L’editoriale di Cosimo Sframeli: “Una vita senza Amore”

COSIMO SFRAMELI di Cosimo Sframeli – Era una sera d’agosto di tanti e tanti anni fa. Maria aveva quattordici anni e non poteva avvertire nell’animo presagi di guerra e di lutto. C’era la festa del paese e Maria indossava un nuovo vestitino bianco. Candida ed innocente, aveva le scarpe di vernice e la mente sgombra dall’umana malvagità. Era felice di andare con suo fratello alla festa del paese. Ma, come in una ballata triste, Maria quella sera imparò in un bagliore di prepotenza il lato oscuro della vita. L’amico di suo fratello, quel giovane atletico – uomo già fatto – si offrì di accompagnarla a casa. A metà strada si fermarono. Una parola, un gesto, un’agghiacciante carezza. Poi la baciò, al modo dei grandi, e Lei si sentì paralizzata; non era così che aveva sognato quella sera di festa: non era pronta alle cose dei grandi. Lui la prese senza nemmeno doverla picchiare. Senza nemmeno alzare la voce… Poi la lasciò a pochi metri da casa, lungo una strada che non aveva più ritorno.

   Sei mesi dopo, Gianni e Maria erano sposi, secondo le regole di quei tempi e di questi luoghi. Il papà di lei lo aveva mandato a chiamare e Lui non aveva neppure provato a negarsi. E divennero marito e moglie. Di quel giorno, del suo matrimonio riparatore, Maria ricordava solo che la mamma l’aveva vestita d’azzurro, col mantello fino ai piedi, come una piccola Madonna in lutto. Rammentava anche i dolci del pranzo, ma niente di più. Era bambina, non poteva apprezzare. Tre mesi dopo era anche mamma, come volle il destino quando scriveva storie davvero speciali. Bambina violata, moglie per forza, madre incosciente: a quindici anni aveva già visto tutto, senza ancora provare niente. Ma proprio allora maturò nella sua anima ferita la decisione di una vita intera.: sempre al fianco del suo stupratore, moglie fedele, senza toccarlo più.

   Adesso, quasi novantenne, soffre nel fisico di osteoporosi, ma nello spirito non si tormenta più. La sua esistenza ha avuto comunque un senso, nonostante e comunque.     Da quindici anni aveva sepolto Gianni, cui era unita da un obbligo sociale e da un’amicizia sincera. Mai, nemmeno per un’ora sola, dall’amore vero, L’amore vero non l’aveva mai provato né mai assaporò il gusto della passione. Troppo forte lo schifo, troppo forte il terrore dopo quella sera di tantissimi anni fa. In qualche modo, conviventi senza essere amanti, coniugi senza essere uniti, vissero per più di sessantenni. Ma di quella volta, di quella offesa nel prato, in agosto, per la festa del paese, non parlarono mai più. Fu Lei a provare, negli ultimi anni, mentre lo accudiva in ospedale dov’era finito per una paralisi: ma sembrava quasi che Lui avesse rimosso tutto. Solo dopo la sua morte, Maria ritrovò la pace.

   Fu una storia così strana, fu una storia così vera… la sua vita dedicata a un uomo solo: proprio a Lui che le aveva fatto tanto male. Il tempo guarì tante cose, permise questo strano gioco di una vita a due senza un solo attimo di intimità. Ciascuno per la sua strada, legati per sempre. Era nato come un obbligo, divenne un scelta. Non lo chiamò mai marito, non dormì mai nel suo letto: ma vissero insieme. Gianni le offrì stima e protezione, anche se non ebbe mai il coraggio di chiederle perdono. Solo una volta fu felice, quando le nacque la nipotina che amò più della sua stessa figlia, arrivata quando ancora non poteva capire. Si, la felicità del cuore, quella non seppe mai cosa fosse. Liberata la sua anima, Maria rivisse serena lungo i sentieri del ricordo. Sarà vero, la vita è un romanzo che ricomincia sempre una pagina dopo.