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Reggio: l’Unc Calabria inoltra ricorso al tar sulla Tares, contestarla è una lotta di civiltà e giustizia contributiva

taresSul tributo TARES non si può transigere, non perché sia una tassa più odiosa delle altre (che pure ne abbondano in Italia), ma se si sorvola su di essa, significa semplicemente considerare i contribuenti solo ed esclusivamente come bancomat a fronte di diritti e servizi negati.

E’ quanto  afferma l’Avv. Saverio Cuoco, presidente regionale dell’Unione Nazionale Consumatori Calabria, il quale prosegue sostenendo che di violazione dei diritti in tale materia si è superato ogni limite, ecco perché i cittadini non ci stanno a “pagare e zitti” perché oltre il servizio di raccolta rifiuti latitante da anni, oltre la convivenza quotidiana con i cumuli di spazzatura sparsa ovunque, si violano i più elementari principi di giustizia contributiva garantiti dalla nostra Costituzione (art. 53), contravvenendo ad essa, che dispone testualmente: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”.

Il principio della capacità contributiva, sostiene autorevolmente l’avv. Antonino Quattrone, legale dell’associazione che ha redatto il ricorso proposto al TAR, impone la scelta di criteri di riparto del carico impositivo che siano equi, coerenti, ragionevoli e consentano di comparare e differenziare le posizioni dei singoli contribuenti sulla base di elementi economicamente valutabili.

Nel caso in esame il Comune di Reggio Calabria con il Regolamento sulla TARES, che viene impugnato per molteplici motivi, ha ritenuto spudoratamente di non prevedere riduzioni e agevolazioni favorevoli per il contribuente, che avrebbero avuto viceversa la funzione di riequilibrare e di applicare in modo corretto i principi della capacità contributiva e dell’eguaglianza, adeguando il prelievo impositivo agli stessi.

La battaglia e le barricate innalzate dall’associazione contro la TARSU prima e TARES dopo, partono da lontano, già ad inizio 2011  l’Unione Nazionale Consumatori Calabria con l’allora consigliere Bruno Ferraro ottennero dal Comune di Reggio Calabria, facendosi interpreti delle  legittime istanze dei cittadini, soprattutto disagiati, la modifica del regolamento comunale sulla raccolta rifiuti solidi urbani, conquistando l’esenzione del tributo per coloro che pur se proprietari dell’alloggio in cui vivevano, fossero titolari esclusivamente di reddito da assegno sociale o pensione sociale e per le famiglie che avessero nel loro nucleo familiare un portatore di handicap riconosciuto ai sensi della Legge 104 del 1992.

Queste come le altre riduzioni ed esenzioni previste dal precedente regolamento, sono state totalmente disattese dalla Commissione Straordinaria Comunale, così come nessuna attenzione è stata riservata ai disagi dei cittadini per i cumuli di immondizia riversati ovunque, seguendo solo una logica, quella di evitare il dissesto finanziario del Comune di Reggio Calabria, “costi quel che costi”, ma chi risanerà il dissesto delle famiglie Reggine ?

Su questa logica non è assolutamente possibile trovare per quanto ci riguarda, un dialogo con le Istituzioni preposte e già nel gennaio 2013 con articoli inviati e pubblicati dalla stampa locale, lanciammo il grido d’allarme ed il rischio che gli aumenti deliberati in materia di TARSU dalla Triade Commissariale successivi a quelli operati dalla precedente Giunta Comunale nell’agosto del 2011, avrebbero forse consentito di evitare il dissesto finanziario del Comune, ma avrebbero sicuramente determinato il dissesto di molte famiglie  Reggine.

A distanza di appena un anno da allora, parodiando una commedia di Shakespeare “molto rumore per nulla” il dissesto finanziario del Comune di Reggio Calabria non è ancora scongiurato, ma in compenso le difficoltà economiche delle famiglie Reggine sono notevolmente aumentate.

L’associazione si batterà per ottenere giustizia per i contribuenti-bancomat e per far riconoscere ed applicare ai consumatori lo stesso principio accolto ultimamente dalla magistratura per un imprenditore assolto dall’accusa del reato di evasione fiscale sul presupposto che evadere per sopravvivere non è reato, infatti in quel caso, il titolare di un’azienda non ha pagato l’IVA non per volontà di omettere il versamento, ma semplicemente perché non aveva i soldi per farlo e doveva pur sopravvivere.

Tale principio, in uno stato di diritto, andrebbe applicato a molti cittadini e famiglie in difficoltà, che non riescono più a sorreggere una pressione fiscale da primato mondiale a fronte di servizi inesistenti quanto fatiscenti.