Saline, Giovanni Alvaro sulla centrale a Carbone: “speranza di sviluppo per una zona condannata alla miseria”

Saline-Joniche-Progetto-SEI.-La-Centrale-a-Carbone1Di Giovanni Alvaro – Forse lo si è fatto troppo tardi. Si, forse i Comitati favorevoli alla centrale hanno pensato troppo tardi di chiamare i cittadini a scendere in piazza. Non per far cortei, scandire slogan, avere qualche scontro con la polizia e magari rompere qualche vetrina. No, no, niente di tutto questo. I membri delle Associazioni che rivendicano la realizzazione della Centrale a carbone, che la Società Sei intende impiantare a Saline Joniche, nello stesso posto dove 40 anni fa fu costruita la Liquichimica, fabbrica per la produzione di mangimi per animali meglio conosciuti come bioproteine, ma che non fu mai messa in attività pur avendo assunto ben 900 dipendenti, i membri delle Associazioni, dicevamo, sono diversi, totalmente diversi dai No Tav o dai No di qualunque razza e specie passata, presente e futura. Due modi di essere profondamente antitetici perché mentre i cosiddetti ambientalisti usano la violenza (vedi no tav)  e la menzogna (vedi Centrale a carbone), perché essendo minoranza e non accettando che lo Stato decida in modo difforme dai loro obiettivi, cercano di trasformare la disparità numerica in ricaduta politica, mantenendo caldo l’argomento; gli altri, che aborriscono violenza e menzogna, al contrario ricercano il dialogo con la popolazione interessata e anche con gli stessi ‘verdi’, quelli in buona fede. L’iniziativa dei giorni scorsi ne è una conferma.

I guasti, provocati soffiando sul fuoco della paura, tra la popolazione locale, a cui è stata presentata dai ‘verdi’ una centrale-mostro, produttrice di tumori e di morte, sono molto radicati. Sull’onda di quelle farneticazioni i nostri verdi chiedono, a gran voce, la revoca della già emessa, positivamente, Via (Valutazione di Impatto Ambientale) indispensabile per l’iter costruttivo della centrale stessa. E ciò mentre la Germania inaugura la più grande centrale a carbone del mondo (con verdi e socialdemocratici a presenziare alla cerimonia d’inaugurazione) e mentre il Giappone, che in attesa di riattivare il nucleare, sta facendo uso dell’energia prodotta da combustibili fossili, dichiara, a Varsavia, di non voler più rispettare i falsi impegni del protocollo di Kioto.

Questa persistenza ‘ambientalista’, cieca e distruttiva, che cozza con le necessità del Paese che annualmente compra energia dalla Francia a costi lievitati, viene sorretta dalle sciocchezze sull’energia rinnovabile che, solo per i pannelli fotovoltaici, è costata alla collettività oltre 70 miliardi spesi per produrre quel che a Saline si produrrà con un solo miliardo e 300 milioni (tra l’altro di capitali privati). Sorge, a questo punto,  spontanea la domanda se l’azione dei ‘verdi’ sia finalizzata a favorire il re di Prussia, o magari sia tesa a favorire percorsi politici ai suoi dirigenti. Nell’uno e nell’altro caso si tratta di un’azione contro gli interessi del nostro Paese.

Il non demordere dei signor NO, comunque, non è nuovo perché essi ripetono le gesta dei loro ‘genitori’ che 40 anni fa si mossero con la stessa insistenza e la stessa determinazione per far chiudere la fabbrica appena costruita in quel di Saline Joniche. Miliardi di lire buttati al vento e miliardi per mantenere in cassa integrazione, per decine di anni, i lavoratori assunti e mai messi in produzione. Anche allora, come oggi, fu usata la paura dei tumori, presentando la fabbrica come una vera e propria bomba ad orologeria, e si parlò di ‘vocazione turistica della zona’ e del ‘benaltrismo’ di cui c’era necessità e urgenza.

Come in una staffetta gli eredi dei passati oppositori usano le stesse argomentazioni tacendo però sul fatto che nulla, nei 40 anni successivi, sia stato realizzato. Le cose, addirittura, sono peggiorate se è vero che il porto costruito dalla Liquichimica si insabbia, annualmente, bloccando l’attività dei pescatori dell’area le cui imbarcazioni vengono ‘imprigionate’ all’interno del porto con grave danno all’economia della zona, e il ‘ben altro’, tanto propagandato, è diventato come l’Araba Fenice (che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa).

Quel che sorprende, invece, è l’atteggiamento della Regione che continuando a inseguire la minoranza vociante e usando la modifica del titolo V° della Costituzione sulle materie ‘concorrenti’, quali l’energia, blocca l’uso di un investimento che può segnare la svolta che l’area grecanica attende da decine di anni. Serve subito una svolta reale, fatta di lavoro, investimenti e indotto, che, nella salvaguardia della salute dei cittadini, combatta il vero cancro della zona rappresentato da una terribile disoccupazione ed un degrado economico e sociale.