Reggio, la sentenza integrale del Tar del Lazio che conferma lo scioglimento del Comune

images Il testo integrale della sentenza del Tar del Lazio di ieri che conferma lo scioglimento del Comune di Reggio Calabria. Il ricorso era stato presentato in precedenza da, tra gli altri, l’ex sindaco Demi Arena:

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima) ha pronunciato la presente SENTENZAsul ricorso numero di registro generale 10855 del 2012, integrato da motivi aggiunti, proposto da: Demetrio Arena, Paolo Anghelone, Giuseppe Martorano, Pasquale Morisani, Vincenzo Roberto Leo, Walter Curatola, Monica Falcomata’, Clotilde Maria Minasi, Demetrio Porcino, Vincenzo Nociti, Pasquale Imbalzano, Daniele Romeo, Antonio Pizzimenti, Pasquale Giovanni Naso, Demetrio Berna, rappresentati e difesi dagli avv.ti Alberto Gamberini, Francesco Migliarotti, Luigi Migliarotti, Roberto Nania, Giuseppe Valentino, con domicilio eletto presso lo studio dell’avv. Nania in Roma, via C. Poma, n.2; contro Presidenza della Repubblica, Presidenza del Consiglio dei ministri, Ministero dell’interno, U.T.G. – Prefettura di Reggio Calabria, rappresentati e difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso la cui sede domiciliano in Roma, via dei Portoghesi, n.12; Comune di Reggio Calabria; nei confronti di Vincenzo Panico, Giuseppe Castaldo, Dante Piazza; per l’annullamento: – del decreto del Presidente della Repubblica 10 ottobre 2012, pubblicato nella G.U. n. 246 del 20 ottobre 2012, con il quale è stato disposto lo scioglimento del Consiglio Comunale di Reggio Calabria per la durata di 18 mesi, ai sensi del d. lgs. 267/2000, con conseguente nomina di una commissione straordinaria per la gestione provvisoria dell’ente; – della allegata nota 9 ottobre 2012 del Ministero del’interno; – della allegata relazione della Prefettura di Reggio Calabria n. 2324/2012 al Ministro dell’interno, recante proposta dell’amministrazione straordinaria ai sensi dell’art. 143 d.lgs. 267/2000; – del parere del Comitato provinciale dell’ordine e della sicurezza pubblica, non conosciuto; – della relazione conclusiva della Commissione di accesso rassegnata al Prefetto di Reggio Calabria; – del provvedimento del Prefetto di Reggio Calabria n. 3057/2012, notificato l’11 ottobre 2012, di sospensione del Consiglio Comunale di Reggio Calabria nelle more della emanazione del decreto di scioglimento; – di tutti gli atti presupposti, collegiali, connessi e consequenziali comunque lesivi degli interessi e dei diritti dei ricorrenti, ivi compresi i verbali della commissione di accesso e (delle Forze dell’ordine), anche non conosciuti (RICORSO); – della deliberazione del Consiglio dei ministri adottata il 9 ottobre 2012, citata nel D.P.R. 10 ottobre 2012 (MOTIVI AGGIUNTI).

images

Visto il ricorso; Visto l’atto di proposizione di motivi aggiunti; Visto l’atto di costituzione in giudizio della Presidenza della Repubblica, della Presidenza del Consiglio dei ministri, del Ministero dell’interno, della Prefettura di Reggio Calabria; Viste le memorie difensive; Visti tutti gli atti della causa; Relatore nell’udienza pubblica del 17 luglio 2013 il cons. Anna Bottiglieri e uditi per le parti i difensori come da relativo verbale; Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue.

FATTO Con l’atto introduttivo del giudizio all’odierno esame impugnano i ricorrenti, nelle qualità di sindaco e di componenti uscenti della Giunta e del Consiglio Comunale di Reggio Calabria, il decreto del Presidente della Repubblica 10 ottobre 2012 e gli altri atti indicati in epigrafe, con i quali, ai sensi dell’art. 143 del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267, è stato disposto lo scioglimento del Consiglio Comunale di Reggio Calabria per la durata di 18 mesi ed è stata nominata una commissione straordinaria per la gestione provvisoria dell’ente. Queste le censure dedotte a sostegno del gravame. 1) Violazione dell’art. 51 Cost. in relazione all’art. 143, commi 1, 2 e 5 d.lgs. 267/2000 – Sviamento di potere e eccesso di potere, per travisamento, erronea valutazione dei presupposti di fatto, difetto di motivazione. La ricostruzione posta a base dello scioglimento violerebbe la fattispecie normativa di cui all’art. 143 del d.lgs. 267/2000 non tenendo conto delle profonde modifiche di recente apportatevi dal legislatore, che, al fine di non vanificare l’esito delle scelte elettorali delle comunità locali, circoscriverebbero entro un ambito molto più rigoroso rispetto al passato la discrezionalità dell’esecutivo nell’esercizio del potere extra ordinem di scioglimento. Alla luce della precedente formulazione della norma, che richiedeva la mera presenza di “elementi su collegamenti diretti e indiretti” con la criminalità organizzata riferibili agli “amministratori” in via generale, il potere di scioglimento si profilava quale esito della formulazione di un giudizio prognostico sull’astratta idoneità dei detti elementi a compromettere la libera determinazione degli organi elettivi, anche in carenza di riscontri oggettivi: gli organi elettivi comunali avrebbero indi potuto subire le conseguenze di una situazione di fatto di natura ambientale contra legem anche laddove imputabile esclusivamente al personale amministrativo comunale. Ora, le modifiche apportate all’art. 143, d.lgs. 267/2000 – nel richiedere la presenza di “concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti” con la criminalità organizzata e nel riferire gli stessi agli amministratori di cui all’art. 77, comma 2 dello steimagessso decreto – avrebbero profondamente inciso sugli elementi soggettivi e oggettivi che giustificano l’esercizio del potere di scioglimento, specie laddove esso riguardi, come nel caso di specie, e come mai verificatosi in passato, gli organi elettivi di una città metropolitana. In tale contesto, il potere di scioglimento dovrebbe presupporre – stante le dimensioni della popolazione rappresentata e il corrispondente numero degli eletti – un ampio coinvolgimento e una permeabilità e pervasività agli interessi della criminalità organizzata, che non potrebbero concernere solo indizi relativi a singoli amministratori, pena la vanifica del potere dell’A.G. di adottare nei confronti dei medesimi le misure ad personam di cui all’art. 142 d.lgs 267/2000. Alle stesse conclusioni si perverrebbe anche sulla scorta della precedente disciplina nonché alla luce dei principi di ragionevolezza e proporzionalità amministrativa, atteso che più articolato e complesso è l’apparato amministrativo, minore è la possibilità del singolo infiltrato di incidere e condizionare il procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi. Il potere di scioglimento sarebbe ormai correlato a tre direttrici vincolanti: l’esistenza di elementi concreti, univoci e rilevanti di collegamento con la criminalità organizzata; la possibilità di individuare i referenti di tali organizzazioni negli amministratori di cui all’art. 77, comma 2 d.lgs. 267/2000; la conseguente alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi comunali tale da comprometterne il buon andamento, il regolare funzionamento e da determinare il pregiudizio della sicurezza pubblica, da accertare mediante la presenza di più di un singolo provvedimento concreto che dimostrino lo sviamento. Tali condizioni oggettive non si rinverrebbero in alcun modo nella fattispecie, come emergerebbe dallo stesso errato assunto di fondo della relazione della commissione d’accesso, che si sarebbe limitata a registrare la diffusa presenza della criminalità organizzata sul territorio e le precarie condizioni di funzionalità dell’ente territoriale (condizione che atterrebbe a molti comuni italiani), senza alcun nesso eziologico con le pressioni esercitate dalla criminalità sugli organi elettivi, senza l’indicazione vincolante degli amministratori ritenuti responsabili delle condotte causative dello scioglimento richiesta dall’art. 143, comma 4 d.lgs. 267/2000, senza considerare che le precarie condizioni di funzionalità dell’ente non rileverebbero autonomamente, come dimostrerebbe ulteriormente il rimedio, diverso dallo scioglimento, di cui all’art. 143, comma 5 dello stesso decreto 267/2000, che riguarda il personale amministrativo. Si sarebbe fatto illegittimo ricorso al potere di scioglimento degli organi elettivi anziché adottare i poteri cautelativi di cui all’art. 143, comma 5 d.lgs. 267/2000 nei confronti del personale amministrativo oggetto di indagini penali, pur sussistendone i presupposti. La relazione prefettizia opererebbe un generico riferimento alle pendenze penali che interesserebbero alcuni consiglieri, senza precisarne la rilevanza, tant’è che le stesse (tranne per un caso) non sarebbero poi state richiamate in sede di conclusioni. Che tali elementi non siano rilevanti sarebbe attestato anche dalla carenza di provvedimenti dell’A.G. ex art. 142 d.lgs. 267/2000. In ogni caso tali pendenze non rileverebbero ex se ai fini dell’adozione dello scioglimento di cui all’art. 143 d.lgs. 267/2000. Sarebbero irrilevanti i richiami ai legami di parentela dei dipendenti comunali con esponenti della malavita, atteso che la loro assunzione non è riferibile agli amministratori disciolti. Lo scioglimento sarebbe stato disposto per finalità politiche. 