Reggio, operazione ‘Saggezza’, Gratteri: “E’ la prima volta che sentiamo parlare di Corona. Cosche in grado di imporre la propria volontà”

E’ la prima volta che sentiamo parlare di Corona” spiega durante la conferenza stampa il procuratore aggiunto della DDA Nicola Gratteri. Si è in presenza di una struttura sovraordinata ai singoli locali di ‘ndrangheta. La “Corona” infatti si poneva a capo di cinque comuni della Locride, che per collocamento geografico formano appunto una sorta di corona. “Ora – ha aggiunto Gratteric’e da studiare come la Corona si rapporta con il Crimine di San Luca, con i mandamenti e in particolare col mandamento jonico. Intanto non e’ emerso nessun conflitto, la Corona appare come un organismo preesistente e che ha il compito di raccordo tra locali, e sposa la filosofia criminale che ha generato il crimine di San Luca“. Questo lavoro di raccordo, secondo Gratteri, finora ha funzionato bene, poichè “l’ultima faida tra comuni che stanno sotto la Corona risale a 25 anni fa“.Il termine “Corona” comparì per la prima volta in un codice sequestrato nel 1987 a Reggio Calabria nel covo del latitante Giuseppe Chila’, quando fu arrestato.
Si tratta di una indagine che occupa un periodo temporale vasto e che ha permesso di far emergere, in tutta la sua pericolosita’, la capacita’ della ‘ndrangheta di permeare e condizionare gli apparati amministrativi pubblici, imponendo con minacce ed attentati, la propria volonta’ parassitaria” afferma ancora il procuratore Nicola Gratteri.
L’inchiesta – ha proseguito Grattericondotta efficacemente dai carabinieri con strumenti di intercettazione telefonica e con i sistemi classici di verifica sul territorio, e’ stata resa possibile proprio grazie alla capillarita’ della presenza sul territorio dell’Arma con le sue stazioni, e rende lucidamente uno spaccato di attivita’ criminali che convergono verso un unico obiettivo: un asfissiante controllo del territorio, perseguito anche con il condizionamento dell’elezione degli organismi di governo della Comunita’ montana Aspromonte orientale. Come si evince dalle risultanze investigative e, nel caso specifico, la ristrutturazione delle terme di Antonimina, tutto doveva passare attraverso accordi garantiti dai capi ‘locale’. Finanche il taglio dei boschi ed il commercio del legname, i lavori di messa in sicurezza delle fiumare, era ‘pratica’ che doveva essere affrontata dai capi bastone attraverso i mezzi classici di intimidazione: furti nei cantieri, incendi di autovetture di titolari di imprese”. Ad accelerare i tempi dell’inchiesta è stata anche la decisione di Rocco Varacalli e Rocco Marando, due indagati, di collaborare, dando una descrizione dei meccanismi decisionali interni alle loro cosche di appartenenza. I due, inoltre, hanno raccontato anche di alcuni contrasti pericolosi, al punto da sfiorare un vero e proprio conflitto armato, tra Giuseppe Raso, soprannominato ”l’avvocato”, che aveva la sua zona di influenza tra Cimina’ e lo Zomaro, e Nicola Romano, individuato dagli inquirenti come il boss di Antonimina.