Con l’azzardo non si gioca

gico-dazzardoMi sto occupando del problema del gioco d’azzardo da pochissimo tempo, presso il Centro Ascolto Exodus di Reggio Calabria, città che, come quasi tutte le città d’Italia, è influenzata da questo fenomeno negativo“. A dichiararlo tramite una nota inviata a StrettoWeb è Basilio Lucisano, Responsabile del Centro Ascolto Exodus di Reggio Calabria.  

Il gioco d’azzardo – prosegue Lucisanoè un modo, antico come l’uomo, di trascorrere il tempo provando la piacevole sensazione di fare a gara con il destino, e con gli avversari. Tuttavia, sebbene per molte persone questa attività non sia un problema, ci sono giocatori e famiglie che nell’azzardo conoscono la dipendenza. Per i giovani a caccia di sensazioni forti, più che mai desiderosi di sfidare chiunque, a partire da se stessi, l’azzardo è un campo d’azione particolarmente attraente. Il fascino del rischio, insieme all’illusione di vincere sono un mix potente in una società in cui emergere e osare sembrano essere regole inderogabili per riuscire, per vincere. Così accade anche con il gioco. Così, si possono trascorrere ore e ore a giocare, magari online, magari da soli, magari a pagamento, e il gioco diventa una specie di ossessione, un pensiero fisso, l’unico interesse. L’utenza per questo tipo di patologia va dai 16 ai 50 anni , risorse dirottate dai consumi ordinari di famiglie e singoli verso un consumo patologico“.

Oramai da parecchio tempo, senza nessun sovvenzionamento, stiamo cercando di capire quale risposta dare a questa piaga sociale chiedendoci quale sia il giusto intervento per capire chi è in grado di fornire loro un aiuto reale che non possiamo identificare con una semplice e generica cura. Ma di quale cura stiamo parlando? Quando li incontriamo e raccogliamo il loro dolore ci chiedono prima di tutto un aiuto nella gestione dei soldi, un consiglio su come agire per fermare quel loro familiare che sta dilapidando tutto il patrimonio. Queste sono le vere esigenze di chi affoga nell’azzardo, attenti quindi a definire quel che si intende o intendiamo oggi per terapia perché mentre ne parliamo non possiamo esimerci dal considerare la sofferenza più profonda di figli, compagni e genitori che stanno attorno a lui. Rispondere alla sofferenza di chi si ammala di azzardo vuol dire prendersi in carico tutto il sistema familiare e amicale che viene da essa colpita. Come si può accettare ancora quelle due parole ‘gioco responsabile’ dopo aver letto anche solo una delle centinaia di richieste, aver ascoltato una delle decine di mamme, aver raccolto una delle migliaia di lacrime che questa terribile male porta con sé? Non è proibizionismo, è coerenza di chi ogni giorno cerca con fatica di stare a contatto con questa triste e assurda realtà“.

Da anni, molti volontariamente, hanno cercato di stare in prima linea con lodevole impegno, per affrontare questa realtà, ascoltando, accogliendo e interrogandosi su questo, prima che diventasse ‘allarme generale’, prima che fosse un argomento ‘di moda’, prima che arrivassero le telecamere e con esse i facili finanziamenti per chi da dietro le comode scrivanie promette cure miracolose (spesso sovvenzionate dalla stessa fonte da cui si alimenta l’azzardo, non è paradossale?).Non possiamo permetterci di accettare il pensiero che insinua che questo azzardo è un gioco. Chiedetelo ai bambini, il gioco non ammala e non ha bisogno di essere insegnato, il gioco è creatività, gioia. Cosa vuol dire insegnare il “gioco” a Diego che l’altro con i suoi 19 anni mi ha chiesto disperatamente di essere aiutato a staccarsi dalla dipendenza dall’azzardo a cui non riesce a scappare trovandolo ovunque. Quale ‘prevenzione responsabile’ posso fare per lui? Stare con i giovani è l’unica e vera prevenzione, alzare la consapevolezza sull’azzardo e sui suoi rischi perchè così facendo loro lo insegneranno ai loro pari. E allora dico a voi cari politici, voi amministratori, voi che valutate e finanziate e finanzierete: interrogatevi, non è forse il caso di ascoltare chi giorno dopo giorno si sporca le mani?

Noi, a Reggio Calabria come Fondazione Exodus non ci fermeremo – conclude Lucisanoandremo avanti, soprattutto con quanti credono in questa battaglia che riguarda adolescenti, più o meno giovani,  i loro familiari, il loro futuro! La sofferenza non ha bisogno di ricette preconfenzionate né di risposte teoriche. La sofferenza non va in vacanza! Non dimentichiamolo!”