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Il Festival del Film per Ragazzi di Giardini rende omaggio a Giovanni Falcone

imagesEmozioni ed applausi nel corso del secondo appuntamento in programma al Festival del Film per Ragazzi di Giardini Naxos, che ha celebrato la “Serata della Legalità”, con la proiezione del film Convitto Falcone, realizzato dal regista siciliano Pasquale Scimeca.
Il regista, che ha anche partecipato alla serata, con questo lavoro ha reso omaggio al giudice Giovanni Falcone a 21 anni della sua scomparsa, girandolo interamente nel Convitto di piazza Sett’Angeli di Palermo, dove il magistrato ha frequentato le scuole elementari.
Il film, che è tratto dal racconto “La mia partita” di Giuseppe Cadili, tecnicamente è un cortometraggio, in quanto ha una durata di soli 30 minuti e sintetizza in modo perfetto l’eredità morale che ha lasciato il giudice Falcone alle nuove generazioni, attraverso una storia semplice che ha come protagonisti dei ragazzini che frequentano l’istituto a lui intitolato.
Da segnalare anche le musiche di Franco Battiato, che hanno “scandito” in modo perfetto i passaggi più significativi ed emozionanti del film.
Il ricavato delle proiezioni servirà per la realizzazione di un college per ragazzi di strada in Ecuador e si chiamerà Giovanni Falcone. I promotori del progetto sono la casa di produzione cinematografica Arbash del regista Scimeca, la Fondazione Falcone, il Convitto Nazionale di Palermo e l’Engim, i missionari Giuseppini del Murialdo.
Prima della proiezione, alla quale ha partecipato una platea di bambini molto attenta e partecipe, il regista Pasquale Scimeca ha rilasciato una breve intervista.

Parlaci del film “Convitto Falcone”, come nasce ed il messaggio che vuole dare.
Convitto Falcone è un film che dura 30 minuti, è voluto di questa lunghezza perché ci è stato chiesto dalla Fondazione Falcone di fare un cortometraggio per l’anniversario della strage di Capaci da destinare ai ragazzi e che potesse essere utile anche alle scuole. E’ un film che però non racconta la storia di Falcone, ma racconta l’eredità che il giudice ci ha lasciato. La storia è ambientata in questo convitto, che una volta si chiamava Vittorio Emanuele, proprio perché Giovanni Falcone da bambino ha frequentato le scuole elementari all’interno di questo istituto e nel 1999 è stato dedicato alla sua memoria. E’ una storia tratta da un racconto di un professore del convitto, che si chiama Giuseppe Cadili, una storia autobiografica, che narra il rapporto tra questo educatore e un ragazzino di prima media, il quale aveva intenzione di truccare una partita di calcio e invece poi, dopo alcuni colloqui e confronti tra lui e questo insegnate e dopo essersi reso conto di frequentare la stessa scuola di Giovanni Falcone, non può commettere una azione di illegalità.

Esiste un filo conduttore che accomuna i lavori cinematografici realizzati nella tua carriera?
I fili conduttori sono difficili. Sono un autore che ama una certa tipologia di cinema e lo interpreto non come un semplice spettacolo, ma è qualcosa di più, cioè una forma d’arte che consente di esprimermi e spero che tutti coloro che vedono le mie opere possano dialogare con esse. Il filo conduttore sostanzialmente è la mia vita, anche se in effetti vi è un filo conduttore che potrei definire “esterno” e che è rappresentato dalla storia, dalla ricerca dell’anima del nostro popolo siciliano, attraverso una serie di episodi della storia che sono stati un po’ dimenticati, che non hanno avuto quella risonanza che dovevano avere. I miei film nascono dal mio personale bisogno di capire il tempo in cui vivo e di cercare appunto nel passato quelle cose che hanno determinato questo tempo, cioè perché oggi viviamo in un mondo, in una civiltà che è allo sbando, senza valori, con crisi profonde di coscienza, con una corruzione diffusa, con dei popoli che hanno perso la propria identità. Tutto questo mi riguarda, riguarda tutti noi ed ho cercato di ricostruire un senso alla mia esistenza cercando di capire quali sono stati gli episodi fondamentali che ci hanno portato poi ad essere quello che siamo oggi.

Quali difficoltà hai trovato nel realizzare il film “I Malavoglia”, basandoti su uno dei più importanti romanzi della letteratura italiana?
Dal romanzo di Verga era già stato realizzato un capolavoro da Luchino Visconti e proprio da questo film è nato il neorealismo, quella stagione straordinaria, poetica, che ha condizionato il cinema di tutto il mondo. Ho impiegato molto tempo a realizzare questo film, proprio perché dovevo cercare di capire quale era la migliore chiave di lettura e quando ho capito che in realtà I Malavoglia di Verga non è solo un romanzo, ma è una scuola di pensiero, un insegnamento che Verga ci ha lasciato su come raccontare le cose, su come raccontare la realtà, allora ho capito che potevo utilizzare questo romanzo come anima, come metafora del mondo e quindi nello stesso tempo utilizzare il romanzo allo scopo di raccontare il mio di tempo e la realtà dei nostri ragazzi, persi nel vuoto non solo esistenziale, ma anche culturale e sociale dei giorni nostri.