San Luca (Rc), Alvaro: “La parabola di Rosy da eroina a straccio che vola”

imagesNota Stampa Giovanni Alvaro:

Su Rosy Canale un paio di cose non tornano, tanto che la vicenda, aldilà delle responsabilità da accertare e eventualmente sanzionare, sembra costruita ad hoc per ottenere il massimo di proiezione mediatica ad uso e consumo, come minimo, del qualunquismo, attualmente imperante nel Paese, stante l’azione distruttiva dei giornaloni nazionali che amplificano, a dismisura, ogni scorreggia del Grillo vociante e ogni nefandezza, presunta o reale, che ha per protagonista il palazzo. Figurarsi se si poteva ignorare la notizia dell’eroina antimafia andata in frantumi.

Ma veniamo alle cose che non tornano. Perché la ragazza è stata sottoposta a intercettazioni telefoniche? C’era già una notizia criminis o solo ‘una propensione degli inquirenti e degli investigatori a ritenere la Canale particolarmente vicina alla famiglia di ‘ndrangheta Nirta–Strangio’? E quando si è capito che questa ipotesi non reggeva perché si è continuato a ‘origliare’? Forse, pensiamo, per la prassi costante, in molte procure, di operare col ‘metodo dello strascico’ che si usa non per approfondire il reato, ma per cercare proprio la notizia stessa del reato.

E se anche le prime intercettazioni spingevano a continuare ad ‘origliare’ che motivo c’era di presentare la vicenda di Rosy Canale, che al massimo dovrà rispondere di reati comuni, assieme ad una operazione antindranghita? Perché tenere la sua posizione alla Dda (Direzione Distrettuale Antimafia) e non passarla alla procura normale? Torna alla memoria quanto sostengono i vecchi giornalisti: ‘cane che morde uomo non fa notizia, al contrario dell’uomo che morde il cane’. Anche nelle operazioni di polizia se si arrestano dei mafiosi l’azione non provoca grande risalto, non attira l’attenzione dell’apparato mediatico, mentre tale risalto lo si ottiene se nell’operazione si fanno entrare personaggi della politica e, a maggiore ragione, se nell’operazione si fa entrare una ragazza che era diventata una eroina della lotta alla mafia.
Si può dire, come qualche inquirente ha detto, di ‘fare attenzione a chi si erge a paladino dell’antimafia senza avere alle spalle una storia. C’è chi è morto per la lotta alla mafia e non possiamo tollerare, come cittadini, che certe cose accadano’. Giusto giustissimo. Ma quando il mondo garantista diceva queste cose, dove stava il suddetto inquirente? La Canale non è, forse, figlia di un modo ignobile di fare la lotta alla mafia da parte della sinistra, italiana e americana, e di certi apparati dello Stato? Il suo ‘mentore’ non era, forse, un alto funzionario dello Stato? E il suo partito, pronto a curarne l’immagine, non era il PD?
La Rosy è, certamente, viva per miracolo, non lo dimentichiamo, perché è stata pestata a sangue da due malavitosi e raccolta in fin di vita. Ma a farla diventare ‘eroina’ ci ha pensato una sinistra che adora l’antimafia da conferenze e dibattiti, e ama ampliare il pantheon dei propri simboli teatrali. Noi, al contrario, aborriamo il professionismo dei ‘combattenti antimafia’ sempre in prima fila a blaterare e curare la propria immagine alla ricerca spasmodica di soddisfacenti percorsi politici; ma, allo stesso modo, non condividiamo l’azione di quanti, nell’ambito dei propri doveri d’istituto, rincorrono gli identici obiettivi dei professionisti dell’antimafia e percorrono la stessa strada.
Gli uni e gli altri, giustamente, sono stati ‘bastonati’ culturalmente da Leonardo Sciascia e, professionalmente, dai grandi della Magistratura quali sono stati, e rimangono, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non amati, in vita, da una certa nomenclatura, perché concedevano poco o nulla alla proiezione mediatica dei loro atti. La crocefissione di Rosy Canale ha, comunque, il sapore acre e disgustoso del doppio uso: prima come eroina e dopo come straccio da buttare nella pattumiera perché non più utile. Un brutto sevizio alla società civile che vorrebbe vivere senza eroi e senza stracci.