2) Violazione dell’art. 143, commi 1, 2 e 4 per sviamento ed eccesso di potere. La proposta del Ministro dell’interno opererebbe un rinvio diretto alle valutazioni della commissione d’accesso: le stesse risulterebbero pertanto indebitamente sovrapposte a quelle del Prefetto e non tradotte in termini politici, come richiesto dal modello procedimentale di cui all’art. 143 d.lgs. 267/2000. Vieppiù, la proposta ministeriale fatta propria dal decreto di scioglimento si discosterebbe apertamente dalle motivazioni indicate nella relazione prefettizia. Le conclusioni della proposta ministeriale sarebbero sostanzialmente diverse dalle conclusioni della relazione prefettizia, ciò che renderebbe illegittime le prime e viziato da contraddittorietà l’atto finale che si riferisce ad ambedue. La normativa primaria, al fine di sottrarre l’istituto al pericolo di un utilizzo politico, riserverebbe al provvedimento di alta amministrazione del Prefetto la formulazione degli specifici addebiti sulla base dei quali pervenire alla formulazione del parere di scioglimento: la proposta ministeriale potrebbe quindi fare proprie in tutto o in parte le valutazioni prefettizie, basate su una puntuale conoscenza del territorio, ma non sostituirsi a esse. Nella fattispecie, la proposta ministeriale avrebbe modificato il contenuto della relazione prefettizia effettuando autonomi apprezzamenti di merito. A sua volta, la relazione prefettizia sarebbe finalizzata al solo scopo di sottrarre l’autorità prefettizia, evidentemente compulsata in tal senso, alla proposta di adozione delle misure cautelari di cui all’art. 143, comma 5 d.lgs. 267/2000, risulterebbe formulata in termini generici e dubitativi e, rimandando a mere risultanze processuali e ad una generica carenza di azioni di contrasto alla criminalità organizzata, nulla direbbe in ordine alla concreta esistenza dei presupposti di legge per procedere allo scioglimento. Invece la disciolta giunta nei pochi mesi della sua attività si sarebbe adoperata a tutela della legalità e per contrastare le disfunzioni dell’apparato amministrativo. La rilevata carenza delle azioni di cui sopra, di cui non verrebbe neanche chiarita la portata, rileverebbe eventualmente solo sul piano della responsabilità amministrativa e contabile e sarebbe del tutto inidonea a giustificare il disposto scioglimento degli organi elettivi comunali. La proposta ministeriale, anche mediante una fuorviante lettura della giurisprudenza amministrativa, tenterebbe illegittimamente di porre rimedio alle lacune della relazione prefettizia, e ciò fornendo un’autonoma motivazione delle ragioni militanti a sostegno dello scioglimento, che sarebbe da attribuire esclusivamente alla volontà dell’autorità politica e risulterebbe sfornita di quegli elementi connotati dalla consistenza richiesta dalla legge. Sia nella relazione prefettizia, redatta in termini dubitativi, che nella proposta ministeriale, di portata novativa rispetto alla prima, difetterebbe l’imprescindibile dimostrazione del legame tra i provvedimenti degli organi elettivi e la pressione della criminalità organizzata. La presenza nei disciolti organi elettivi di assessori e consiglieri facenti parte della precedente giunta o del precedente consiglio comunale, in assenza di qualsiasi riferimento fattuale di collegamento con la criminalità, non integrerebbe quella condizione connotata da univocità, concretezza e rilevanza che consente il ricorso al rimedio eccezionale dello scioglimento, provvedimento di cui non sarebbe pertanto dato comprendere le motivazioni. Gli atti gravati sarebbero frutto di una scelta aprioristica di valenza esclusivamente politica, volta a dimostrare all’opinione pubblica il nuovo corso intrapreso a livello centrale nella lotta alla criminalità. Neanche l’arresto di un consigliere comunale per collusione con la criminalità ovvero il collegamento con la stessa di alcuni dipendenti giustificherebbero la misura gravata. L’accertamento contenuto negli atti gravati si esaurirebbe in una minuziosa analisi dell’attività amministrativa, che risulterebbe riferibile prevalentemente alle precedenti amministrazioni nonché condotta con un’ottica suggestiva e fuorviante e in carenza dell’indicazione dei dirigenti attinti da collegamenti con la criminalità. 3) Violazione dell’art. 143 d.lgs. 267/2000 – Eccesso di potere per erronea valutazione dei presupposti di fatto e per difetto di motivazione. I rilievi su cui baserebbero gli atti gravati ricalcherebbero per la gran parte le indagini a suo tempo svolte dal Ministero dell’economia e delle finanze, attraverso la Ragioneria generale dello Stato, dalla Corte dei conti e dalla Procura della Repubblica, che atterrebbero a fatti imputabili a precedenti amministrazioni e in ogni caso a inefficienze amministrative difettanti del nesso eziologico con la criminalità organizzata e che pertanto non assumerebbero alcuna valenza nella presente sede. Il lavoro di indagine dimostrerebbe il cattivo funzionamento dell’ente ma non offrirebbe alcuna prova dell’esistenza degli elementi che la legge considera costitutivi del rischio di condizionamento a carattere criminale degli organi elettivi. Sarebbero erronei tutti i rilievi sollevati nell’ambito dei filoni di attività posti in esame [assetto organizzativo degli uffici e dei servizi comunali; stazione unica appaltante; politiche sociali; lavori pubblici; bene confiscato; mercato ortofrutticolo; patrimonio; avvocatura civica; tracciabilità pagamenti; Multiservizi s.p.a.; segnalazioni qualificate; Leonia-fornitore Fontana; Leonia s.p.a.; RE.G.E.S. s.p.a.; Sindaco Arena; amministratori e dipendenti; finanze e tributi; urbanistica (condono edilizio, lottizzazioni, edilizia privata); sportello attività produttive; Società per l’attrazione degli investimenti – S.A.T.I. s.r.l.. Esaurita l’illustrazione delle illegittimità rilevate a carico degli atti impugnati, i ricorrenti ne domandano l’annullamento. A mezzo di motivi aggiunti parte ricorrente estende l’azione impugnatoria alla deliberazione del Consiglio dei ministri intervenuta nel procedimento di scioglimento e meglio indicata in epigrafe, avverso la quale deduce le stesse illegittimità già denunziate a carico dei provvedimenti gravati con l’atto introduttivo del giudizio. Costituitisi in resistenza, la Presidenza della Repubblica, la Presidenza del Consiglio dei ministri, il Ministero dell’interno, la Prefettura di Reggio Calabria concludono per la reiezione del gravame, di cui espongono l’infondatezza. Le parti sviluppano in memorie le proprie difese. Il ricorso viene trattenuto in decisione alla pubblica udienza del 24 aprile 2013. DIRITTO 1. Si controverte in ordine alla legittimità dello scioglimento del Consiglio Comunale di Reggio Calabria per la durata di diciotto mesi e della nomina della commissione straordinaria per la gestione del Comune, disposti con decreto del Presidente della Repubblica 10 ottobre 2012, ai sensi dell’art. 143 del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267. La questione è proposta dalla parte ricorrente, costituita da componenti del disciolto organo elettivo, compreso il sindaco, i quali, mediante le dedotte censure, espongono l’insussistenza degli elementi concreti, univoci e rilevanti cui l’art. 143 t.u. enti locali, nel testo allo stato vigente, subordina l’esercizio della potestà straordinaria di scioglimento dell’organo elettivo comunale. Tale condizione inficiante emergerebbe, secondo i ricorrenti, dall’avvenuto scostamento dell’andamento degli atti del procedimentale dal modello legale delineato dallo stesso art. 143 TUEL, dalla genericità e dall’inconsistenza delle ragioni poste a motivo dello scioglimento, dalla inesistenza a carico del Comune di Reggio Calabria delle gravi e specifiche disfunzioni richiamate dal comma 1 dell’art. 143 del d.lgs. 267/2000. Resistono a tale prospettazione la Presidenza della Repubblica, la Presidenza del Consiglio dei ministri e il Ministero dell’interno – Ufficio territoriale del Governo di Reggio Calabria. 2. Prima di passare all’esame delle singole questioni poste dal gravame giova premettere che ai sensi del ripetuto art. 143 TUEL, comma 1, “…i consigli comunali e provinciali sono sciolti quando, anche a seguito di accertamenti effettuati a norma dell’articolo 59, comma 7, emergono concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare degli amministratori di cui all’articolo 77, comma 2, ovvero su forme di condizionamento degli stessi, tali da determinare un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere il buon andamento o l’imparzialità delle amministrazioni comunali e provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi ad esse affidati, ovvero che risultino tali da arrecare grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica”. Il comma 2 dispone che al fine di verificare la sussistenza degli elementi di cui al comma 1 anche con riferimento al segretario comunale o provinciale, al direttore generale, ai dirigenti ed ai dipendenti dell’ente locale, il prefetto competente per territorio dispone ogni opportuno accertamento, di norma promuovendo l’accesso presso l’ente interessato. In particolare, il prefetto può nominare una commissione d’indagine, composta da tre funzionari della pubblica amministrazione, attraverso la quale esercita i poteri di accesso e di accertamento di cui è titolare per delega del Ministro dell’interno ai sensi dell’ articolo 2, comma 2-quater, del decreto-legge 29 ottobre 1991, n. 345, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 dicembre 1991, n. 410. Entro tre mesi dalla data di accesso, rinnovabili una volta per un ulteriore periodo massimo di tre mesi, la commissione termina gli accertamenti e rassegna al prefetto le proprie conclusioni. Il comma 3 prevede che entro il termine di quarantacinque giorni dal deposito delle conclusioni della commissione d’indagine, ovvero quando abbia comunque diversamente acquisito gli elementi di cui al comma 1 ovvero in ordine alla sussistenza di forme di condizionamento degli organi amministrativi ed elettivi, il prefetto, sentito il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica integrato con la partecipazione del procuratore della Repubblica competente per territorio, invia al Ministro dell’interno una relazione nella quale si dà conto della eventuale sussistenza degli