Le indagini dell’ispettore FELICINO – N.27

felicinoI giornali e le TV locali stavano dando particolare risalto all’infortunio che si era verificato, qualche giorno prima, nel pastificio della città. Ne era venuta fuori, tra i cittadini, una discussione che andava ben oltre l’evento stesso e che si focalizzava sull’efficienza o meno delle leggi in materia di sicurezza sul lavoro. Chi diceva che erano troppo rigide e penalizzavano la produttività delle aziende e chi invece faceva notare l’irrisorietà delle sanzioni e il fatto che ad alcune aziende conveniva di più pagare la multa piuttosto che effettuare costosi investimenti. L’ispettore Felicino era dell’idea che la verità era un’altra e che il Testo Unico sulla sicurezza fosse una buona legge, pur necessitando di qualche correzione, ma che le aziende spesso ne applicavano il contenuto secondo i loro personali principi interpretativi. Più volte aveva dovuto contravvenzionare perché il Documento di valutazione dei rischi era troppo generico o perché le misure ritenute opportune per garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza e riportati nei DVR, non venivano attuate. L’indagine per quell’infortunio era stata assegnata a lui e quindi nella tarda mattinata si era recato nel pastificio dove gli viene spiegato che un operaio aveva subito l’amputazione di alcuni dita della mano sinistra mentre stava eseguendo le lavorazioni connesse alla formatura della pasta per la produzione di “pici”. Sapeva bene Felicino, ricordando una recente gita a Pienza dove aveva mangiato dei gustosi pici all’aglione, che questo tipo di pasta, molto consumata nella Val d’Orcia, veniva prodotta con un’apposita macchina detta “pressa-taglia pici”. Sul posto era arrivato anche il Datore di lavoro che, cercando di giustificare eventuali sue responsabilità, illustrava all’ispettore quanto era accaduto, “Ispettore, la macchina era giunta a fine produzione giornaliera. Il lavoratore, arbitrariamente, infilava la mano e il braccio sinistro nella vasca per pulire i bordi interni della stessa dai residui di pasta. A questo punto, i coltelli dell’albero impastatore in rotazione prendono l’estremità della manica sinistra della tuta trascinando nella rotazione il braccio sinistro e causando l’infortunio”. Felicino, dopo aver controllato attentamente la macchina nelle parti in movimento e nelle protezioni, scattando qualche foto dei particolari, spiegò che l’infortunio era accaduto perché l’operaio aveva potuto accedere con le mani nella vasca di estrusione, mentre questa funzionava, e quindi venire a contatto con l’albero in rotazione. “È vero ispettore, ma la macchina è marcata CE”, ribatte il datore di lavoro con decisione e alzando un po’ la voce, “ e l’operaio ha fatto un’azione che non doveva fare. E’ tutta colpa sua se si è infortunato”. Ad una tale affermazione e più che altro al modo come veniva espressa, Felicino si bloccò ed alzò la testa di scatto guardando fisso negli occhi il datore di lavoro. In un attimo, come uno spot pubblicitario, gli passò per la testa l’elenco di tutte le colpe che gratuitamente di solito venivano attribuite ai lavoratori e scorse che quella citata dal datore di lavoro rientrava nella lista ed associò anche quella lista alla favola di Esopo  “il lupo e l’agnello”. Erano passati pochi secondi, quando con voce ferma rispose “risulta evidente che la causa determinante l’infortunio sia da attribuire al fatto che la macchina veniva utilizzata dopo la manomissione del previsto dispositivo di interblocco associato al ripario mobile e atto ad impedire al lavoratore di poter raggiungere l’albero impastatore in movimento. Tale violazione, in quanto Datore di lavoro, è imputabile a Lei che non ha controllato l’efficienza del dispositivo di sicurezza”. Quindi l’ispettore, aprì la borsa da lavoro, tirò fuori il blocchetto dei verbali e, staccatone uno, incominciò a scrivere la contestazione che aveva appena illustrato e che consisteva nella violazione all’art. 70, Comma 1 del D.Lgs 81/08 e per la quale era prevista la sanzione penale dell’arresto da tre a sei mesi o l’ammenda da 2.740,00 a 7.014,40 euro. Successivamente, Felicino avrebbe relazionato al Pubblico Ministero, così come faceva in tutte le inchieste infortuni in cui veniva evidenziata una responsabilità colposa.

A cura di Studio SGRO

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