Nel 1973 l’addio ai ricaricabili, compie 40 anni l’accendino usa e getta

imagesDa quarant’anni e’ l’amico piu’ fedele dei fumatori, l’inseparabile compagno delle ‘bionde’. L’accendino usa e getta compare sulla scena nel 1973, sostituendo, gradualmente ma inesorabilmente con il passare degli anni l’accendino ‘classico’, in metallo, ricaricabile.

Colorati, a volte griffati, di varie misure, gli accendini usa e getta hanno il vantaggio di costare assai meno di quelli piu’ ‘blasonati’, in oro o argento, o in metallo meno ‘nobile’. E una volta esaurita la carica, appunto, possono essere gettati via e sostituiti con un ‘collega’. Oggi sono molte le industrie che producono accendini usa e getta. Leader del settore è senza dubbio la Bic, che sforna circa un miliardo e mezzo di pezzi l’anno.

L’antenato degli accendini, ricaricabili e usa e getta, e’ il ‘prototipo’ realizzato dal chimico tedesco Johann Wolfgang Döbereiner nel 1823, quattro anni prima che fossero inventati i fiammiferi. Ma la ‘lampada di Dobereiner’, come venne ribattezzato quel primo, rudimentale accendisigari, non utilizzava butano o benzina come combustibili ma l’idrogeno, che é molto esplosivo.

Come per tutte le invenzioni, anche quella dell’accendino ha subito molte evoluzioni. A partire dalle dimensioni (la ‘lampada di Dobereiner, in realtà, era un accendisigari da tavolo), per finire al combustibile utilizzato per generare la fiamma, passando dall’idrogeno al butano e alla benzina.

Già nel 1908 venivano prodotti accendini di ridotte dimensioni, che potevano stare in tasca. Negli anni della Grande Guerra i soldati usavano i fiammiferi per farsi luce o accendere una sigaretta, ma l’iniziale vampata era molto visibile e quindi molto rischiosa perché poteva aiutare i cecchini nemici ad individuare il bersaglio. Alla fine della guerra, nel 1918, l’accendino si era evoluto ancora, diventando negli anni Venti un oggetto alla moda.Fino agli anni Trenta, tuttavia, l’accendino restava per molti ancora un lusso, rispetto ai più economici fiammiferi.

Fu George Blaisdell, lavorando su un vecchio modello di accendisigari, ad imprimere una svolta nell’evoluzione dell’accendino: un riparo perforato per la fiamma che la rese resistente al vento e una modifica al serbatoio combustibile con l’aggiunta di un cardine per ottenere un’apertura ‘flip-top’ cambiarono per sempre l’aspetto dell’accendino: nasceva il mitico Zippo. (

Dopo la nascita della Zippo cominciarono a nascere altre aziende, garantendo concorrenza nel settore e facendo scendere i prezzi. Alla Ronson, altro marchio doc, si deve il primo un accendino automatico, già prodotto alla fine degli anni Venti, ma che diventa popolare solo dopo il boom della Zippo. Altri grandi nomi si affacciano sul mercato, dalla Dupont alla Dunhill, ampliando di molto l’offerta di accendisigari.

Il funzionamento di tutti gli accendini è molto semplice: una ruota zigrinata sfregando una pietra focaia genera una serie di scintille; contemporaneamente l’uscita di gas dall’accendino in presenza delle scintille dà vita alla fiamma. Ma, vista la progressiva diffusione degli accendini ha portato ad alcune modifiche di sicurezza, come la lamina metallica applicata sulla ruota zigrinata che le impedisce di girare involontariamente. Per ottenere la fiamma è indispensabile una maggiore pressione del pollice. Un meccanismo ideato soprattutto per evitare che i bambini possano azionare l’accendino.

Ma c’è anche chi gli accendini usa e getta non li getta affatto. Anzi, ne fa incetta per realizzare opere d’arte. Come l’architetto romano Federico Colladon, che riutilizza ogni parte dei Bic ormai ‘esausti’ per realizzare strutture e oggetti: piccoli elicotteri, aerei, automobili, camion e motociclette, con tanto di meccanismi funzionanti (come le ruote di una cadillac costruita con 180 accendini), ma anche uomini in miniatura, collane e lampade. Insomma, se, da carichi, gli accendini usa e getta accendevano le sigarette, nella loro ‘second life’ possono accendere la fantasia dell’artista.