Le indagini dell’ispettore FELICINO – N.11

felicinoOrmai le “larghe intese” andavano di moda, era successo nella costituzione del governo, dove forze politiche contrarie si erano messe insieme dopo essersi insultate per tutta la campagna elettorale. Era bastato trovare una definizione diversa da “governissimo” per pensare di aver risolto tutti i problemi, compreso quello ideologico. I politici si erano mossi con la stessa furbizia con cui anni addietro, al risultato referendario che abrogava il finanziamento pubblico ai partiti era seguita una legge che, aggirando la volontà popolare, ripristinava il finanziamento, semplicemente chiamandolo rimborso elettorale. Cambiare tutto per non cambiare niente, Tomasi di Lampedusa, era stato un buon maestro.

Così era successo che anche nel campo delle verifiche e dei controlli alle aziende, erano state organizzate le ispezioni congiunte, prevedendo le “larghe intese” tra i molteplici Enti di controllo. Poveri imprenditori, pensava a volte Felicino, quando rifletteva su quanti Enti erano preposti al controllo, a volte anche sulla stessa materia. Ne aveva contati fino a sette.

Quella mattina di maggio, una squadra composta da due Carabinieri (vanno sempre in coppia), da un funzionario Inps, da un funzionario Inail, dall’ispettore Felicino del Servizio sicurezza sul lavoro e da un funzionario della Direzione Provinciale del lavoro, si era data appuntamento alle ore otto per recarsi in ispezione presso un cantiere edile dove lavorava l’impresa “Enterprise”.

Arrivati sul posto si accorgono che il cantiere consisteva nei lavori di costruzione di un’aiuola davanti ad una villetta a schiera e che a lavorare c’era soltanto il titolare della ditta e un giardiniere. I due lavoratori, tra l’altro su con gli anni, si videro circondati da militari e borghesi. Ad una prima reazione di meraviglia seguì l’ironica risposta del giardiniere “non sparate, mi arrendo”. Tutti scoppiarono a ridere vivendo quella situazione farsesca, in cui sei funzionari pubblici erano stati incaricati di condurre quella “delicata” ispezione, in un piccolo cantiere dove lavoravano due operai.

Emerse che i due lavoratori erano, entrambi, i titolari delle rispettive ditte e che queste non avevano altri dipendenti nonostante, almeno per una, l’altisonante ragione sociale. Per tutti fu chiaro che era stato uno spreco di tempo, ma ormai c’erano e quindi fecero buon viso a cattivo gioco. Nel corso del sopralluogo Felicino notando che il giardiniere aveva un motocoltivatore impiegato per fresare il terreno dell’aiola, si avvicinò per verificare se (nell’ipotesi di perdita del controllo della macchina) in caso di rilascio, da parte dell’operatore, del comando ad azione mantenuta si otteneva lo spegnimento immediato e automatico del motore. Fece accendere il motocoltivatore, quindi lo provò, accertando che tale dispositivo di sicurezza non c’era. Il giardiniere, che aveva perso l’espressione ironica di poco prima, cercò di giustificarsi dicendo che era un vecchio motocoltivatore che lui aveva sistemato, ma l’ispettore fece presente la gravità della carenza e spiegò che l’art. 21 del D.Lgs 81/08 imponeva ai lavoratori autonomi l’utilizzo di attrezzature di lavoro conformi alle disposizioni di cui al Titolo III dello stesso decreto (art. 70 comma 2). Con calma apri la borsa da lavoro, tirò fuori il blocco dei verbali e incominciò a scrivere la violazione accertata. Quindi firmare il verbale a tutti i presenti (e le firme c’entrarono a malapena visto quanti erano) e precisò al giardiniere che la sanzione era amministrativa pecuniaria da 500 a 1.800 euro.

A cura di Studio SGRO

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