Governo, Giovanni Alvaro: “capire che la partita è più grossa di un governicchio”

napolitanodi seguito la nota diffusa da Giovanni Alvaro: La decisione di Napolitano di ricordare, come ultimo atto del suo settennato, che la scelta di convergenze politiche tra forze diverse non è un’ipotesi che viene lanciata solo oggi, ma è una scelta che è stata fatta anche nel 1976 dai dirigenti del PCI, allora, diretto da Enrico BerlinguerUna  scelta che venne chiamata di ‘solidarietà nazionale’ e fu imposta dalla grave e pericolosa situazione che stava attraversando il paese.

Napolitano nel sottolineare che per fare quella scelta ci volle ‘coraggio’, stante le profonde divergenze programmatiche tra l’allora partito dei comunisti e la Democrazia Cristiana,  ricorda però un pò a tutti, ma soprattutto a Bersani ed ai ‘giovani turchi’, la grave situazione italiana, che creava non pochi allarmi nell’opinione pubblica, e che era caratterizzata da una profonda  crisi economica, da un’inflazione galoppante e da un terrorismo che mieteva vittime tra servitori dello stato, magistrati e forze dell’ordine, e tra politici, giuslavoristi e sindacalisti di base. Una miscela, quella delle tre emergenze, che rischiava di far crollare il sistema democratico.

Bersani che ha una visione dei problemi offuscata da ‘quella siepe (la sua voglia matta di insediarsi a Palazzo Chigiche da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude’, si è solo, e sottolineo solo, soffermato, polemizzando col Capo dello Stato, sul fatto che nel ’76 “c’era uno che governava e gli altri che consentivano, era una singola forma di governo di minoranza”. Salta quindi, a pie pari, i motivi che spinsero gli allora dirigenti comunisti ad aprire ad un governo di ‘larghe intese’.

Errore madornale con il quale si tenta di far continuare la musica mentre il Titanic affonda. Dimentica, volutamente, o tutt’al più sottovalutando incoscientemente la situazione italiana dove il fronteggiarsi non è, almeno adessotra destra e sinistra, ma purtroppo tra politica e antipolitica.  E pur non essendoci il terrorismo i pericoli per la democrazia sono ben superiori a quelli di ieri. Non si tratta delle solite frange di desesperados che periodicamente, rispondendo ai sommovimenti della pancia, corrono dietro alla bandiera del momento.

Stavolta non c’è solo il tradizionale ‘capopopolo’ che arringa le folle, e cerca di captare gli umori della gente, come furono, Giannini, il Msi della prima ora, la Lega del prof. Miglio, e poi, la Rete di Orlando, l’Italia dei disvalori del trebbiatore di Bisaccia, stavolta c’è di più perché l’operazione viene da lontano e dura da anni. Ci sono i guru della tv, le corazzate mediatiche che hanno presa sull’opinione pubblica, settori importanti della cultura, e quella parte di Magistratura ideologizzata che, tutti quanti questi soggetti, non ‘rispondendo’ più alla sinistra tradizionale hanno una autonomia d’iniziativa che permette loro, impunemente, di pascolare sul terreno dell’irresponsabilità che determina un vero e proprio attentato agli organi costituzionali.

Altro che governicchio inseguito da Bersani. Bisogna attivare ogni anticorpo per neutralizzare il disegno antisistema democratico che è il vero obiettivo dei registi dell’operazione. Certo ci vuole ‘grande coraggio’ accompagnato da un profondo ‘senso di responsabilità’ e un forte ‘senso dello stato’ che da troppo tempo gli eredi del PCI hanno accantonato. C’è bisogno di un Governo di scopo che assuma alcune iniziative(diminuzione pressione fiscale, cancellazione dell’Imu, incentivi per le assunzioni giovanili, investimenti antirecessione) al fine di recuperare la fiducia della gente.

E poi bisogna varare una nuova legge elettorale riformando l’impalcatura dello Stato volta a realizzare realmente il bipolarismo e la certezza della governabilità e, solo dopo (un anno, un anno e mezzo), andare al voto ripristinando il confronto tra destra e sinistra. Anche così si combattono le ‘campagne che si vorrebbero moralizzatrici e, in realtà – ci ricorda Napolitano si rivelano, nel loro fanatismo, negatrici e distruttive della politica”. Quella con la P maiuscola. Ancora si è in tempo.