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I sequestri in Aspromonte, per non dimenticare: 22 luglio 1993, Lollò Cartisano, fotografo di Bovalino ucciso ai piedi di Pietra Cappa

01Di Cosimo Sframeli: I sequestri di persona a scopo d’estorsione ebbero inizio, in maniera rilevante, il 2 luglio 1963, con il sequestro dell’imprenditore reggino Ercole Versace. le ‘ndrine ricavarono dai sequestri i capitali necessari per altri affari illeciti e leciti e, tra gli illeciti, il traffico internazionale degli stupefacenti. Non c’era delitto che presentasse una più alta percentuale di allarme e paure come il sequestro di persona. Proprio per la sua particolare durata temporale molto lunga e l’impiego di un apparato logistico molto articolato. A volte, i trasferimenti dei sequestrati in Aspromonte erano di una sconcertante facilità: Paul Getty III fu sbarcato sulla Costa Jonica da un motoscafo; Giuseppe D’Amico fu portato con una betoniera; Giuliano Ravizza addirittura disposto su un taxi. Destava impressione il fatto che persone sequestrate al Nord potessero impunemente attraversare l’intera penisola per essere custodite sulle montagne dell’Aspromonte in luoghi impenetrabili, in rifugi naturali come grotte o costoni, o in buche appositamente scavate nel terreno. Comunque, con l’ostaggio sotto la loro custodia, era impossibile pianificarne la liberazione senza mettere in serio pericolo la sua stessa vita. Per lunghi mesi, erano i banditi a decidere le mosse e gli altri ad indugiare. Consigliare la famiglia ed attendere che l’ostaggio ritornasse in famiglia. Solo a sequestro chiuso era possibile ritornare all’azione e tentare di assicurare alla giustizia i responsabili. In Aspromonte, c’erano decine di pregiudicati già arrestati per il reato di sequestro di persona che, appena rimessi in libertà per vari motivi, vivevano in montagna senza abbandonare la loro primaria attività. Venivano utilizzati i latitanti per la custodia degli ostaggi e nel contempo si impiegava anche gente del luogo, soprattutto giovani affiliati. In quelle realtà la ‘ndrangheta cercò di far apparire il sequestro come un affare i cui vantaggi sarebbero ricaduti, non solo sui mafiosi, sull’intera popolazione. Dei circa 180 sequestri di persona a scopo d’estorsione eseguiti da calabresi (124 effettuati in Calabria e 56 in altre Regioni d’Italia; 18 furono perpetrati solo a Bovalino) si riuscì a disegnare la mappa dei protagonisti e a dimostrare che i sequestri di persona a scopo d’estorsione furono la prima ed essenziale attività delle cosche sempre più pericolose ed internazionali. Non a caso, gli stessi personaggi coinvolti nei sequestri furono poi figure che spiccarono in altre inchieste, in altri scenari, in altri affari illeciti.

La condizione per il rilascio dell’ostaggio era il pagamento del riscatto. Se ciò non avveniva l’ostaggio era ucciso. Succedeva che i familiari pagassero ma il sequestrato non faceva ritorno ai suoi affetti, lasciati a penare. La vittima poteva perdere la vita a causa di una dura prigionia o perché durante la stessa carcerazione aveva potuto strappare il passamontagna. Vedere il volto di un componente della banda comportava in genere la morte dell’ostaggio. Probabilmente accadde così a Vincenzo Medici, sequestrato a Bianco (RC) nel 1989; a Giancarlo Conocchiella, sequestrato a Cassaniti (VV) nel 1991; ad Adolfo Cartisano, sequestrato a Bovalino (RC) nel 1993. Tutti tenuti prigionieri nelle nostre montagne. La banda, ottenuto il riscatto, liberava l’ostaggio portandolo lontano dal rifugio dove era stato custodito per depistarne le indagini. La sua liberazione avveniva generalmente di notte, in aperta campagna, per consentire ai rapitori di allontanarsi facilmente. Infatti, l’ostaggio riusciva a ritrovare l’orientamento solo alle prime luci del mattino quando, con l’aiuto di qualche passante, veniva condotto alla più vicina Caserma dei Carabinieri.

Tra i tanti, uno dei sequestri anomali e raccapriccianti fu proprio quello di Lollò  Cartisano, fotografo di Bovalino. Venne rapito a Bovalino il 22 luglio 1993, nei pressi della sua casa al mare. I sequestratori lo sorpresero con la moglie. La signora Mimma fu stordita, con un colpo contundente in fronte ed abbandonata, priva di sensi, mentre il marito veniva sequestrato. Lollò, mesi prima, si era opposto alle richieste di denaro formulate ed aveva fatto arrestare i suoi estorsori. Nonostante il pagamento di una rata del riscatto, il fotografo di Bovalino non venne riconsegnato alla famiglia. La Commissione Parlamentare Antimafia si recò a Bovalino dove i sequestri a scopo estorsivo erano giunti a quota 18. Dopo gli appelli della famiglia e le lettere scritte dalla figlia Deborah, e pubblicate sui quotidiani locali, nel 2003 giunse alla famiglia una missiva anonima di un carceriere che indicava il punto, ai piedi di Pietra Cappa, dove era stato sepolto il corpo di Lollò, imputando la morte ad un incidente di percorso. I funerali si svolsero a Bovalino il 3 agosto del 2003.

A Milano, nel dicembre ’97, l’Anonima calabrese concludeva con l’ultimo sequestro di persona a scopo d’estorsione. Rapiva l’imprenditrice Alessandra Sgarella (deceduta all’età di 52 anni nel mese di agosto 2011 per un male incurabile). Per la sua liberazione, avvenuta dopo nove mesi di prigionia, venne pagato un riscatto di circa 10 miliardi di lire. Fu tenuta in ostaggio dalla ‘ndrangheta, in Aspromonte, per 266 giorni, e, a cinque mesi dal rilascio, per ordine della Procura di Milano, furono assicurati alla Giustizia numerosi esponenti delle famiglie mafiose del triangolo Platì – San Luca – Natile di Careri.

“Pazienza”, diceva un saggio Sacerdote dell’Aspromonte che nel celebrare Messa implorava il Signore con una frase di Tommaso Moro: “… Dacci la forza di cambiare le cose che possiamo cambiare, la pazienza di sopportare quelle che non possiamo cambiare e l’intelligenza di capire quali siano le prime e quali le seconde”.