Inchiesta sulla trattativa stato-mafia: le conclusioni raggiunte dai pm in 22 pagine

E’ “nella ferma convinzione che l’unica vera ragione di Stato e’ quella verita’, che questo Ufficio non ha mai smesso, e mai smettera’, di cercare” che la procura di Palermo deposita una memoria che illustra tutte le conclusioni raggiunte dai pm nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta trattativa tra stato e mafia. Sono 22 le pagine in cui il pool coordinato da Antonio Ingroia riassume tutte le ragioni dell’accusa contro i 12 imputati del procedimento. Ingroia come avevamo annunciato in questo articolo, domani lascia l’incarico per andare in Guatemala. Nel documento che viene depositato ci sono anche alcuni punti fermi come il radicamento della competenza a Palermo.
I pm Nino Di Matteo, Lia Sava, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, nella loro ricostruzione, parlano di “scellerata trattativa” la quale porto’ alla Seconda Repubblica e di “tanti, troppi depistaggi e reticenze, spesso di fonte istituzionale“.
Il pool difende inoltre il proprio operato: “L’approccio di questo ufficio con il materiale probatorio non e’ stato certamente pressappochista, bensi’ estremamente rigoroso” e ricostruisce le trattative fra Stato e mafia, che si sarebbero avvicendate, tra il  ’92 e il ’94, partendo dall’omicidio Lima, considetato come il primo atto della strategia di attacco allo Stato e concludendosi con il 1994, “allorquando le ultime pressioni minacicose finalizzate ad acquisire benefici e assicurazioni hanno ottenuto le risposte attese“. I magistrati, sottolineano anche che la “vera posta in gioco di tutta la trattativa” non si e’ “limitata a singoli obiettivi ‘tattici’, come la tregua per risparmiare gli uomini politici inseriti nella lista mafiosa degli obiettivi da eliminare, o l’allentamento del 41 bis e gli altri punti del papello, ma – assai piu’ ambiziosamente – ha avuto ad oggetto un nuovo patto di convivenza Stato-mafia, senza il quale Cosa Nostra non avrebbe potuto sopravvivere e traghettare dalla Prima alla Seconda Repubblica“.
Quindi, secondo la ricostruzione del pool, fra Stato e Cosa nostra si sarebbe instaurato un equilibrio, un “patto di convivenza che, da un lato, significava la ricerca di nuovi referenti politici e, dall’altro lato, la garanzia di una duratura tregua armata dopo il bagno di sangue che in quegli anni aveva investito l’Italia”. Il rapporto con le istituzioni, gestito anche attraverso le valutazioni di Toto’ Riina (“Dobbiamo fare la guerra per poi fare la pace“), le minacce e le bombe del 92-93 in Sicilia e in Continente, avrebbe trovato il  completamento della  “travagliata trattativa, che trovo’ finalmente il suo approdo nelle garanzie assicurate dal duo Dell’Utri-Berlusconi, con l’avvento al potere del primo governo della Seconda Repubblica, dopo la nascita di Forza Italia“.

La trattativa andò oltre le bombe del 1992. . Le minacce di una prosecuzione della stagione stragista si protrassero fino a quando, subentrata la Seconda Repubblica e una nuova classe politica dirigente con la quale poter trattare, si verificò l’ultima intimidazione portata al neo-Governo Berlusconi a cui segui’ ”la definitiva saldatura del nuovo patto di coesistenza Stato-mafia”. La trattativa utilizzata come metodo di ricerca di un nuovo referente politico dopo il fallimento delle vecchie alleanze. Una ricerca portata avanti prima con gli eccidi di Capaci e Via D’Amelio, poi con le stragi del ’93 a Milano, Roma e Firenze. Infine, nel 1994, il fallito attentato allo stadio Olimpico, minaccia diretta al neo presidente del Consiglio Berlusconi, a cui sarebbe seguita una sorta di pax. E’ questa la ricostruzione fatta dai pm di Palermo.

La presenza di un governo tecnico – scrivono i pm nella memoria – determino’ la necessita’ di continuare dietro le quinte una trattativa piu’ squisitamente politica, finalizzata cioe’ a trovare un nuovo referente politico azione poi sfociata nell’accordo politico-mafioso, stipulato, nel 1994, non prima di avere rinnovato la minaccia al governo Berlusconi appena insediatosi”. I magistrati parlano dei ”gravissimi messaggi minacciosi che si succedettero nel 1993 e all’inizio del 1994, anno in cui, al Governo presieduto dall’onorevole Berlusconi, Brusca e Bagarella fecero recapitare, attraverso il canale Mangano-Dell’Utri, l’ultimo messaggio intimidatorio prima della stipula definitiva del patto politico-mafioso’‘. ”Si completo’, in tal modo  il lungo iter di una travagliata trattativa che trovo’ finalmente il suo approdo nelle garanzie assicurate dal duo Dell’Utri-Berlusconi (come emerge dalle dichiarazioni dei pentiti Spatuzza, Brusca e Giuffre’)”.