Messina, Notte Bianca, No Muos e Solidarietà

 

notte bianca no muos1Si è svolta ieri presso Palazzo Zanca la manifestazione organizzata dall’Amministrazione Accorinti a favore della pace, in sostegno di tutti coloro, a Niscemi ma anche altrove, che non vogliono l’istallazione del MUOS, temendo per la loro salute e quella dei loro figli.

Il Comune di Messina si schiera dunque su una posizione di lotta alla militarizzazione, per interrompere un processo iniziato molti anni fa che rischia, visto il contributo del Presidente della Regione, di non avere un termine.

Su questo argomento il Sindaco si è espresso ( leggi intervista ) chiaramente, dichiarando di voler fare cambiare idea a Rosario Crocetta, che sarà a Messina martedì e, per l’occasione, si terrà una giunta regionale proprio a Palazzo Zanca. Le sue sono motivazioni di pace, perché, afferma, “la Sicilia è crocevia di popoli di tutto il Mondo, luogo di scambio fra culture e religioni, non di guerra”.

E l’intervento dei ragazzi ospitati al PalaNebiolo, dei quali non si è fatto altro che parlare nei giorni scorsi, ha concretizzato le intenzioni. A precederli, l’ospite d’onore della serata, il professor Massimo Zucchetti, il cui curriculum vitae non dovrebbe far sorgere alcun dubbio riguardo la professionalità e competenza di quest’uomo chiamato ad esprimersi su un problema tanto delicato. L’opinione (se di opinione si può parlare vista la quantità di relazioni e dati scientifici apportati ) del professore torinese è nota, ma quello che più ha colpito ed ha strappato gli applausi del pubblico del Salone delle Bandiere è stata la sua netta contestazione delle leggi italiane riguardo l’immigrazione. Ha chiesto di non scattare fotografie ai ragazzi sbarcati a Lampedusa, perché “ in Italia se muori in mare ti fanno un funerale di Stato, ma se commetti l’errore di sopravvivere sei un clandestino, e commetti un reato”.

Parole che fra le numerose persone presenti in sala hanno lasciato il segno, sottolineate dalla presentazione degli immigrati che sono qui per chiedere asilo politico. Uno di loro ha preso la parola a nome dei suoi compagni di sventura, ma, più di quello che è stato detto, sono stati i gesti e il comportamento di quei ragazzi in fila davanti ad un pubblico ( probabilmente per la prima volta nella loro vita alsolidarietà 1 centro dell’attenzione di così tanti ) a cementare l’empatia fra i presenti.

Al PalaNebiolo per alcuni giorni prima dell’identificazione non hanno avuto la possibilità di uscire, per questo la coordinatrice, presidente del circolo Arci Thomas Sankara, Patrizia Majorana li ha definiti “prigionieri nostri”.

Chi ha parlato lo ha fatto con sicurezza, lasciando trasparire una dignità a molti oggi sconosciuta; non ha chiesto di essere compreso, non ha voluto la nostra solidarietà, ma il nostro rispetto, un suo diritto.
Dopo aver viaggiato per otto giorni in cinquecento su una barca che avrebbe potuto contenerne solo un centinaio sono stati avvistati da un aereo italiano, quindi sono scattati i soccorsi. Chi è venuto dopo non è stato così fortunato. Proprio perché avevano intenzione di stare vicino ai fratelli scomparsi in quella che è stata definita la tragedia di Lampedusa, a Catania, racconta il portavoce, alcuni hanno rifiutato di dare le impronte digitali e per questo la polizia ha usato la forza.

“Non ci manca nulla, anche se abbiamo poca libertà, vogliamo rispettare le vostre leggi, chiediamo asilo politico. Ma, se veniamo qui, accatastati come legna attraversando molti territori, non lo facciamo per disturbare. Nessun cittadino lascerebbe il proprio Paese..”
Poi, la commozione dell’interprete non lascia spazio ad altre parole, solo riflessioni.