Reggio, Lo Giudice si nascondeva in un appartamento. Da boss a collaboratore, poi il memoriale…

nino lo giudiceNino Lo Giudice, presunto boss della omonima cosca di ‘ndrangheta ed ex collaboratore di giustizia, sfuggito dallo scorso giugno dalla localita’ protetta dove scontava i domiciliari, e’ stato catturato stanotte in un appartamento di Reggio Calabria dalla Squadra Mobile. Gia’ dopo la sua scomparsa era diffusa in ambienti investigativi la convinzione che Lo Giudice sarebbe tornato nella sua citta’ a trascorrere la latitanza, vicino alla sua famiglia. Oggi la conferma che l’ex pentito aveva fatto ritorno in riva allo Stretto.

Lo Giudice, nelle dichiarazioni, che poi ha ritrattato, fatte ai magistrati della Dda di Reggio Calabria all’epoca in cui l’ufficio era diretto da Giuseppe Pignatone, attuale Procuratore della Repubblica di Roma, si era autoaccusato di tre attentati fatti nel 2010. Il primo fu quello compiuto contro la Procura generale di Reggio Calabria, davanti al portone della quale fu fatto esplodere un ordigno. Il secondo, pochi giorni dopo, fu l’attentato incendiario contro il portone dell’edificio in cui abita il Procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro. La terza intimidazione, infine, fu quella diretta contro lo stesso procuratore Pignatone: davanti agli uffici della Dda fu lasciato un bazooka, la cui presenza fu segnalata con una telefonata anonima fatta da un telefono pubblico alla Polizia. Tutti episodi che vennero spiegati da Lo Giudice, dopo il suo pentimento, con l’attuazione di una strategia della tensione da parte della ‘ndrangheta contro la magistratura di Reggio Calabria. Nei memoriali inviati ad un avvocato dopo la sua fuga, Lo Giudice ritratto’ poi le sue affermazioni autoaccusatorie, dichiarando la propria estraneita’ ai tre episodi e sostenendo che le dichiarazioni erano frutto delle pressioni esercitate nei suoi confronti dalla Dda di Reggio Calabria, accusando duramente la magistratura reggina di pesanti contrasti interni.