elementi di cui al comma 1 anche con riferimento al segretario comunale o provinciale, al direttore generale, ai dirigenti e ai dipendenti dell’ente locale. Nella relazione sono, altresì, indicati gli appalti, i contratti e i servizi interessati dai fenomeni di compromissione o interferenza con la criminalità organizzata o comunque connotati da condizionamenti o da una condotta antigiuridica. Nei casi in cui per i fatti oggetto degli accertamenti o per eventi connessi sia pendente procedimento penale, il prefetto può richiedere preventivamente informazioni al procuratore della Repubblica competente, il quale, in deroga all’articolo 329 c.p.p., comunica tutte le informazioni che non ritiene debbano rimanere segrete per le esigenze del procedimento. Infine, secondo il comma 4, lo scioglimento è disposto con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell’interno, previa deliberazione del Consiglio dei ministri entro tre mesi dalla trasmissione della relazione di cui al comma 3, ed è immediatamente trasmesso alle Camere. Nella proposta di scioglimento sono indicati in modo analitico le anomalie riscontrate ed i provvedimenti necessari per rimuovere tempestivamente gli effetti più gravi e pregiudizievoli per l’interesse pubblico; la proposta indica, altresì, gli amministratori ritenuti responsabili delle condotte che hanno dato causa allo scioglimento. Lo scioglimento del consiglio comunale o provinciale comporta la cessazione dalla carica di consigliere, di sindaco, di presidente della provincia, di componente delle rispettive giunte e di ogni altro incarico comunque connesso alle cariche ricoperte, anche se diversamente disposto dalle leggi vigenti in materia di ordinamento e funzionamento degli organi predetti. 3. Sempre in via preliminare, non sembra superfluo richiamare, in linea generale, gli indirizzi di interpretazione e applicazione della normativa in materia, come definiti dalla giurisprudenza costituzionale e amministrativa (Corte Costituzionale, sentenza 19 marzo 1993, n. 103; C. Stato, IV 21 maggio 2007, n. 2583; 24 aprile 2009, n. 2615; VI, 15 marzo 2010, n. 1490; 17 gennaio 2011, n. 227; 10 marzo 2011, n. 1547), i quali possono essere così riassunti: – lo scioglimento dell’organo elettivo si connota quale misura di carattere straordinario per fronteggiare un’emergenza straordinaria; – sono giustificati margini ampi nella potestà di apprezzamento dell’amministrazione nel valutare gli elementi su collegamenti diretti o indiretti, non traducibili in singoli addebiti personali, ma tali da rendere plausibile il condizionamento degli amministratori, pur quando il valore indiziario dei dati non sia sufficiente per l’avvio dell’azione penale, essendo asse portante della valutazione di scioglimento, da un lato, la accertata o notoria diffusione sul territorio della criminalità organizzata e, dall’altro, le precarie condizioni di funzionalità dell’ente in conseguenza del condizionamento criminale; – rispetto alla pur riscontrata commissione di atti illegittimi da parte dell’amministrazione, è necessario un quid pluris, consistente in una condotta, attiva od omissiva, condizionata dalla criminalità anche in quanto subita, riscontrata dall’amministrazione competente con discrezionalità ampia, ma non disancorata da situazioni di fatto suffragate da obbiettive risultanze che rendano attendibili le ipotesi di collusione, così da rendere pregiudizievole per i legittimi interessi della comunità locale il permanere alla sua guida degli organi elettivi. Ciò in quanto l’art. 143 del TUEL precisa le caratteristiche di obiettività delle risultanze da identificare, richiedendo che esse siano concrete, e perciò fattuali, univoche, ovvero non di ambivalente interpretazione, rilevanti, in quanto significative di forme di condizionamento. Ma, come la giurisprudenza, anche della Sezione, ha avuto più volte modo di precisare sul tema, il legislatore consente un’indagine sulla ricostruzione della sussistenza di un rapporto tra gli amministratori e la criminalità organizzata sulla scorta di circostanze che possono presentare un grado di significatività e di concludenza di livello inferiore rispetto a quelle che legittimano l’azione penale o l’adozione di misure di sicurezza nei confronti degli indiziati di appartenenza ad associazioni di tipo mafioso o analoghe. Tant’è che la diposizione in commento utilizza una terminologia ampia e indeterminata nell’individuazione dei presupposti per il ricorso alla misura straordinaria. Del resto, il rimedio è predisposto anche per fronteggiare situazioni estranee all’area propria dell’intervento penalistico o preventivo, nell’evidente consapevolezza della scarsa percepibilità, in tempi brevi, delle varie concrete forme di connessione o di contiguità – e dunque di condizionamento – fra organizzazioni criminali e sfera pubblica, e della necessità di evitare con immediatezza che l’amministrazione dell’ente locale rimanga permeabile all’influenza della criminalità organizzata. Proprio alla stregua dei richiamati presupposti normativi, trovano giustificazione gli ampi margini per l’apprezzamento degli effetti derivanti dal collegamento o dal condizionamento in termini di compromissione della libera determinazione degli organi elettivi, del buon andamento dell’amministrazione, del regolare funzionamento dei servizi, ovvero in termini di grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica. Ne deriva in finale che risultano idonei a costituire presupposto per lo scioglimento dell’organo comunale anche situazioni che, di per sé, non rivelino direttamente, né lascino presumere, l’intenzione degli amministratori di assecondare gli interessi della criminalità organizzata (C. Stato, VI, 24 aprile 2009, n. 2615; 6 aprile 2005, n. 1573). 4. Qualche cenno va ancora riservato alla tipologia dello scrutinio di legittimità rimesso alla presente sede, che, come da costante giurisprudenza, in conseguenza dei profili interpretativi sopra accennati, è esercitabile nei limiti della presenza di elementi che denotino, con sufficiente concludenza, la deviazione del procedimento dal suo fine di legge. Con l’avvertenza che l’operazione in cui consiste l’apprezzamento giudiziale delle acquisizioni in ordine a collusioni e condizionamenti non può però essere effettuata mediante l’estrapolazione di singoli fatti ed episodi, al fine di contestare l’esistenza di taluni di essi ovvero di sminuire il rilievo di altri in sede di verifica del giudizio conclusivo sull’operato consiliare. Ciò in quanto, in presenza di un fenomeno di criminalità organizzata diffuso nel territorio interessato dalla misura di cui si discute, gli elementi posti a conferma di collusioni, collegamenti e condizionamenti vanno considerati nel loro insieme, poiché solo dal loro esame complessivo può ricavarsi la ragionevolezza della ricostruzione di una situazione identificabile come presupposto per l’adozione della misura stessa (C. Stato, IV, 6 aprile 2005, n. 1573; 4 febbraio 2003, n. 562; V, 22 marzo 1998, n. 319; 3 febbraio 2000, n. 585). 5. Sulla scorta di tutte le coordinate normative, interpretative e giurisprudenziali di cui è stata fatta sin qui sintetica ricognizione può passarsi alla disamina del ricorso in esame, che si profila infondato. 6. Occorre immediatamente chiarire che i ricorrenti non possono essere seguiti laddove, in occasione della effettuata ricostruzione dei limiti di legalità del ricorso al rimedio straordinario di cui trattasi per come evincibili alla luce dei principi generali dell’ordinamento e della vigente formulazione dell’art. 143 del d.lgs. 267/2000, tendono a far intravedere che il potere di scioglimento dell’organo elettivo comunale sia stato nella fattispecie consapevolmente utilizzato in totale carenza dei presupposti di legge, all’esclusivo scopo di soddisfare specifiche esigenze di visibilità dell’azione del Governo in carica alla data dello scioglimento in tema di lotta alla criminalità organizzata. In linea generale, il piano di lettura proposto dalla parte ricorrente mediante l’argomentazione in esame è innanzitutto inammissibile laddove ridonda in considerazioni di carattere politico, cronachistico, dietrologico, ciò che si pone al di fuori dell’alveo costituito dallo scrutinio di legittimità rimesso alla presente sede. Quest’ultimo – si rammenta – attiene esclusivamente alla verifica di se l’intervento di carattere straordinario sia stato posto in essere in ragione dell’avvenuta emersione di elementi che alla luce dell’art. 143 del d.lgs. 267/2000 sono idonei (id est concreti, univoci e rilevanti) a far trasparire modelli di collegamento diretto o indiretto tra amministratori locali e criminalità organizzata di tipo mafioso o similare ovvero forme di condizionamento dei primi, determinanti i gravi effetti patologici nella gestione della cosa pubblica richiamati dalla disposizione stessa. Resta estranea a siffatto giudizio ogni considerazione che – come quelle cui i ricorrenti affidano l’affermazione in discorso – non trovi diretto e immediato riscontro, secondo l’esclusiva ottica della rilevanza giuridica riguardata secondo i canoni propri del diritto amministrativo, nell’apprezzamento degli elementi di fatto e di diritto presi in considerazione dal provvedimento, ovvero che non refluisca in indizi suscettibili di rivelare – secondo le tipizzate categorie dei vizi dell’atto amministrativo – l’esistenza di anomalie e irregolarità nella formazione della determinazione amministrativa. Anche le puntuali censure poste a sostegno della stessa tesi non risultano poi convincenti. 