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Reggio, continua la querelle nel centrodestra: Oreste Romeo replica a Raffa

Oreste RomeoPochi giorni orsono, il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima), chiamato a pronunciarsi in materia di scioglimento di civici consessi per presunte infiltrazioni mafiose, ha riconosciuto conducenti all’intervento solutorio anche quelle situazioni che non rivelino, né lascino presumere l’intenzione degli amministratori di assecondare gli interessi della criminalità organizzata.

Diversamente, secondo quel TAR, sussisterebbero i presupposti per l’avvio dell’azione penale o, almeno, per l’applicazione delle misure di prevenzione a carico degli amministratori.

In buona sostanza, per sciogliere un consiglio comunale, non occorre che vengano compiuti reati, né che gli amministratori pongano in essere comportamenti agevolanti la criminalità organizzata: è sufficiente che vi sia il sospetto di un possibile, anche in termini astratti, condizionamento passato, presente o futuro dell’amministrazione.

Appare superfluo ricordare che il dato normativo preso in esame dai giudici romani riguarda enti territoriali quali i Comuni e le stesse Province.

In questo contesto, lungi dalla sterile polemica, chi scrive è intervenuto sulla vicenda della restituzione delle deleghe all’assessore provinciale Gaetano Rao ed è stato palese il fastidio avvertito dal Manovratore e dai “suoi”.

Omessa la furia insita nella reazione di chi non s’è nemmeno reso conto di avere scambiato per offesa personale il ben diverso significato della parola “peana”, rileva, e sorprende, la spiegazione sbrigativa, piccata e per nulla persuasiva data al proprio operato dal Presidente Raffa, cui non giova affatto spostare i termini della questione, che non è una “bega” di partito, né l’occasione da prendere a prestito per puntellare una testimonianza da lui resa in un pubblico dibattimento.

Vana, per chi scrive, si è rivelata l’attesa di un dibattito a tutela della volontà popolare espressa dai cittadini tutti della provincia reggina nelle elezioni del maggio di due anni fa, nonostante l’orientamento draconiano reso manifesto dall’attuale Prefetto nei confronti dei cittadini di Reggio Calabria e di altri Comuni del Reggino, quale compiutamente compreso nella sua effettiva significazione dall’Assessore Provinciale alla Legalità, nonché Sindaco di un paesino preaspromontano che porta ancora i segni del commissariamento.

L’interdittiva prefettizia che ha raggiunto l’Assessore Rao il 10 maggio 2013 non è stata percepita come un possibile (e, si spera, remoto) campanello d’allarme, né è dato di sapere se il patrimonio conoscitivo del Presidente Raffa sia mai stato in possesso di elementi non a disposizione della cittadinanza del Reggino.

Eppure, l’eccessivo rigore interpretativo dei giudici del TAR Lazio si pone quasi al limite con l’attività di creazione del diritto, e comunque pone ulteriori problemi alla già complicata situazione che rende di difficoltà sovrumana la prosecuzione della vita amministrativa di tanti comuni che la Provincia di Reggio Calabria dovrebbe stimolare, sostenere e coordinare.

Il problema sollevato in relazione alla vicenda Rao, non già al cittadino Gaetano Rao, è  un problema di più ampia portata: è reale ed immediato, ed una politica che lo ignorasse sarebbe solo assimilabile a quella dello struzzo, soprattutto adesso che al Viminale si è registrato un cambio della guardia che, almeno nel contraddittorio caso riguardante il Comune di San Lorenzo, sembra voler assicurare un approccio diverso dall’integralismo che fin qui ha di fatto annichilito la serenità che dovrebbe assistere la partecipazione alla vita amministrativa della comunità di appartenenza secondo le regole democratiche scritte nel dettato costituzionale.

Insomma, fermo restando il sostegno all’azione dell’apparato repressivo, lo Stato non può abulicamente e sterilmente, questa volta si, risolvere la “grana” ‘ndrangheta con la sola sospensione della democrazia nei comuni calabresi: occorre ben altro, a partire dalla tutela degli organi rappresentativi di comunità che non devono vedere lo Stato come altro da sé.

Questo, non altro, era ed è il senso dell’intervento con il quale s’è inteso prendere le distanze da un metodo inadeguato e privo di coinvolgimento dei partiti della coalizione.

Questo era e resta il problema dei problemi che frenano le nostre Comunità e che nessuna mala bestia (il Senatus), ancorchè composta da boni viri (i Senatores), potrà eludere al cospetto dei cittadini.