Churubamba, dove il calcio è passione

di Gianni Basi - In questo circo calcistico in cui si gioca circondati da tensioni, ansie, scommesse, sospetti e, …quando non sono “biscotti” sono piedi che diventano… “fette biscottate” al correre nella calura estiva, è stato per me molto rasserenante assistere ad un reportage televisivo (in “Geo Magazine”) in cui si parlava di un particolare calcio che si gioca in varie località poverissime, su prati di fortuna sperduti tra le vette delle Ande peruviane. Il servizio giornalistico si svolgeva nel villaggio di Churubamba, dove i pochi abitanti vivono tra capanne senza acqua corrente, senza luce, perfino senza tempo mancando anche gli orologi. Gli unici sostentamenti di questa gente sono dati dalle coltivazioni e dalla pastorizia. E il loro unico divertimento consiste nel giocare a calcio. Solo quello femminile però. Vedere correre e saltellare a frotte dietro ad una palla di gomma ballonzolante delle brave massaie, sapeva dell’incredibile. Soprattutto perchè queste donne di età diverse, la maggior parte madri, i tratti inca su volti abbrunati e segnati dai lavori di quotidiana sopravvivenza, saltellavano come grilli rimbalzando fra loro. Beate come se stessero stupendamente davvero “giocando” e null’altro. Facendolo, oltretutto, muovendo ognuna di esse una mole considerevole, che nell’insieme ricordava danzanti matrioske, data dai loro abiti (gli stessi con cui lavorano e accudiscono alla casa e alla prole) che da rudimentali sandali ai piedi portano ad ampie e colorate gonne a più balze, quindi corpetti ricamati in ghirigori cromatici e, sulla testa, spiumazzanti cappellacci a frange dorate. Vedere giocare a calcio “tutto ciò” era buffissimo. Ma altrettanto tenero. E confuso, anche. Dapprima non si capiva come facessero, le squadre, a riconoscersi. Poi si notò via via che alcune churumbambesi avevano quei gonnoni di colore rosso o violetto, ed altre tinti di nero o grigio. Ecco, erano i colori delle gonne a marcare la differenza, gonne sulle quali una di loro chiarì l’importanza dicendo che “sono così larghe perchè così ci aiutano a nascondere e bloccare la palla”. Da esserne conquistato persino il rude Balotelli. Ma quello che più conquista di queste strane donne andine è la loro gioia: bella, spontanea, allegra. E’ il loro unico modo per uscire da una routine di fatica incessante. E lo prendono appieno, con la sfrontatezza tanto disarmante che ammirevole di prenderla a calci, quella vita, godendoci sopra nel farlo. Di tanto in tanto vanno a sfidare le donne di altri villaggi, e passano ore per arrampicarsi a piedi fra le montagne. Giocano, e poi riprendono la strada del ritorno. Durante gli incontri, i loro uomini formano delle orchestrine fatte di tamburi e flauti improvvisati e, negli intervalli, le donne cullano i figli piccoli che si sono portate dietro sulle spalle, o approfittano per allattarli. Alla fine, chi vince ha in premio patate, fave, animali, e si festeggia tutti con bianca birra di mais. Assistendo a questa realtà così diversa ho pensato, inevitabilmente, al nostro calcio miliardario e inquieto. E alle nostre modelle palestrate del bifidus regularis. A Churubamba c’è solo il piccolo inghippo di uno sciamano cui le donne si rivolgono curiose prima delle partite. Lui fa discorsi beneauguranti e le consiglia sempre di sotterrare delle foglie di coca con spicchi d’aglio in un angolo del prato di gioco. Poi, chi vince vince. E tutti contenti a brindare con la bianca birra di mais. E con lo sciamano.