7. Questi gli snodi logici del gravame. Affermano i ricorrenti che gli elementi relativi ai collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare ovvero le forme di condizionamento che legittimano lo scioglimento del consiglio comunale, alla luce del comma 1 dell’art. 143 TUEL, devono riguardare esclusivamente gli amministratori dell’ente territoriale in senso proprio, ovvero i soggetti di cui all’art. 77, comma 2 TUEL, che la disposizione testualmente richiama. Ciò posto, secondo i ricorrenti nella vicenda in esame le predette condizioni concernerebbero il solo personale amministrativo. Affermano i ricorrenti che la suddetta circostanza – contrariamente a quanto erroneamente accertato dalla commissione di indagine di cui al comma 2 dello stesso art. 143 TUEL – emergerebbe con ogni chiarezza dalla relazione predisposta ai sensi del comma 3 dell’art. 143 TUEL dal Prefetto, ovvero dall’organo che dispone di una approfondita conoscenza del territorio comunale. Con la conseguenza che, sempre secondo i ricorrenti: – la relazione prefettizia, per un verso, sarebbe ambigua e dubitativa nell’accertamento dei presupposti che legittimano la dissoluzione dell’organo consiliare, mentre, per altro verso, laddove conclude in tal senso, sarebbe sviata dall’intendimento di sottrarre l’Autorità prefettizia alla proposta di adozione nei confronti del personale stesso delle misure cautelari di cui all’art. 143, comma 5, d.lgs. 267/2000 (sospensione dall’impiego; destinazione ad altro ufficio; obbligo di avvio del procedimento disciplinare), previste per il caso in cui non sussistano gli elementi per disporre lo scioglimento nei confronti degli amministratori; – la proposta del Ministro dell’interno, al fine di concludere in ogni caso per lo scioglimento, “aggirerebbe” il problema costituito dall’ambivalenza della relazione prefettizia, forzandola ovvero integrandola con autonome considerazioni, attinte direttamente dalle conclusioni della commissione di indagine. L’illustrato iter argomentativo non trova alcun riscontro negli atti di causa. 8. Le censure attinenti la relazione della Prefettura di Reggio Calabria – Organo Esecutivo di Sicurezza, n. 2324/2012/Segr.Sic. del 26 luglio 2012 intervenuta nel procedimento conclusosi con il decreto di scioglimento impugnato e a esso allegato sono frutto di un evidente travisamento del contenuto della relazione. 8.1. Il documento in parola non lascia alcun dubbio, diversamente da quanto lasciato intendere dai ricorrenti, su quale sia stato il punto di partenza della relazione prefettizia. Essa relazione prefettizia invero più volte richiama e fa proprie le conclusioni della commissione d’indagine di cui al comma 2 dell’art. 143 TUEL, dando atto dell’avvenuta analisi da parte di questa non solo di “tutta la struttura burocratica-amministrativa del Comune” (pag. 4) ma ancor prima “di un elevatissimo numero di atti e documenti” soprattutto in particolari settori di attività comunali ove si era registrato un “susseguirsi di inchieste giudiziarie anche durante il periodo di attività della stessa Commissione” che hanno coinvolto amministratori e dipendenti del Comune, e che risultano “dall’esaustivo elenco” contenuto nella relazione conclusiva della commissione (pagg. 2-3). Sotto il profilo formale, la relazione prefettizia dà indi espressamente atto della completezza e dell’accuratezza dell’operato della commissione d’indagine. 8.2. Anche sotto il profilo contenutistico e sostanziale non è rilevabile alcuna distonia tra le relazioni di cui ai commi 2 e 3 dell’art. 143 TUEL formate nella fattispecie. La commissione di indagine, come emerge dalle note conclusive della sua relazione, aveva segnalato a carico dell’amministrazione comunale di Reggio Calabria le seguenti emblematiche criticità: – nel settore lavori pubblici, l’assenza di adeguati protocolli di legalità regolanti l’attività contrattuale comunale anche al di sotto delle soglie comunitarie, in un territorio caratterizzato da un consistente numero di ditte in rapporti con la ‘ndrangheta, ciò che secondo la commissione “ha fatto sì che numerosi e cospicui affidamenti siano stati assegnati ripetutamente ad imprese caratterizzate da controindicazioni di tipo mafioso”; – nel settore attività produttive, la vicenda dello spontaneo, non autorizzato e non contrastato trasferimento degli operatori economici – di cui alcuni legati ai clan locali – in un’area mercatale i cui lavori non erano ancora stati completati; – nel settore patrimonio, l’omissione di controlli nell’assegnazione di alloggi “di cui ben 75 a prevenuti mafiosi”, e con la perdurante, ingiustificata e immotivata disponibilità di un immobile confiscato alla criminalità organizzata lasciato in uso “alla sorella del capo famiglia”; – nel settore avvocatura civica, l’affidamento, rimesso alla competenza dell’ Ufficio di gabinetto del sindaco, di incarichi legali riguardanti cause di rilevante valore a un avvocato compagna di un assessore comunale dimessosi nel marzo 2012 a seguito dell’inchiesta giudiziaria che ha portato all’arresto della madre della medesima, rea di aver favorito la latitanza di un boss ed essa stessa imparentata con la famiglia mafiosa; – nel settore sociale, l’assenza di controlli atti a impedire che, come è stato invece appurato, consistenti contributi (pari a quasi 2,5 milioni di euro) “finissero per essere erogati a soggetti giuridici operanti nel terzo settore, in rapporti di contiguità con le ‘ndrine locali”; – nelle evidenze giudiziarie che hanno “posto in primo piano i rapporti tra alcuni amministratori comunali eletti nella tornata del 201l, anche precedentemente in carica, ed esponenti della ‘ndrangheta a questi legati”; – nelle “comprovate cointeressenze tra la medesima criminalità organizzata, la Multiservizi RC Spa e la Leonia Spa, ove tra i fornitori è risultato figurare la ditta “Semac s.r.l.”, destinataria di informativa antimafia di natura interdittiva ed affidataria …di consistenti forniture”. Orbene, la semplice lettura della relazione prefettizia attesta che tutte tali criticità vengono richiamate – insieme a quelle interessanti anche altri settori – con le stesse caratteristiche negative delineate dalla relazione della commissione d’indagine: non è ravvisabile, pertanto, alcuna cesura nel merito dei presupposti assunti nella fattispecie dalle relazioni di cui ai commi 2 e 3 dell’art. 143 TUEL, che si connotano per totale identità. 8.3. Ancora, le conclusioni della relazione prefettizia non fanno emergere alcuna ambiguità nell’individuazione dello strumento che l’Organo esecutivo di sicurezza intravede quale rimedio atto a fronteggiare la gravità della situazione comunale. La relazione n. 2324/2012/Segr.Sic. del 26 luglio 2012 conclude infatti che: – “Le considerazioni sopra riportate inducono a ritenere gravemente compromessa la capacità amministrativa e gestionale del Comune di Reggio Calabria…”; – “L’analisi complessiva della situazione politico-gestionale dell’Ente, come tratteggiata dalla Commissione d’accesso, induce … a considerare l’ipotesi di una volontà specifica di non instaurare percorsi virtuosi e di non opporre un freno alla possibile intromissione, nelle articolazioni burocratiche, di personaggi collegati alla criminalità organizzata”, determinazione che “deriverebbe non già – e non solo – da una forma (più o meno diffusa) di incapacità amministrativa, quanto piuttosto da un adeguamento tacito e supino a una situazione ormai risalente nel tempo e divenuta oggi difficilmente fronteggiabile”; – “L’omessa attivazione di meccanismi di difesa preventiva in settori nevralgici … ha reso il Comune decisamente permeabile a condizionamenti esterni”; – “I collegamenti degli amministratori comunali con le cosche dominanti del reggino, accertati grazie alle operazioni di polizia giudiziaria sopra menzionate, sono un esempio della aggressione della mafia al livello istituzionale più alto del governo cittadino”; -“In quasi tutte le ripartizioni burocratiche … è stata rilevata una traccia indelebile di collegamento con le cosche locali”, “in molti servizi … la presenza incombente e pervasiva delle famiglie mafiose del territorio”; – “A fronte di tale generalizzata e opprimente presenza, l’Amministrazione non è risultata avere alcuna iniziativa utile e concreta di contrasto, non avendo prodotto alcun atto di seria opposizione al fenomeno criminale”. Di talchè, secondo l’Autorità prefettizia, è “chiaro” che la situazione descritta “rientra … nei dettami di cui all’art. 143 del D.Lgs. n. 267/2000, come modificato dall’art. 2 – comma 30 – della legge 15.7.2009, n. 94, rinvenendosi quegli elementi <<concreti, univoci e rilevanti>> di condizionamento criminale previsti dalla legge”. E ciò anche perché nella fattispecie “le intromissioni della criminalità organizzata appaiono talmente ramificate e pervasive, che non risultano opponibili con il mantenimento della situazione attuale”. 