Il lavoro non è un diritto acquisito: il ministro Fornero dice una sacrosanta banalità, ma la follìa di un Paese sempre più allo sbando le si scaglia contro

Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio. L’attitudine delle persone deve cambiare, stiamo cercando di proteggere le persone, non i loro posti“: queste parole, pubblicate in un’intervista fatta dal al Wall Street Journal al ministro del lavoro Elsa Fornero, hanno scatenato polemiche furiose negli ultimi giorni. Polemiche a cui lo stesso ufficio stampa del Ministero ha preso parte, specificando che “il diritto al lavoro non è mai stato messo in discussione come non potrebbe essere mai visto quanto affermato dalla nostra Costituzione. Nell’intervista al quotidiano statunitense il ministro ha fatto riferimento alla tutela del lavoratore nel mercato e non a quella del singolo posto di lavoro, come sempre sottolineato in ogni circostanza“.
Ma le parole del ministro e, soprattutto, le reazioni della classe politica e di gran parte dell’opinione pubblica, ci fanno riflettere.
Che il lavoro sia un diritto, inteso nel senso che chiunque può esercitare una professione e che può farlo liberamente con tutte le tutele previste dalla legge, è chiarissimo: nessuno si metterebbe a discutere su una cosa del genere, che in un Paese civile è assolutamente basilare di ogni tipo di ordinamento. Ma che in Italia, il Paese in cui la gente pretende diritti ma non vuole doveri, di quest’assioma si abusi da decenni, è altrettanto lapalissiano. Non c’è ombra di dubbio che il lavoro non è certo un diritto acquisito alla nascita, come se ogni persona avesse assicurato il suo posto dietro la scrivania già da quand’è in fasce. E che vada guadagnato, sudato, conquistato con il sacrificio, è altrettanto vero. Sono cose banali, che in un Paese che funziona davvero non ci sarebbe bisogno neanche di dire, e nessuno si permetterebbe di criticare. Invece in Italia le deve dire un Ministro (!), che poi viene sommerso da critiche anche durissime.
Evidentemente l’attuale congiuntura economica, la crisi che da anni attanaglia l’intero pianeta, non ha ancora chiarito – nella popolazione – come stanno le cose. In soldoni, e senza tecnicismi, i vari Paesi non possono più permettersi di aumentare il loro debito pubblico; il debito pubblico aumenta soprattutto per via delle spese che si sono accumulate nei decenni a seguito di concorsi pubblici e assunzioni nei vari uffici (il famigerato “posto fisso”) funzionali ai politici per ottenere in cambio i voti, e alle famiglie per sistemare i loro ragazzi. La clientela, da sempre, parte dal basso e i nostri governanti anzichè avere le scrivanie piene di progetti, idee, iniziative, infrastrutture e soluzioni dei vari problemi e delle varie criticità dei territori, hanno faldoni di curriculum a loro consegnati dalla gente che cerca lavoro. Alla politica. Come se la politica dovesse dare lavoro, come se il lavoro fosse un diritto acquisito dalla nascita, da ottenere quasi per forza, a suon di raccomandazioni, senza sacrifici, senza studi, senza meritocrazia.
Quando il ministro parla dell’attitudine delle persone, che “deve cambiare”, si riferisce proprio a questo. Anche in Italia, come in ogni altro Paese del mondo, deve prendere strada sempre di più la mentalità d’intraprendenza imprenditoriale che nel nostro Paese, ahinoi, è all’avanguardia solo in alcune aree del nord, mentre al sud sembra quasi una bestemmia. Molto meglio (e anche più comodo!) fottersi i soldi dello stato da impiegato comunale, provinciale, regionale o di una devve varie strutture statali e parastatali nazionali, che ti consentono di avere un lauto stipendio e anche una serie di privilegi nel trattamento, senza rompersi il culo più di tanto e, soprattutto, senza portare un utile al Paese. In sostanza, passeggiando a fare shopping sulle principali strade delle città, o andare dal parrucchiere, o passare le giornate ai bar. Il tutto a nostre spese.
Insomma, siete ancora convinti che il Ministro l’abbia sparata così grossa? Certamente sarebbe più comodo per tutti avere un ufficio assegnato dal giorno della nascita, a spese dello Stato, e garantito per tutta la vita. Soprattutto se poi timbri il cartellino e scappi via, o ti metti per mesi in malattia. Ma poi non deve sorprendere la crisi e, a prescindere da questo, non è moralmente corretto, umanamente soddisfacente e professionalmente gratificante. Non è da furbi, è da “vuoti”, vuoti nel senso di stimoli, di appartenenza, di utilità e di “mission”. Vuoti nel senso di comunità a un Paese, a un territorio, a una città. Vuoti nel senso di soddisfazione, di serietà, di professionalità. Ma queste filippiche siamo abituati a farle a Berlusconi e al suo Bunga Bunga, al Ministro Fornero e al suo “il lavoro va guadagnato con sacrificio“, senza poi guardare dentro la vita di ognuno di noi …