Gerace (Rc), ricorre oggi il 166° anniversario dell’uccisione dei cinque martiri: cerimonia di commemorazione

imagesNel 166° anniversario della loro fucilazione, si è tenuta stamani nella città dello sparviero una cerimonia di commemorazione dei Cinque Martiri di Gerace. Alle 12 in punto, il Vice Sindaco Andrea Rinaldis – in vece del Sindaco Varacalli, a Bruxelles in qualità di membro del Comitato delle Regioni – ha deposto una corona d’alloro ai piedi del monumento che sorge nel punto in cui il 2 ottobre 1847 vennero uccisi i cinque giovani liberali.

Dopo l’esecuzione delle note del Silenzio, Rinaldis – a beneficio degli studenti della Scuola Secondaria di primo grado dell’Istituto Comprensivo geracese, intitolato proprio ai cinque giovani patrioti, presenti alla cerimonia insieme ai loro insegnanti ed a una delegazione dei Carabinieri della locale stazione, guidati dal maresciallo Giacomo Chimienti – ha quindi tracciato un breve profilo di Michele Bello, Gaetano Ruffo, Pietro Mazzoni, Domenico Salvadori e Rocco Verduci, ricordando come gli stessi nei primi giorni del settembre 1847 guidarono lungo il litorale locrideo l’azione insurrezionale di un esercito di oltre 700 persone pervase dagli ideali di libertà e pari dignità sociale. Un momento cruciale, antesignano di quello che accadrà solo un anno dopo, nel ’48, perché fondamento della proposta di riforma dello Stato messa in campo dalle giovani generazioni che propugnavano uno Stato più moderno e aperto alle esigenze di tutte le classi sociali. La Costituzione e l’Italia Unita erano le loro mete. Da sottolineare, inoltre, come il moto insurrezionale capeggiato dai giovani martiri non provocò nessuna vittima e come il capo d’imputazione principale per i cinque fu quello di aver sventolato il tricolore.

I cinque appartenevano a famiglie facoltose ed erano stati inviati a Napoli per frequentare gli studi universitari necessari per il loro brillante avvenire, verso il quale sembravano indirizzati. Nella città partenopea si nutrirono delle nuove idee liberali e patriottiche che ormai circolavano in Europa fra gli strati della borghesia illuminata, e per la loro vivacità furono rimpatriati dalla locale gendarmeria. In Calabria i giovani elaborarono un piano insurrezionale, insieme a G. Domenico Romeo di Reggio Calabria e approvato dal Comitato di Napoli, che prevedeva la sollevazione contemporanea di Messina, non avvenuta perché fallita sul nascere, di Reggio Calabria, soffocata nel sangue con la decapitazione di Romeo, e del Distretto di Gerace, per propagarsi poi in tutto il Regno. I Cinque si attivarono nell’ambito del Distretto e occuparono Bianco, Ardore, Siderno e Gioiosa Ionica al grido di “W Pio IX, W l’Italia, W la Costituzione”, abbatterono gli stemmi reali, abolirono la tassa sul macinato, catturarono il Sopraintendente di Gerace, il palermitano Antonio Bonafede, che si era distinto per l’odio e la ferocia dimostrati nella cattura e condanna dei Fratelli Bandiera, nella qualità di sottointendente di Crotone, tanto da costringere le autorità a trasferirlo proprio nella sede di Gerace. Al Bonafede, costretto a seguire gli insorti, non fu fatta violenza, né ad altri. Avuta notizia del fallimento dell’insurrezione di Reggio Calabria e di Messina, temendo uno sbarco delle truppe borboniche, i rivoltosi si dispersero. I capi, rimasti soli, furono costretti a trovare scampo nella fuga.
Traditi da Nicola Ciccarelli di Caulonia, nella notte tra il 9 e il 10 settembre, furono arrestati Michele Bello, Rocco Verduci, Domenico Salvadori, che furono condotti in carcere a Gerace. Mazzone e Ruffo, che si erano separati dai compagni per dirigersi verso Catanzaro, in un primo momento evitarono la cattura ma successivamente, ritornati nella Locride furono arrestati: Ruffo, il 21 settembre vicino Siderno, e il giorno dopo Mazzone, nei pressi di Roccella Ionica. Fallito il moto rivoluzionario con l’arresto dei capi della rivolta, venne il momento della resa dei conti. Il Bonafede manifestò di nuovo tutta la sua ferocia: sollecitò la Commissione militare giudicatrice a concludere subito i lavori, “dimenticando” che quei giovani gli avevano salvato la vita. Si attivò perché l’esecuzione fosse fatta in tempi brevi per non dare tempo al generale Nunziante inviato dal re a spegnere la rivolta di poter chiedere e ottenere la grazia sovrana, perseguitò dopo l’esecuzione anche i familiari e i compagni del moto con efferata determinazione, tanto da provocare un nuovo suo trasferimento. Gli insorti furono condannati “per essersi macchiati di lesa maestà e per aver commesso atti prossimi all’esecuzione di detti misfatti” e furono fucilati il 2 ottobre 1847 sulla Piana di Gerace.
In effetti erano “colpevoli” di aver chiesto la Costituzione e il riconoscimento della dignità dell’uomo, calpestati da un potere assoluto e dispotico, nonostante che la Rivoluzione Francese, anticipata da quella americana, avesse affermato i diritti inviolabili dell’uomo e del cittadino. I loro corpi martoriati vennero gettati nella fossa comune detta “la lupa”. Qualche giorno dopo la fucilazione, l’allora Vescovo di Gerace, monsignor Luigi Maria Perrone, durante una funzione religiosa tenuta nella maestosa cattedrale normanna, esultò per la fucilazione dei Cinque, tenendo un’omelia sul tema “Moestitia nostra conversa est in gaudium”! Il movimento insurrezionale capeggiato dai Cinque non ebbe un grosso seguito perché la gente comune non conosceva il significato di libertà, abituata per secoli alla monarchia assoluta, né quello di libertà di stampa, in quanto la popolazione era per la maggior parte analfabeta. Non c’erano elementi culturali sufficienti per legare le aspirazioni della borghesia e quelle del proletariato. L’azione rivoluzionaria non era matura: il popolo non era sufficientemente educato a sopportare il peso della libertà perché non ne conosceva i termini. Il moto, che in ogni modo contribuirà ad aprire le coscienze dei calabresi, fallì anche per l’impreparazione militare del seguito e per la mancanza di un capo che sapesse dirigere e coordinare la complessa operazione. Sul luogo della fucilazione sorge un monumento inaugurato il 7 giugno 1931, sul quale è collocato un pannello bronzeo raffigurante la fucilazione dei Cinque Martiri, opera dello scultore Francesco Jerace, di fronte al quale, il 2 ottobre di ogni anno, le istituzioni e la cittadinanza geracese si ritrovano per rendere onore al loro sacrificio.