8.4. A fronte delle illuminanti parole utilizzate dalla relazione prefettizia, in uno con la commissione d’indagine, per descrivere le gravissime anomalie rilevate a carico degli organi del Comune di Reggio Calabria, della assoluta concludenza e sovrapponibilità di tali anomalie con quanto accertato dalla commissione di indagine, della sicura attribuzione ivi contenuta della loro afferenza alla situazione straordinaria tipizzata dall’art. 143 TUEL, il Collegio non riesce a comprendere quali siano le titubanze e le ambiguità che i ricorrenti intendono attribuire all’Organo prefettizio nella visualizzazione del problema costituito dall’accertamento della permeabilità del Comune di Reggio Calabria all’influenza criminale delle cosche mafiose e nella individuazione dello strumento atto a fronteggiarlo. Dovendosi, in ogni caso e per quanto sopra, decisamente concludere che se tali titubanze dovessero o potessero essere individuate nell’utilizzo, in talune limitatissime frasi delle conclusioni della relazione prefettizia, del tempo condizionale anziché indicativo nonchè di locuzioni quali “considerare l’ipotesi”, è evidente che il rilievo non assumerebbe alcuna portata viziante, essendo attribuibile esclusivamente a uno stile espositivo, e non potendo quindi legittimare, nel chiaro, univoco e granitico contesto sostanziale e formale in cui si inserisce, incertezze nell’interpretazione delle determinazioni propositive assunte nella relazione prefettizia e delle ragioni che ne costituiscono il sostegno. Così come – alla luce di quanto sin qui riferito in ordine ai ripetuti riferimenti contenuti nei due atti endoprocedimentali di cui qui si è fatta sintetica ricognizione all’apparato politico comunale e di quanto altro si dirà in seguito in ordine alla ravvisata sussistenza nella gestione del Comune reggino degli elementi idonei (perché concreti, univoci e rilevanti) a legittimare l’esercizio del potere straordinario di cui all’art. 143 del d.lgs. 267/2000, come racchiusi ed evidenziati nella proposta del Ministro dell’interno – va escluso che le responsabilità rilevate nella relazione della commissione d’indagine, nella relazione prefettizia e nella proposta di scioglimento dell’organo elettivo comunale possano ritenersi riguardare soltanto i dipendenti comunali e non anche gli amministratori. 9. Accertata l’infondatezza delle censure dalla parte ricorrente indirizzate avverso la relazione della Prefettura di Reggio Calabria – Organo Esecutivo di Sicurezza, n. 2324/2012/Segr.Sic. del 26 luglio 2012, deve ora rilevarsi che risultano destituite di ogni fondamento anche le doglianze secondo cui il successivo atto del procedimento in esame, ovvero la proposta del Ministro dell’interno, si connoterebbe per essere finalizzata ad “aggirare” le conclusioni assunte dal Prefetto e concludere comunque, ovvero al di là di quanto da esse consentito, per lo scioglimento dell’ente comunale. Sul punto, va immediatamente rilevato che, come si è appena visto, le conclusioni della relazione prefettizia risultavano, anche alla luce delle valutazioni della commissione d’indagine, univocamente concludenti per la proposta di scioglimento dell’amministrazione comunale di Reggio Calabria ex art. 143 TUEL, e non abbisognavano quindi di essere ulteriormente rafforzate o integrate, come suggerito dai ricorrenti. Inoltre, poiché le valutazioni della commissione d’accesso, come pure sopra visto, sono state assunte e inglobate nella relazione prefettizia, non emerge nel rinvio operato dalla proposta ministeriale anche alla relazione della commissione d’accesso l’indebita sovrapposizione che i ricorrenti pongono criticamente in evidenza. Del resto, al riguardo, i ricorrenti non possono essere seguiti neanche più a monte, laddove affermano che il modello assunto dall’art. 143 d.lgs. 267/2000, al fine di evitare un uso “politico” del potere di scioglimento, escluderebbe che un ruolo determinante nel relativo procedimento possa essere assunto dalla valutazione ministeriale, con conseguente preclusione per tale sede di effettuare apprezzamenti di merito autonomi rispetto alle risultanze endoprocedimentali, e in specie rispetto a quelle prefettizie. Ribadito, invero, che nella fattispecie non è rinvenibile alcuno scostamento tra la relazione della commissione di indagine, la relazione prefettizia e la proposta ministeriale, di talchè tutte le argomentazioni ricorsuali in esame vedono sfiorire il loro presupposto sostanziale, consistente nella prospettazione di una relazione prefettizia contraria allo scioglimento, o comunque sul punto ambigua, che come detto non vi è, i termini assoluti fatti propri dal descritto impianto teorico non meritano condivisione. La Sezione (Tar Lazio, Roma, I, 1° febbraio 2012, n. 1119) ha già avuto modo di affermare che l’art. 143 del d.lgs. 267/2000 rimette l’adozione del rimedio extra ordinem in parola alle massime cariche dello Stato, rappresentate dalla Presidenza della Repubblica e dal Consiglio dei ministri, e riserva la funzione proponente al Ministro dell’interno. E’, in particolare, alla proposta del Ministro dell’interno che la disposizione chiede di rappresentare “in modo analitico le anomalie riscontrate ed i provvedimenti necessari per rimuovere tempestivamente gli effetti più gravi e pregiudizievoli per l’interesse pubblico”. Laddove, invece, nel riferirsi alla relazione prefettizia, la disposizione afferma che essa “dà conto della eventuale sussistenza degli elementi di cui al comma 1”. La proposta del Ministero dell’interno svolge, quindi, il ruolo centrale di nucleo espressivo della determinazione tecnica sottostante allo scioglimento ex art. 143 d.lgs. 267/2000. In altre parole, è alla proposta del Ministro dell’interno che va sussunto il ruolo, al contempo, di sede conclusiva dell’attività di istruttoria, ovvero di vaglio e di ponderazione degli elementi contenuti nelle relazioni della commissione di indagine e prefettizia, e di atto propulsivo dell’ultimo segmento procedimentale, costituito dalla deliberazione del Consiglio dei ministri e dalla emanazione del decreto presidenziale. Tale funzione risulta propria della natura della valutazione da compiersi e del livello sia degli organi cui la proposta è rivolta al fine del compimento della definitiva volontà decisionale, sia di quelli che vi soggiacciono. Pertanto, contrariamente a quanto sembrano ritenere i ricorrenti, la proposta del Ministero dell’interno rappresenta il solo documento dal quale pretendere l’esposizione e la “pesatura” degli elementi di fatto legittimanti l’adozione della misura dello scioglimento dell’organo elettivo, ovvero la rappresentazione della rilevata sussistenza delle condizioni richieste dall’art. 143 del d.lgs. 267/2000. E, in tale delicata funzione, la proposta del Ministro dell’interno non può ritenersi vincolata dalle eventuali, difformi valutazioni contenute nella relazione prefettizia, pena lo scostamento dall’equilibrio raggiunto dall’art. 143 del d.lgs. 267/2000 nella definizione dell’espressione delle volontà che intervengono nel procedimento di scioglimento. Non si vuole con ciò dire che quanto acclarato nella relazione prefettizia, sia in termini di esposizione dei concreti elementi di fatto sia in riferimento alle correlate valutazioni, non rappresenti un passaggio fondamentale del procedimento di cui si discute. Una simile conclusione involverebbe in una ingiustificata sottovalutazione della delicata funzione svolta dall’Ufficio territoriale di governo ai sensi dell’art. 143 del d.lgs. 267/2000 che: – al comma 2, assegna al Prefetto il ruolo di impulso della fase istruttoria, conferendogli i poteri volti a disporre ogni opportuno accertamento, ivi compresso l’accesso presso l’ente interessato, mediante apposita commissione d’indagine dal medesimo nominata e che a lui riferisce; – al comma 3, assegna al Prefetto, anche al di là delle conclusioni della commissione d’indagine, e sentito il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica integrato con la partecipazione del Procuratore della Repubblica competente per territorio, il compito di inviare all’amministrazione centrale, e, segnatamente al Ministro dell’interno, la relazione nella quale si dà conto della eventuale sussistenza degli elementi per procedere allo scioglimento. Ma, nondimeno, tenuto conto della prerogativa di proposta che l’art. 143 del d.lgs. 267/2000 assegna in via esclusiva alla sede ministeriale, e alla conseguente necessità di assicurarne la piena effettività, si deve senz’altro concludere che sussiste la facoltà del Ministro dell’interno di orientare autonomamente, e quindi anche in diverso avviso rispetto alla relazione prefettizia, il proprio convincimento in ordine alle conseguenze da trarre dagli elementi acquisiti mediante la relazione della commissione di accesso e la relazione prefettizia, sempreché, naturalmente, in coerenza con gli elementi stessi. Anche C. Stato, III, 12 gennaio 2013, n. 126, esclude “…che le valutazioni rassegnate dal Prefetto a conclusione dell’attività istruttoria abbiano effetto vincolante rispetto alla proposta del Ministro di ogni eventuale misura dissolutoria del consiglio comunale. Invero l’atto del Ministro si pone come atto finale della fase amministrativa di ricognizione delle anzidette condizioni di disfunzione nella gestione dell’ente…” richiedendo esclusivamente, per effetto del ruolo centrale dell’attività di accertamento del prefetto ai sensi dei commi 2, 3 e 7 del ridetto art. 143, che l’eventuale contrario avviso ministeriale rispetto a quanto proposto dal prefetto – ipotesi che, è meglio ribadire, nel caso in esame non è dato ravvisare – “…sia sostenuto da uno congruo corredo motivazionale che dia puntualmente atto, anche a mezzo di un supplemento di istruttoria, delle ragioni che rendono prevalente lo scioglimento del consiglio comunale con incidenza sul consenso a suo tempo espresso dall’elettorato”. Insomma, può concludersi che, in qualunque modo si orienti la proposta del Ministero dell’interno, null’altro essa ha da riflettere se non la ragionata esposizione della ravvisata sussistenza delle condizioni per proporre lo scioglimento. Per tutto quanto sopra, anche riguardata sotto l’indicato profilo sistematico, le censure indirizzate avverso l’andamento assunto dal procedimento e l’orientamento fatto proprio dalla proposta del Ministero dell’interno non possono trovare favorevole considerazione. 