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Il popolo è ridotto alla fame, mentre le Istituzioni sono dormienti: una testimonianza diretta della crisi che attanaglia i cittadini

Una mattinata universitaria, si trasforma in un momento dove “tocco con mano” in prima persona, cosa vuol dire letteralmente  “fare la fame”.

Sono calabrese, studio Lettere all’Università degli Studi di Messina. Come capita, almeno una volta a settimana, in questo periodo di esami, mi reco in facoltà per espletare questioni buracratiche e per chiedere consigli ai docenti circa i prossimi test (gli ultimi prima della Laurea). Arrivo a Villa San Giovanni, da casa mia, Cinquefrondi (60 Km di strada), salgo sulla nave, attraverso lo Stretto, mi precipito a prendere il tram che mi porti all’inizio di Viale dell’Annunziata. Il tram non passa, fa ritardo (siamo alle solite), decido di non aspettare più. Mi faccio una passeggiata.

La mia camminata a “passo lungo”  pian piano rallenta. Un immagine quanto reale, quanto tragica, mi colpisce: a distanza di circa 20 metri da dove mi trovo io, scorgo un uomo, tra i 65 ed i 70 anni, vestito con un vestito grigio, giacca e camicia blu, che, con una busta in mano e con la testa e gli occhi  fissi dentro un cassonetto dell’immondizia, raccoglie tutto ciò che “può essere utile”. Oltre a colpirmi il gesto, che purtroppo si vede ripetutamente, in mezzo mondo, nelle televisioni e su internet , è il pianto e le “invettive” dell’uomo a farmi restare esterrefatto.

Mi fermo. E’ li a pochi metri. Penso di avvicinarmi. Tentenno. Dico tra me e me “io chi sono per avvicinarmi? Non vorrei ledere la sua dignità”. Mi decido, mi avvicino piano piano, con timore. Dico al signore “serve aiuto?”, lui mi risponde “ragazzo, cosa vuoi che ti dica? Guarda come sono ridotto, come ci hanno ridotto. Uno come me a raccogliere spazzatura”. Cosi, con voce flebile, dico “Le serve qualcosa?”. Lui risponde “si, vorrei riavere la dignità che mi hanno fatto perdere”.

Cosi tra una parola ed un altra, mentre il signore si siede sulla panchina antistante il cassonetto dell’immondizia, mi accomodo vicino a lui. A quel punto decide di raccontarmi un pò di cose ed io, ovviamente , lo faccio parlare. Mi dice: “sono uno dei tanti disperati, uno degli invisibili. Io e mia moglie abbiamo due pensioni che, complessivamente, arrivano a 800 euro totali. Pagare 400 euro d’affitto è diventato insostenibile. E’ da due anni che siamo disperati. Eppure -puntualizza- sino a poco tempo fa non ci mancava nulla”.

Cerco di non essere invadente. Capisco che vuole parlare e lo lascio fare. Non gli chiedo nemmeno il suo nome o che lavorava faceva o se ha dei figli. E’ lui a dirmi che è di Messina e vive li’. Cosi entriamo in un bar, gli offro un caffè. Mi domanda cosa “faccio” nella vita, perchè mi trovavo in Sicilia. Gli rispondo che mi trovo nella città dello Stretto per motivi di studio, essendo “uno studente demotivato, perchè una Laurea non cambierà il mio futuro incerto” . Gli dico anche che scrivo per un giornale, StrettoWeb, che una delle mie passioni è il giornalismo, cosi, mi dice “voi che scrivete avete una grande responsabilità. Dovete comunicare ciò che vedete, la realtà, come una fotografia. Vorrei -continua- che qualcuno scrivesse di noi, uomini e donne in difficoltà. Non solo in Grecia o a Cipro sono alla fame, ma anche qui da noi e in altri paesi del mondo”. Parliamo per altri 10 minuti, mi racconta di vicissitudini personali, poi ci salutiamo, lui doveva recarsi al mercato della frutta per “prendere gli scarti”, cosi mi dice, io verso l’Università. Gli prometto di scrivere delle “donne ed uomini in difficoltà”.

L’incontro con questo signore distinto di Messina mi ha colpito per due motivi: la dignità con il quale mi raccontava le cose, l‘orgoglio di un uomo, si ferito ma, che dimostrava di voler lottare e non darsi per vinto.

Dopo la mezz’ora trascorsa con una persona che, in quel momento, rappresentava l’emblema di una “classe di disperati”,  mi ha portato a fare due riflessioni personali. La prima: seppur nei Tg o sul Web girano scene simili a quella capitata a me, non è la stessa cosa vederla dal vivo. Uno schermo non ti dà la vera percezione della disperazione delle persone in difficoltà. La seconda: le Istituzioni europee e nazionali, siano esse politiche, religiose o sindacati, stanno anni luce distante dai problemi che attanagliano l’uomo in questo periodo storico. La gravità è accentuata dal fatto che nessuno propone soluzioni immediate ed efficaci. Si percepiscono solo: urla, equilibrismi, tatticismi, trattative, “purismi” che il più delle volte non vengono percepiti dalla gente comune. Si parla di spread, raiting, Bce, Fmi ed i cittadini non sanno nemmeno cosa sono.

Papa Francesco, seppur non sono un cattolico praticante, anzi spesso sono molto critico nei confronti dell’Istituzione Chiesa, ha avuto un merito nell’Angelus di domenica: fare un monito “pesante”, almeno questo, nei confronti dei “poteri forti” o presunti tali. Il Papa ha chiosato “Ci preoccupiamo solo delle banche . La vera crisi è la gente che muore di fame, ma di questo non passa niente ma se calano gli investimenti economici- conclude Bergoglio- se ne fa una tragedia”.

Finisce qui il mio racconto, “imprenziosito” da alcune considerazioni personali, sperando in un futuro migliore (è una frase fatta, ma è l’unico augurio che mi possa auspicare) e, soprattutto, in una presa di coscienza reale di chi detiene il potere economico mondiale della condizione di difficoltà nel quale il popolo oggi vive.