Avvelenamento acque dell’Alaco (VV): nomi eccellenti tra i 36 indagati

diga-alacoLa procura di Vibo Valentia, non ha dubbi: la Sorical distribuiva dall’invaso dell’Alaco, acqua non potabile. Le indagini iniziate nel 2012 hanno permesso di scoprire che almeno 400mila cittadini sparsi in almeno 80 comuni della Calabria, sono stati avvelenati dall’acqua contaminata da benzene e idrocarburi ciclici clorurati.
Il procuratore Mario Spagnolo ha notificato alle 36 persone indagate l’avviso di chiusura indagini. Nel registro degli indagati, tra gli altri, anche il Sindaco del Comune di Vibo, Nicola D’Agostino e quello di Catanzaro, Sergio Abramo, che in questa sede entra nelle mire della procura in qualità di ex presidente del Consiglio di Amministrazione della Sorical, insieme all’ex presidente della società di gestione delle risorse idriche calabresi, Geppino Camo.
A partire dal 2012 la società aveva più volte tentato di smentire la notizia sull’inquinamento delle acque dell’Alaco, sollevando l’indignazione dellaacqua-sporca popolazione costretta a veder scorrere dai propri rubinetti acqua oleosa e maleodorante.
La preoccupazione delle associazioni che in questi anni si sono battute in difesa della popolazione era che a chiusura delle indagini i capi d’accusa potessero cambiare non riconoscendo, in particolare, il grave reato di avvelenamento colposo.
La procura di Vibo Valentia, invece, porterà a processo i 36 imputati sia per avvelenamento colposo che per i reati aggiuntivi di: inadempimento di contratti di pubbliche forniture, omissioni in atti d’ufficio ed interruzione di un servizio di pubblica utilità.
Il procuratore Spagnolo si è avvalso della collaborazione dei NAS, unità speciale dei Carabinieri e degli agenti del Corpo Forestale dello Stato, che hanno posto sotto sequestro l’invaso dell’Alaco, che ad oggi rimane chiuso per la mancanza di un sistema di potabilizzazione che garantisca la salute dei cittadini degli 80 comuni interessati.
L’Acqua che veniva distribuita dall’invaso dell’Alaco raggiungeva le abitazioni pur in assenza dell’obbligatoria certificazione di legge che ne stabilisce la potabilità, previo trattamento chimico-fisico.
Dopo che le indagini condotte dalla procura hanno rilevato questa grave omissione amministrativa, la stessa, ritenendo di dover essere più cauta nell’emissione delle ordinanze di dissequestro degli impianti di distribuzione, ha ordinato un loro più attento controllo, i cui risultati hanno costretto la magistratura a confermare il sequestro di alcuni impianti che, pur avendo ottenuto il giudizio di conformità dall’autorità sanitaria, presentano disfunzioni che non li rendono idonei a garantire il servizio.