10. Chiarito in forza di tutto quanto sopra che l’andamento degli atti endoprocedimentali non fa emergere le disarmonie denunziate dalla parte ricorrente, può passarsi indi all’esame delle censure con cui i ricorrenti affermano che nella fattispecie non ricorrevano i presupposti indicati dall’art. 143 TUEL per procedere allo scioglimento. Anche per tale parte il ricorso non risulta fondato, atteso che, come meglio nell’immediato seguito, l’esame della proposta che ha condotto, si ripete sulla base di quanto acclarato sia dalla commissione di indagine che dall’organo prefettizio, allo scioglimento del Consiglio Comunale di Reggio Calabria, fa emergere con la necessaria chiarezza la rispondenza del provvedimento di scioglimento alla fattispecie legale di cui all’art. 143 TUEL. Né parte ricorrente può essere seguita laddove tenta di scardinare partitamente ogni elemento considerato dagli atti gravati per affermare la presenza di collusioni e condizionamenti ex art. 143, d.lgs. 267/2000. Si è già infatti sopra visto, con la citata giurisprudenza, come la ragionevolezza o meno della ricostruzione di una situazione identificabile come presupposto per l’adozione del rimedio previsto dalla disposizione non possa che derivare dalla considerazione unitaria ovvero dall’esame complessivo degli elementi stessi. Questi, nella specie, sono numerosi e univoci, e mal si prestano per evidenza e consistenza a essere sottovalutati o sminuiti in questa sede, singolarmente o complessivamente. Al riguardo, emerge invero con ogni chiarezza che, contrariamente a quanto rappresentato dai ricorrenti, la proposta ministeriale elaborata nella fattispecie dà logicamente e adeguatamente conto di fatti storicamente verificatisi e accertati e quindi concreti, che sono stati correttamente ritenuti univocamente espressivi di situazioni di condizionamento e di ingerenza nella gestione dell’ente comunale, cui non sono estranei anche amministratori ex art. 77, d.lgs. 267/2000. Questi ultimi, sempre poi contrariamente a quanto lamentato dai ricorrenti, sono agevolmente individuabili mediante la lettura delle anomalie riportate nella proposta, nella relazione prefettizia e nella relazione della commissione di accesso. 10.1. In particolare, la proposta ministeriale così compendia gli elementi deponenti per lo scioglimento. La proposta dà conto innanzitutto delle indagini da lunghi anni in corso in ordine alla presenza di organizzazioni malavitose sul territorio comunale, ripartito in “locali”, al cui interno operano unitariamente famiglie criminali dedite al traffico internazionale di sostanze stupefacenti nonché all’estorsione ed al controllo delle attività economiche e degli appalti insistenti nella provincia reggina. Si rileva nella proposta come l’elevata potenzialità criminogena della ‘ndrangheta sia anche ascrivibile alla capacità di tessere rapporti con il mondo imprenditoriale e delle istituzioni, con l’intento di influenzare e condizionare il regolare svolgimento delle relazioni sociali ed economiche per renderle asservite agli interessi delle cosche, anche mediante l’inserimento nel tessuto economico legale di imprese all’apparenza lecite (propensione a “fare impresa” ovvero a gestire, in forme imprenditoriali moderne, iniziative ad alto rendimento economico attraverso l’inserimento negli ambienti della finanza e della politica grazie ad una fitta rete di rapporti e di cointeressenze). Si sottolinea nella proposta come le recenti attività giudiziarie abbiano fatto emergere una nuova caratteristica organizzativa della mafia calabrese, connessa all’assoluta centralità decisionale della c.d. “provincia” di Reggio Calabria, organismo piramidale chiamato a governare gli assetti dell’intera compagine criminale ed al quale competono tutte le scelte strategiche dell’organizzazione. A questo punto si riferisce nella proposta che in tale contesto ambientale l’amministrazione comunale, insediatasi a seguito delle elezioni svoltesi nel maggio 2011, si è trovata a svolgere il proprio mandato elettivo nella grave situazione di difficoltà economica rilevata dai servizi ispettivi dell’amministrazione finanziaria e dalla Corte dei Conti – Sezione regionale di controllo della Calabria, che ha, in particolare, evidenziato la presenza di criticità ed irregolarità contabili, sintomatiche di una situazione di squilibrio strutturale dell’Ente locale, potenzialmente in grado di determinarne il dissesto economico-finanziario. La proposta riferisce come tale situazione sia stata, tra altro, oggetto di indagine da parte della Procura della Repubblica in seguito al decesso del responsabile del settore finanze e tributi, per l’accertamento di eventuali responsabilità connesse all’asserita dolosa alterazione di dati contabili e di bilancio, relativamente al periodo 2008-2010. La proposta riferisce poi quali siano state le circostanze all’origine dell’accesso disposto con decreto prefettizio del 20 gennaio 2012, consistenti nell’adozione di una misura cautelare restrittiva della libertà personale disposta dall’autorità giudiziaria nei confronti di un consigliere comunale e nelle risultanze di operazioni di polizia giudiziaria che hanno coinvolto direttamente o indirettamente altri amministratori dell’ente, i cui esiti hanno infine condotto allo scioglimento dell’organo elettivo, essendo stati accertati elementi dimostrativi della contiguità tra gli organi di governo e la struttura amministrativa del Comune di Reggio Calabria e la criminalità organizzata, in una linea di continuità con quella di alcuni esponenti della precedente amministrazione. Questi gli elementi in parola che la proposta ritiene particolarmente significativi: – il già menzionato arresto di un consigliere comunale, accusato di appartenere ad associazione per delinquere di tipo mafioso riconducibile ad una delle locali cosche con il precipuo compito, evidenziato dalla magistratura, di porsi, all’interno dell’amministrazione comunale, come referente per la soluzione di problemi e il soddisfacimento di bisogni collettivi, utilizzati poi strumentalmente dalla ‘ndrangheta per accrescere il proprio consenso sul territorio; – l’emersione nel corso di un processo contro membri di una delle cosche del reggino della circostanza che un consigliere di maggioranza, presidente del consiglio comunale, già assessore nella precedente consiliatura, avesse partecipato alle esequie funebri di un noto esponente della ‘ndrangheta, e ciò nonostante il questore p.t. avesse vietato con apposita ordinanza il trasporto della salma in forma pubblica e solenne. Secondo quanto riferito da due pentiti in sede di udienze dibattimentali, il suddetto amministratore era stato appoggiato elettoralmente già a partire dalle consultazioni amministrative del 2007 dalla cosca di appartenenza il cui boss era il succitato defunto. La moglie dell’amministratore, nipote di un affiliato alla ‘ndrangheta, risulta aver prestato attività lavorativa per la figlia di un boss appartenente alla medesima cosca, rimasto ucciso in un agguato mafioso; – l’emersione, nel corso di altro procedimento penale, di rapporti di frequentazione tra un consigliere comunale in carica e un soggetto vicino alla locale cosca collegato con un dipendente comunale. Tali rapporti sono risultati finalizzati a promuovere, da parte dell’ente che gestisce l’edilizia popolare, indebiti interventi in favore degli occupanti di alloggi popolari; – l’emersione nei confronti di alcuni amministratori di situazioni non traducibili in addebiti personali, ma tali da rendere plausibile l’ipotesi di una loro soggezione alla criminalità organizzata, anche quando il valore indiziario degli elementi raccolti non si è risolto nell’avvio dell’azione penale o nell’adozione di misure individuali di prevenzione; – la circostanza che negli anni fra il 2007 e il 2010 lo studio commerciale riconducibile al sindaco avesse effettuato attività di consulenza fiscale – tributaria a favore della società mista alla quale il Comune, in forza di un contratto di servizio stipulato il 28 febbraio 2005, aveva affidato la manutenzione e la gestione dei beni demaniali e patrimoniali dell’ente. Tale società, di cui il Comune detiene il 51% del capitale sociale, è risultata fortemente condizionata dalla criminalità organizzata, tanto da essere sciolta e posta in liquidazione a seguito dell’emissione nel giugno 2012 di un’interdittiva antimafia nei confronti del socio privato della municipalizzata (non sospesa dall’adito g.a., che rilevava “l’ampiezza e gravità del quadro risultante dagli accertamenti riferiti nella relazione della Prefettura del 3 settembre 2012″). Si ritiene al riguardo emblematico che l’amministrazione comunale abbia atteso l’emissione dell’interdittiva per procedere allo scioglimento della società mista, nonostante già nel corso del 2011 alcune indagini giudiziarie, che avevano anche portato all’arresto dell’ex direttore operativo della società, poi condannato in primo grado alla pena di 16 anni di reclusione, avessero fatto emergere fortissimi segnali di infiltrazione. Si segnala anche che il sindaco è stato fino al 2002 sindaco effettivo di una società il cui socio, quasi totalitario, è risultato essere contitolare di un’ulteriore società che detiene una significativa partecipazione azionaria nella società mista in parola. Il citato socio è risultato altresì possedere una partecipazione in un’ulteriore società, che annovera, fra gli altri soci: il padre di un assessore dimessosi a cagione dell’arresto della madre della compagna con l’accusa di favoreggiamento della latitanza di un noto esponente mafioso; il padre del presidente del consiglio di amministrazione della società municipalizzata; un soggetto, il cui fratello ricopre l’incarico di stretto collaboratore del sindaco e il cui coniuge ha svolto attività professionale per conto di altra società municipalizzata che gestisce il settore della raccolta dei rifiuti e che annovera fra i propri fornitori diverse imprese direttamente riconducibili al nucleo familiare di un boss mafioso nonché numerosi dipendenti con precedenti penali, pregiudizi di polizia, frequentazioni o vincoli familiari con ambienti controindicati; – i vincoli parentali di tre consiglieri con persone contigue alle cosche o gravate da vicende penali per associazione di tipo mafioso e le frequentazioni di un altro consigliere con un affiliato alla criminalità organizzata reggina. Si sottolinea come tali elementi depongano per l’esistenza di un substrato di cointeressenze tra amministratori e criminalità, foriero di possibili interferenze o condizionamenti della volontà dell’ente; – la circostanza che un cospicuo numero di dipendenti comunali, di cui alcuni impiegati in uffici di diretta collaborazione del sindaco, sia legato da vincoli parentali o frequentazioni con elementi della criminalità organizzata, ovvero sia gravato da precedenti e pregiudizi di polizia per reati di natura associativa; – le anomalie rilevate nell’assetto organizzativo del Comune alla luce della previsione di regolamento che affidava al sindaco, su proposta del competente assessore, l’attribuzione di incarichi di responsabilità ai dipendenti comunali, in contrasto con l’art. 107 TUEL che riserva tali compiti ai dirigenti, previsione che, ancorchè censurata dal Ministero dell’interno, non venne modificata dalla precedente amministrazione, ed è stata oggetto di una delibera di modifica della giunta in carica solo a distanza di tempo, e mantenendo, comunque, a carico del personale dirigente un obbligo di consultazione preventiva, sebbene non vincolante, del potere politico. Si sottolinea come tale previsione comporti, di fatto, un’interferenza nelle competenze della struttura amministrativa che si pone in contrasto con la legislazione di settore. 