Palermo blindata: “Cosa nostra” si ricompatta per colpire al cuore dello Stato?

falconeCosa nostra prova ad “alzare il tiro”. La Palermo che oggi appare alle forze dell’ordine ed alla Magistratura è una città blindata. Nascosta dietro una normalità apparente si muove silente la minaccia di cosa nostra, che nel corso dell’ultimo decennio ha dovuto incassare colpi durissimi, dall’arresto dello “zio”, Bernardo Provenzano a quelli di decine di affiliati alla cosca Messina Denaro al sequestro di beni per milioni di euro.

La mafia siciliana, che sappiamo essere capace di spingersi oltre il “limite dello Stato” ci ha, purtroppo, abituati al rischio del “morto eccellente” e adesso qualche pentito rivela che la possibilità che si riapra una stagione di sangue come quella delle grandi stragi ’80, ’90 è più che una ipotesi.

Pietro Grasso, Presidente del Senato ed ex magistrato, secondo le rivelazioni del collaboratore di giustizia Gioacchino La Barbera, è da tempo nelle mire di cosa nostra.

La linea di sangue che passò per Capaci e via D’Amelio doveva investire anche Grasso, allora giudice a latere nel Maxiprocesso, ideato e voluto da Falcone e Borsellino: “c’era di matteogià l’esplosivo e il telecomando – ha detto La Barbera – Grasso doveva venire a Monreale, e lì doveva avvenire l’attentato. Facemmo un sopralluogo, ma poi non se ne fece più nulla”.

Palermo, città silentemente blindata perché, il pool dei magistrati antimafia che operano nel Palazzo di giustizia sono costretti ad una vita “artificiale”, ovattata da misure di sicurezza straordinarie.

Il giudice Nino Di Matteo è sorvegliato a vista dagli agenti della scorta dopo le minacce rivoltegli, il tribunale è diventato un isola accessibile a pochi, il Prefetto, temendo il rischio di attentati, ha chiuso l’intera area al transito delle auto e i rappresentanti delle associazioni alle quali sono stati assegnati gli immobili sequestrati alla mafia, temono per la loro incolumità.

Nelle scorse settimane un pentito ha dichiarato che la mafia preparava un attentato per colpire il Ministro Alfano, ma lo scalpore suscitato dalla ‘ndrangheta con le bombe al Palazzo di Giustizia reggino, convinse cosa nostra a desistere; non era più il momento.

Le forze dell’ordine dovranno studiare i “tempi” del crimine organizzato ed anticipare le mosse di una realtà che resta in silenzio solo quando ha bisogno di raccogliere le forze per ripartire, come vent’anni fa, da un colpo eclatante, al cuore dello Stato.