata di miti celtici, di alieni, di Atlantide, di templari e di Santo Graal …) e troverete il rispetto assoluto, il silenzio, l’ordine e il decoro.

Se, poi, vi spostate verso i tanti siti archeologici greci e romani, l’insulto della modernità è palese. Andate a Pompei, e, oltre a vederla invasa di cartelli da cantiere di puro stampo anglosassone, vi imbatterete nel più grande schiaffo che potesse essere inferto, e di cui vi allego una foto, tratta da internet: accanto al foro romano, all’interno di una domus pompeiana, è stato ricavato un moderno ristorante! Ma non c’era un altro posto dove piazzarlo? Se il turista avesse percorso un paio di centinaia di metri verso l’uscita, non avrebbe potuto essere servito in un locale moderno? Assolutamente no, ci mancherebbe! Occorre deturpare l’antico, il classico, come ogni anno vediamo a Siracusa nelle “tragedie greche” recitate nel teatro greco più suggestivo d’Italia, che sono frutto di Beckett più che di Eschilo o Sofocle. Mai una volta che qualche regista coraggioso abbia deciso di mostrare, una tantum, come dovevano essere percepite dagli antichi, non per gusto antiquario, ma per rendere l’idea, fare capire, mostrare, emozionare …

L’altro esempio, di cui allego foto, è del tempio di Apollo a Didyma, presso Mileto, in Turchia, dove, non paghi di avere distrutto una chiesa bizantina che si trovava nel recinto interno del santuario (e che, tra parentesi, ha assicurato al tempio la sopravvivenza fino ai nostri giorni), qualche mano di archeologo di testa anglosassone ha pensato bene di inchiodare un ridicolo divieto di scrivere sulle pareti: hanno deturpato per impedire agli altri di deturpare; autolesionismo scientifico!

Che fare di fronte alla cultura spettacolo, all’archeologia di burocrati e di architetti? Credo che il nostro primo dovere sia studiare, comprendere, per diventare massa critica, perché questo fiume di fango che impedisce alla nostra terra di respirare, possa essere spazzato via da una cultura occidentale nuova, capace di riallacciarsi realmente alle proprie radici greco-romane.

Sono un sognatore? Forse, ma non sono il solo …”