10.2. Ancora contrariamente a quanto rappresentato dai ricorrenti, il provvedimento mette in luce abbondantemente come i predetti elementi, dimostrativi delle pressioni esercitate dalla criminalità sugli organi elettivi, abbiano generato non una generica condizione di disfunzionalità dell’ente territoriale (come si sostiene in ricorso) bensì proprio quell’azione amministrativa inadeguata a garantire gli interessi della collettività (perché alterante il procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi e amministrativi, perché compromettente il buon andamento e l’imparzialità dell’azione amministrativa, perché compromettente il funzionamento dei servizi, perché arrecante gravi e perduranti pregiudizi alla sicurezza pubblica) che la ripetuta norma dell’art. 143 TUEL intende combattere. Per pervenire alla conclusione di cui sopra basti porre mente ad alcuni passaggi della proposta inseriti nel paragrafo dedicato alla compromissione del buon andamento e dell’imparzialità dell’attività amministrativa. Per il settore dei lavori pubblici – come noto particolarmente rilevante nell’ambito delle tematiche di cui si discute – la proposta rileva come l’ente, pur operando in una realtà contraddistinta dalla pervasività della criminalità organizzata nello specifico settore, non abbia né adottato iniziative volte a prevenire possibili influenze della ‘ndrangheta, quali la sottoscrizione di strumenti pattizi finalizzati a potenziare la tutela dell’amministrazione, né rinnovato la convenzione con la Stazione unica appaltante provinciale, scaduta nel settembre 2010, che avrebbe consentito di fruire dei controlli antimafia anche nelle ipotesi dei contratti sotto soglia e nelle fattispecie dei sub appalti e lavori per importi frazionati. E tanto in un contesto in cui su 97 comuni della provincia, solo 15 non hanno aderito alla Stazione unica appaltante. Si registra nella proposta che i lavori relativi a opere pubbliche del biennio 2011-2012 sono stati affidati, in gran parte a trattativa privata e a cottimo fiduciario, ad un ristretto numero di ditte, presentanti in oltre la metà dei casi collegamenti diretti o indiretti con le locali organizzazioni criminali, e che un rilevante numero di affidamenti diretti sono stati effettuati in favore di aziende con controindicazioni di tipo mafioso. La proposta si sofferma in particolare sulla scelta della ditta individuale risultata affidataria dell’esecuzione degli interventi straordinari in alloggi del patrimonio edilizio di un rione comunale, selezionata, in base a una determina del responsabile del settore progettazione ed esecuzione LL.PP. del febbraio 2011, a trattativa privata e preferita ad altra pur in assenza di verbali di gara dai quali fosse possibile desumere la corretta esecuzione del sorteggio, necessario in quanto erano state presentate offerte identiche, con contratto stipulato nel luglio 2011. Si rileva che il titolare dell’impresa (soggetto menzionato pure nella vicenda sopra riferita in ordine agli indebiti interventi in favore degli occupanti di alloggi popolari) ha stretti vincoli di parentela con un soggetto vicino ad una delle locali cosche e legami parentali con altro soggetto affiliato ad un clan operante nella zona della Locride. Sempre per il settore in parola la proposta prende ulteriormente in esame: 4 interventi commissionati a un’azienda attiva nel settore della fabbricazione di strutture metalliche, nell’arco temporale che va dal 2010 al dicembre 2011, nel corso del quale le due ultime amministrazioni si sono avvicendate, con una carica all’interno della ditta affidata a un soggetto che, dal novembre 2009, riveste la qualifica dirigenziale nell’ambito di una delle principali società municipalizzate del comune, coinvolta in vicende giudiziarie, ed è stretto parente di un soggetto controindicato; l’affidamento nell’ottobre 2011 degli interventi per la realizzazione di una passerella di attraversamento di un corso d’acqua a una ditta, il cui socio-amministratore è parente di un affiliato alla locale cosca, nei confronti della quale era stata emessa il 13 marzo 2010 una informativa antimafia a carattere interdittivo, trasmessa alla Stazione unica appaltante provinciale, con cui il Comune non ha rinnovato la convenzione; la circostanza che in numerose procedure di aggiudicazione risulta presente, in qualità di componente dei collegi di gara, un funzionario del settore appalti e contratti del Comune che vanta legami parentali con esponenti malavitosi o con soggetti ad essi contigui. In particolare, un suo stretto congiunto è stato coinvolto in una vicenda giudiziaria, in concorso con dipendenti del Comune, attinente all’indebito rilascio di provvedimenti concessori per speculare nel campo immobiliare; il particolare interesse, emerso da recenti operazioni di polizia, manifestato dalle organizzazioni criminali verso il mondo delle associazioni costituite senza scopo di lucro, e confermato dalla presenza di soggetti vicini ad ambienti criminali in associazioni no profit che hanno ottenuto dal comune l’affidamento di servizi nel settore delle politiche sociali, quale quello relativo alla gestione di un parco assegnata a una ATI, di cui fa parte un consorzio costituito da cooperative al cui interno sono presenti soggetti gravati da precedenti, anche per reati associativi di stampo mafioso, nonché cooperative che nel tempo avevano presentato elementi pregiudizievoli ai fini antimafia; i servizi affidati nell’aprile e ottobre 2011 e nel febbraio 2012 a uno stesso consorzio che si occupa di assistenza in materia socio-sanitaria, avente rapporti con il Comune dal 2006, al cui interno è presente un soggetto che ha stretti vincoli parentali con un affiliato ad una delle locali cosche. Passando al settore dei beni confiscati alla criminalità organizzata, la proposta stigmatizza la scarsa operosità dell’amministrazione comunale, ritenendo emblematico il caso, avente origine con la precedente amministrazione e sviluppatosi dopo l’insediamento dell’attuale, di un fabbricato confiscato ad un noto boss locale nel 2004 e consegnato al comune nel novembre 2007, in vista della sua destinazione ad usi sociali. Nel novembre 2010 il Comune segnalava che presso i locali erano in corso lavori di ristrutturazione, mentre a seguito di accertamenti della polizia municipale emergeva che il bene era occupato da stretti congiunti del boss locale, destinatario della misura, e che l’immobile non era interessato da alcun intervento Nel maggio 2012 il comune informava l’Agenzia nazionale per la gestione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata che l’immobile risultava ormai libero da persone e cose. La circostanza non risultava però veritiera, in quanto la segnalazione riguardava locali diversi rispetto a quelli confiscati, che erano, invece, ancora occupati dai familiari dell’esponente criminale, nonostante l’Agenzia, già nel novembre 2011, avesse inequivocabilmente individuato i locali confiscati attraverso l’indicazione all’amministrazione comunale dei dati catastali. La proposta prende poi in considerazione la vicenda – avvenuta in altro settore particolarmente delicato per quanto riguarda le misure di contrasto dei tentativi di infiltrazione mafiosa – del trasferimento arbitrario da parte dei negozianti all’ingrosso in una nuova sede mercatale non ancora completata, avvenuta nel novembre 2011, senza una disposizione del Comune. I lavori sono stati assegnati solo molti mesi dopo il trasferimento e con procedure negoziali semplificate, perché giudicati di estrema urgenza. Le procedure sono state espletate nel mese di maggio 2012, allorquando la commissione d’accesso aveva già iniziato ad operare. E’stato appurato che alcuni degli operatori economici titolari dei contratti di concessione dei magazzini della vecchia area, poi trasferitisi nella nuova, sono contigui ai sodalizi criminali reggini. La relazione riferisce anche come significativo il fatto che la precedente giunta avesse adottato, nel marzo 2010, una delibera, approvata in sede consiliare, per l’esenzione dal pagamento dei canoni di affitto dei magazzini a causa dell’insufficienza degli spazi mercatali, nonché delle carenze strutturali e sanitarie della vecchia area. Sulla proroga della delibera per il 2011 il consiglio comunale non si è pronunciato. Il dirigente del settore ha indi formalmente manifestato l’intendimento