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L’incredibile paradosso del Ponte sullo Stretto: se l’avessero costruito, avremmo anche risparmiato…

Oggi faremo una semplice addizione, ma non torniamo a scuola per una lezione di matematica. Bensì faremo il conto di quanto è già costato e quanto ci costerà il Ponte sullo Stretto con un piccolo appunto: il Ponte sullo Stretto non si farà.  Almeno per ora.

Già 383 milioni di euro (scriviamo a lettere perché la quantità di zeri di siffatta cifra potrebbe far impallidire i nostri lettori) sono stati spesi per il progetto e il mantenimento della società Stretto di Messina; a questi si dovranno aggiungere i costi dell’inevitabile contenzioso. Il consorzio Eurolink, general contractor dell’opera guidato dalla italiana Impregilo, ha già infatti invocato un risarcimento danni di 700 milioni più gli interessi.

Risultato? Oltre 1 miliardo di euro, che ovviamente saranno a carico dei contribuenti.

La storia infinita del Ponte sullo Stretto, inutile ripeterla, inizia nel 1981 quando viene costituita la società “Ponte sullo Stretto”, che ha dei costi importanti da sostenere: lavoratori, progetti, sede e via dicendo. La Società ha lavorato duramente, ha pagato i più grandi esperti mondiali che hanno realizzato un progetto che ha superato tutti gli step burocratici nel corso degli anni fino all’approvazione di quello definitivo nel 2009, poi però le beghe politiche hanno portato alla sospensione dell’iter per la realizzazione del Ponte e quindi tutto quel lavoro è diventato inutile per le miopi scelte di una classe politica che ha fatto di un’opera così straordinaria a livello scientifico e tecnologico, un vile motivo di campagna elettorale.

Come nelle migliori tradizioni italiane anche il Ponte sullo Stretto è caduto nella “rete” della politica. Nel 2004 quando al Governo c’era Berlusconi il Ponte era una delle priorità.

Caduto Berlusconi, il nuovo inquilino di Palazzo Chigi è Prodi, che nel 2006 blocca tutto e pone la società “Stretto di Messina”  in liquidazione, a cui si oppone l’allora ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro.

Nel 2008 di nuovo Berlusconi e il Ministro Matteoli fa ripartire di gran lena i lavori di progettazione; nel 2010 è tutto pronto, sembra quasi che la “nullafacenza” italiana sia stata smentita, quando nel corso delle trattative con i cinesi s’inizia a percepire uno strano disinteresse per quest’opera da parte dello stesso Governo Berlusconi.

Forse non rientrava nel programma elettorale dei partiti? Forse, e con l’aggiunta della burocrazia si è arrivati al 2012 quando la Eurolink, general contractor, dichiara di voler recedere dal contratto. E partono le prime carte bollate.

A prescindere dai commenti dell’opinione pubblica, che è profondamente divisa sull’utilità di  quest’infrastruttura, riuscirà mai l’Italia a garantire un’affidabilità e una convergenza tra quanto promesso nelle campagne elettorali e quanto fatto durante la permanenza a Palazzo Chigi, Palazzo Madama o Montecitorio?

Ovviamente soldi pubblici spesi inutilmente, anni di attesa e ancora per collegare 3 km di Stretto aspettiamo ore e paghiamo prezzi esorbitanti.

Se Calabria e Sicilia fossero state, anziché in Italia, in qualsiasi altro Paese Europeo, o anche in Cina, in SudCorea, in India, in Giappone, o in Brasile, Argentina, Usa, Canada, Nuova Zelanda, Cile e chi più ne ha più ne metta (senza scomodare Sudafrica, Quatar e altri Paesi in forte via di sviluppo), quel Ponte sarebbe in piedi già da decenni. Ma si sa, That’s Italy!

E adesso rischiamo di spendere più soldi per il Ponte che non c’è rispetto a quanti ne avremmo spesi per vederlo realizzato…