Il seminarista Rolando Rivi proclamato beato

rividi Cosimo Sframeli - Proprio nel pomeriggio del 5 ottobre scorso, il seminarista Rolando Rivi di San Valentino di Castellarano, barbaramente ucciso dai partigiani il 13 Aprile del 1945, nel bosco di Piane di Monchio a Palagano, è stato proclamato beato e sarà il patrono dei chierichetti. La celebrazione officiata dal cardinale Angelo Amato, in rappresentanza di Papa Francesco, presso il PalaPanini, trasformato in luogo di culto per l’occasione, rimarrà nella storia della Chiesa modenese. Piccoli come Rolando, “testimone eroico del Vangelo”, ucciso a soli quattordicianni, piccoli se paragonati alla grandezza di Rolando, che aveva in Dio la sua forza e la sua ragione di vita, fino alla morte.

     Era stata la Chiesa di Sant’Agostino in Modena ad accogliere la cerimonia religiosa che aveva segnato l’inizio della causa di beatificazione il cui “percorso” aveva preso avvio presso la “Congregazione vaticana delle cause dei Santi” con l’acquisizione di numerosissime testimonianze e prove documentali sull’omicidio del giovanissimo seminarista Rolando. Era nato il 7 gennaio del 1931 a San Valentino di Castellarano, in provincia di Reggio Emilia. Nel mese di ottobre del 1942, spinto da una profonda fede, fece il suo ingresso in seminario. Alla chiusura dell’anno scolastico, rientrò a San Valentino dove divenne assiduo collaboratore del parroco e tale rimase anche quando questi, aggredito e derubato da alcuni combattenti della resistenza della zona, dovette lasciare il paese. Nonostante gli inviti dei familiari e l’esempio di altri seminaristi, anch’essi in quei giorni rientrati presso le rispettive famiglie, Rolando non volle abbandonare la veste talare che i seminaristi a quell’epoca portavano anche quando erano a casa o all’esterno del seminario.

     “Io studio da prete”, rispondeva a chi gli consigliava, visti i tempi, di vestire gli abiti borghesi, “e la veste è il segno che io sono di Gesù”. Era consapevole del rischio che correva indossando quel segno esteriore che per lui significava l’impegno di una vita.

     Il 10 aprile 1943, martedì dopo la domenica in Albis, conclusa la Messa, Rolando andò a casa, prese dei libri e si recò in un boschetto poco lontano, a studiare. Da quel momento non fu più visto. Tra i suoi libri venne ritrovato un foglietto che riportava la scritta: “Non cercatelo, viene un momento con noi partigiani”. Venerdì 13 aprile l’esecuzione. Il corpo venne rinvenuto due giorni più tardi da suo padre e dal parroco di San Valentino in un luogo poco distante da dove si era fermato a studiare.

     Per l’omicidio, nel 1952, fu pronunciata sentenza definitiva in Corte di Assise di Appello di Firenze. Nel dispositivo della sentenza si legge che la morte fu decisa e scaturì a causa della sua vocazione religiosa.

     Testimoniò di lui un suo compagno di Seminario, poi prete e parroco: “Rolando era vivace e svelto in tutti i giochi, a pallone a pallavolo. Il campione della classe, della sua camerata. Attentissimo a scuola, molto studioso, esemplare, innamoratissimo di Gesù. Tutto in lui era superlativo. Si stava volentieri con lui: contagiava gioia e ottimismo. Era l’immagine perfetta del ragazzo santo, ricco di ogni virtù, portata nella vita quotidiana all’eroismo”. Ma il momento storico era difficilissimo, scorribande di partigiani e tedeschi, odio diffuso e rabbioso verso la Chiesa e i sacerdoti. Rolando diceva spesso: “Preghiamo per tornare al più presto in Seminario. Quando sarò prete, partirò come missionario a portare Gesù a quelli che non lo conoscono”. Non temeva né derisione né minacce, che non gli mancavano. Fu nella base di Monchio (Modena) che i partigiani comunisti lo portarono e lo processarono, colpevole della sequela Christi! Emisero la sentenza: “Uccidiamolo, avremo un prete in meno”. Nel bosco, dopo averlo percosso e malmenato senza pietà, gli fecero scavare la fossa e, mentre Rolando pregava, lo finirono con due colpi di rivoltella al cuore e alla fronte.
L’indomani, papà Roberto e don Camellini ritrovarono il suo corpo martoriato. Sepolto provvisoriamente a Monchio, un mese dopo tornava a S. Valentino tra la sua gente in lacrime che guardava a lui come a un piccolo angelo, martire della fede, Sulla sua tomba, papà Roberto fece scrivere le parole da lui composte: “Tu che dalle tenebre e dall’odio fosti spento, vivi nella luce e pace di Cristo”.

     Sono i giovani di oggi a doversi sostenere nel prendere decisioni coraggiose e definitive, non dimenticando che Rolandi Rivi proclamò a fronte alta davanti al mondo: “Vitam et sanguinem pro Christo nostro Rege”. Solo ragazzi e giovani come lui potranno essere capaci ancora di una rivoluzione spirituale davanti a cui nessuno potrà chiudere gli occhi e tanto meno chiudere il cuore.