12 Dicembre 1985. Omicidio di Graziella Campagna. Lo “Stato detenuto”

Graziella Campagna“Dentro il problema di una serie di crimini che per ufficio si sentiva tenuto a risolvere, un altro ne era insorto, sommamente criminale nella specie. […] In pratica si trattava di difendere lo Stato contro coloro che lo rappresentavano, che lo detenevano. Lo Stato detenuto. E bisognava liberarlo.”

Nel 1971 Leonardo Sciascia affida queste parole al suo romanzo “Il Contesto”. Non erano ancora gli anni delle rivendicazioni fra clan e delle stragi con la dinamite, piuttosto erano gli anni impuniti di boss che anche dal carcere dettavano legge. La loro legge. E dei latitanti, che interi paesini con caserme di tre o quattro carabinieri, conoscevano, e per paura o per un modus vivendi che a lungo è rimasto radicato nei quotidiani gesti dei siciliani, fingevano di non conoscere.

La mafia in Sicilia ha ucciso più di 5000 persone, 57 solo fra il 1980 e l’inizio degli anni ’90. Tra queste anche Graziella Campagna, 17 anni, che nel 1985 lavorava in nero in una lavanderia di Villafranca Tirrena per 150mila lire al mese. La sua unica colpa è stata quella di trovare, in una giacca, un documento che attestava la vera identità del latitante Gerlando Alberti. Cinque ferite di arma da fuoco, una lupara calibro 12, sparate a non più di due metri di distanza.

La sentenza definitiva, per coloro che erano coinvolti nella vicenda ( anche la proprietaria della lavanderia, la cognata, il marito e

foto da forzacavallasca.it

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Giovanni Sutera, il guardia spalle di Alberti ) arriverà solo il 18 marzo 2008 dai Giudici della Corte di Assise d’Appello di Messina. Ma in mezzo, tanti anni di silenzio, di mute, quindi sterili proteste quando, nel 1990, il movente venne giudicato troppo debole. Ma in quegli anni tutti sapevano che la mafia uccideva anche per molto meno. E solo quando il programma Rai “Chi l’ha visto?” porterà alla luce la storia della diciassettenne di Saponara verranno indagati anche i favoreggiatori.

Oggi, pochi ricordano Graziella Campagna. Ma non sono di certo i giovani del Comitato “Addio Pizzo”, né quelli del movimento “Ammazzateci tutti” a non sapere chi sia. La ricorderanno di certo anche quell’imprenditore e suo genero che sono stati aggrediti a colpi di mazzuola per essersi rifiutati di pagare, ma che hanno denunciato. Non sono i Siciliani onesti, quelli che per tutto questo tempo hanno creduto che un’altra via fosse possibile, quelli che a Palermo manifestavano il loro dolore e la loro indignazione sulle bare del giudice Borsellino e della sua scorta, a dimenticare. Piuttosto, sono quelli che a tutti quei funerali di Stato, erano seduti in prima fila. Oggi nessuna delle istituzioni ha pensato di commemorare Graziella Campagna.

Anni ( dal 1962) di Commissione Antimafia, hanno prodotto notevoli risultati, ma non sono riusciti ad estirpare il male, fragile nei contenuti quanto radicato nelle esternazioni. E dato che, come cita un antico proverbio della filosofia Tao, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce, nel corso della sua lunga vita, siamo stati più abituati alle polemiche sulle elezioni dei rappresentanti della Commissione, ai tentativi, ormai del secolo scorso, di eluderne la sorveglianza, alle nomine che hanno solo occupato poltrone.

Ecco perché nessuno oggi ricorda Graziella Campagna. Troppo impegnati ad esternare la loro convinzione che la lotta alla mafia sia una priorità nazionale ( Rosy Bindi durante i lavori della Commissione, a Reggio Calabria ) che a mantenere vivo il ricordo, oltre che degli eroi, anche delle vittime. Ed evitare che, chi quel 1985 non lo ha vissuto, neanche nei ricordi, non diventi una vittima di quello Stato detenuto dai mille intrighi del potere per occuparsi di una lavandaia di diciassette anni di un paesino siciliano.


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