di recuperare le somme dovute per il 2011 nel febbraio 2012, ricevendo in risposta l’invito a predisporre gli atti necessari da sottoporre all’organo politico, che si è indi riservato sulla questione una indebita competenza gestionale. La proposta, passando a esaminare la capacità di riscossione dell’Ente, da tempo oggetto di richiami della Corte dei Conti, riferisce dell’inerzia derivante dalla mancata attuazione dell’accordo di collaborazione stipulato con l’Agenzia delle entrate, confermato nell’agosto 2011, in base al quale il Comune si era impegnato a trasmettere all’organo accertatore situazioni di possibile evasione fiscale. La proposta rileva che anche con riferimento alla gestione degli alloggi di edilizia economica popolare è emerso un comportamento inattivo dell’amministrazione (mancato svolgimento dei controlli periodici sulla permanenza dei requisiti soggettivi degli occupanti e mancati accertamenti circa le persone che effettivamente vi dimoravano, tant’è che la commissione d’accesso ha appurato che molti intestatari risultano deceduti, emigrati o irreperibili e un gran numero di occupanti sono gravati da precedenti e pregiudizi di polizia per reati di natura associativa). Altro passaggio saliente della proposta è la questione relativa alla mancata costituzione dell’Avvocatura civica, nonostante una delibera del 2003 ne prevedesse l’istituzione e all’interno dell’apparato burocratico vi sia un congruo numero di avvocati, cui è conseguito l’affidamento degli incarichi di rappresentanza legale a professionisti esterni. Tra essi, numerosi incarichi professionali, anche per cause di importo considerevole, sono risultati essere stati affidati alla compagna convivente di un assessore (già preso in considerazione in altra parte della proposta) iscritta all’Albo professionale solo dall’ottobre 2008. Il predetto professionista è risultata essere la sorella di una persona coniugata con altra gravata da vicende giudiziarie per associazione di tipo mafioso e figlia di un soggetto nei confronti del quale è stata adottata, il 12 marzo 2012, una misura restrittiva della libertà personale, tuttora in corso, con l’accusa di aver favorito la latitanza di un pericoloso esponente malavitoso. La proposta riferisce come a seguito del provvedimento cautelare, il predetto assessore – che, da evidenze giudiziarie, è risultato essere perfettamente a conoscenza del contesto familiare di provenienza della compagna – ha rassegnato le dimissioni in data 22 marzo 2012. Un rilevante numero di incarichi professionali risulta poi essere stato affidato anche dalla disciolta amministrazione a un soggetto che, nominato da quella precedente quale membro del consiglio di amministrazione della società partecipata prima menzionata, ne ha ricoperto la carica di presidente. Tale soggetto è risultato essere figlio del rappresentante legale di una società sottoposta alla misura di prevenzione del sequestro antimafia in quanto riconducibile ad una nota cosca criminale. Il detto componente del citato consiglio di amministrazione ha assunto – insieme ad altro professionista, a sua volta destinatario di numerosissimi incarichi professionali da parte sia della precedente che dall’attuale amministrazione comunale – la difesa dei proprietari della società attraverso la quale la ‘ndrangheta si era infiltrata nel socio privato della società municipalizzata. Solo nel mese di aprile 2012, l’amministrazione comunale ha regolamentato il funzionamento dell’Avvocatura civica, ancorchè il sindaco, nelle more dell’emanazione dei provvedimenti organizzativi del settore, è rimasto legittimato alla nomina di professionisti, come da statuto. L’ultimo settore preso in considerazione dalla proposta è quello delle società partecipate, ove si rileva in via generale la carenza di controllo e di vigilanza necessari ad assicurare una conduzione amministrativa funzionale agli interessi della collettività, come la proposta ritiene confermato dagli scarsi risultati ottenuti dalla società che si occupa del servizio di raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani, da quella incaricata della riscossione dei tributi e dalla società che effettua sui beni comunali gli interventi manutentivi ordinari e straordinari, di igiene e pulizia ed altre attività ausiliarie, in una logica di global service. Quest’ultima, già presa in considerazione nella proposta, di cui il comune detiene il 51% del capitale sociale, è risultata connotata dal coinvolgimento in vicende giudiziarie, sfociate in una sentenza di condanna in primo grado a carico di un soggetto interno alla società stessa per l’attività di supporto logistico alle azioni criminali di una delle cosche attive in città. Il socio privato, che detiene la restante parte del capitale sociale, è stato interessato nel tempo da rivisitazioni societarie, con la cessione di quote di capitale sociale anche ad imprese i cui soci sono stati in qualche caso ritenuti contigui ad ambienti malavitosi. La proposta riferisce che un’operazione di polizia giudiziaria, conclusasi nel novembre 2011, ha ricostruito l’infiltrazione della criminalità organizzata negli assetti proprietari della partecipata, attraverso una consociata del socio privato, i cui proprietari, per conto del clan attivo sul territorio comunale, sono stretti congiunti del predetto soggetto, interno alla municipalizzata, già arrestato il 5 aprile 2011. La proposta rimarca nuovamente come la società mista sia stata sciolta solo a seguito dell’emissione da parte della prefettura di Reggio Calabria, nel giugno 2012, di una interdittiva antimafia nei confronti del socio privato. La proposta riferisce che tra i fornitori di altra società partecipata, che opera nel settore della raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani, vi sono imprese direttamente riconducibili al nucleo familiare di un boss mafioso e che anche in questa società vi sono numerosi dipendenti con precedenti penali, pregiudizi di polizia. frequentazioni o vincoli familiari con ambienti controindicati. Conclusivamente, la proposta stigmatizza come alcune delle partecipate non abbiano rispettato, contrariamente a quanto affermato dal sindaco ai componenti della commissione di accesso, gli obblighi di tracciabilità dei flussi finanziari, la cui finalità è quella di prevenire forme di infiltrazione criminale nell’economia legale e che costituisce un preciso obbligo di legge. 11. Esaurita l’illustrazione degli elementi più significativi che hanno condotto allo scioglimento del Comune di Reggio Calabria ex art. 143 TUEL, va ribadito come emerga con ogni chiarezza che la proposta ministeriale abbia dato logicamente e adeguatamente conto di fatti storicamente verificatisi e accertati e quindi concreti, che sono stati correttamente ritenuti espressivi di situazioni di condizionamento e di ingerenza nella gestione dell’ente comunale nonché rilevanti in quanto generativi di un’azione amministrativa inadeguata a garantire gli interessi della collettività. Si tratta di un variegato e complesso contesto probatorio che si connota per congruenza, concretezza e conducenza, facendo ricavare un vivido quadro dell’influenza esercitata dalla criminalità organizzata sugli organi elettivi del Comune di cui trattasi, con conseguente grave pregiudizio alla capacità di gestione e di funzionamento dell’ente comunale, assoggettata alle scelte delle locali consorterie criminali. Tale contesto, secondo la giurisprudenza già sopra citata, mal si presta a essere attaccato in ogni singolo rilievo, come tenta di fare parte ricorrente. Al riguardo, il Collegio può limitarsi a rilevare l’infondatezza dell’affermazione ricorsuale che all’amministrazione disciolta con gli atti qui gravati siano state addebitate situazioni ascrivibili alla precedente. Se, infatti, la proposta contiene anche un qualche riferimento alla pregressa gestione, è evidente che tutti i numerosi addebiti partitamente mossi con il procedimento in parola risultano puntualmente indirizzati alla disciolta amministrazione, postasi con l’operato della prima in termini di continuità. Neanche assume rilievo che la commissione di accesso sia stata nominata e abbia iniziato a operare non molto tempo dopo l’insediamento dei nuovi organi elettivi: tale elemento è anzi suscettibile di aggravare nei confronti di questi ultimi il peso degli addebiti, il cui numero e varietà si dimostra ancor più rilevante in rapporto al periodo in cui gli amministratori sono stati in carica. Può infine ribadirsi ancora una volta che non è vero che gli addebiti in parola si siano limitati a individuare mere illegittimità di gestione: è infatti evidente che il ripetuto scostamento dalle ordinarie modalità che devono caratterizzare l’azione di una pubblica amministrazione ha nella fattispecie avuto connotati e effetti ben precisi, accuratamente ricostruiti nella proposta e omogeneamente riflettenti la rilevata situazione di permeabilità, a partire da quella degli amministratori ex art. 77 TUEL. 12. Per tutto quanto precede, non ravvisandosi a carico degli atti gravati le illegittimità denunziate dalla parte ricorrente, il ricorso deve essere respinto. Il Collegio ravvisa nondimeno giusti motivi per disporre la compensazione integrale tra le parti delle spese di lite. P.Q.M. Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima) definitivamente pronunciando sul ricorso di cui in epigrafe, lo respinge. Spese compensate. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nelle camere di consiglio del 17 luglio e del 23 ottobre 2013 con l’intervento dei magistrati: Calogero Piscitello, Presidente Angelo Gabbricci, Consigliere Anna Bottiglieri, Consigliere, Estensore

L’ESTENSORE IL PRESIDENTE DEPOSITATA IN SEGRETERIA Il 21/11/2013 IL SEGRETARIO (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)