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Giuseppina Pesce oggi al processo “Califfo”. “La mia ritrattazione nel 2011, assolutamente falsa”

pesceGiuseppina Pesce, la donna che con le sue dichiarazioni ha fatto tramare le cosche mafiose di Rosarno oggi sarà sentita nuovamente nell’ambito del procedimento “Califfo”, prosecuzione del processo “All inside” che ha già visto alla sbarra stretti familiari proprio della Pesce.
Il pm della DDA di Reggio Calabria, Alessandra Cerreti, ha chiesto già come era avvenuto in passato, che la collaboratrice di giustizia, fosse ascoltata personalmente nel carcere romano di Rebibbia e non in video conferenza col Tribunale di Palmi dove ha luogo il processo.
Gliinquirenti dopo aver acquisito le dichiarazioni di Giuseppina Pesce e di Salvatore Facchinetti, anch’egli pentito, chiuderanno la fase dibattimentale del processo, dopo toccherà ai legali degli imputati chiamare i propri test per contestare le deposizioni dei collaborati di giustizia e le tesi dell’accusa.
Intanto, Giuseppina Pesce, fa chiarezza sulla vicenda che la convolse nell’aprile 2011, quando con una lettera avrebbe ritrattato la propria posizione, dichiarando di non voler più collaborare con le autorità:“una lettera dai contenuti del tutto falsi, l’ha scritta l’avvocato, che l’avrebbe offerta a tutti i giornali locali, ma solo Calabria Ora accettò di pubblicarla, inviando nello studio legale Madia, un proprio inviato”. Una vicenda strana che indubbiamente andrà chiarita sentendo le ragioni di tutti gli attori coinvolti, se la lettera non fosse stata concordata con l’interessata, sarebbe un fatto grave, ma si tratta di una vicenda ancora tutta da chiarire.

Nel luglio 2011, Giuseppina, torna in carcere e da allora collabora stabilmente con gli inquirenti.
Non è la prima donna cresciuta all’interno di famiglie affiliate alla mafia a decidere di cambiare vita e ad accusare i propri familiari di terribili crimini, ma Giuseppina Pesce è sicuramente l’unica donna che è andata contro gli interessi della ‘ndrangheta ad essere viva, come dimenticare Lea Garofalo, sciolta in 50 litri di acido da sei uomini tra i quali anche il padre di sua figlia e Maria Concetta Cacciola, “suicidatasi” anch’ella con dell’acido.
Tutte queste donne hanno in comune non solo il coraggio di avere bucato il muro dell’omertà ma anche le motivazioni per le quali lo hanno fatto: i propri figli.
Il desiderio di consegnare ai propri bambini la speranza di un futuro migliore senza sangue e criminalità e più forte della paura stessa di morire.