Reggio: perse azienda per alluvione nel ’96, attende ancora il risarcimento

Aspettava i fondi che lo Stato doveva assegnare per far ripartire la sua azienda dopo l’alluvione che ha colpito Villa san Giovanni nel 1996 e ora, dopo 16 anni di attesa e cause amministrative, si ritrova con poco in mano. Giuseppe Traina Berto era stato riconosciuto come avente diritto di un ristoro di 60 milioni di lire perche’ nell’evento calamitoso aveva perso l’azienda che si occupava di carrozzeria e commercializzazione di autoveicoli nuovi e usati. Negli anni non ha ricevuto nulla, solo 20.500 euro nel 2004 considerato il grave stato in cui il nucleo familiare si trovava proprio a causa dei ritardi dello Stato. Troppo pochi per essere risarciti di un’attesa di cosi’ tanto tempo e insufficienti a riprendere l’attivita’, sostiene Traina che nel frattempo ha dovuto fare fronte anche ai problemi di salute dei figli e dalla moglie. Il figlio, in particolare, era prossimo alle nozze quando avvenne l’alluvione e perse praticamente tutto. Anche il suo futuro. La vicenda ha avuto inizio nel 1993, quando Giuseppe Berto Traina, dopo 32 anni passati da emigrante in Australia, ha deciso di tornare in Calabria. Ha venduto tutto in quel Paese e in Italia aveva messo in piedi la stessa attivita’ che aveva svolto per anni. L’alluvione del 1996 ha spazzato via la sua azienda. La gravita’ dell’alluvione che si e’ abbattuta in Calabria ha portato il governo dell’epoca a dichiarare lo stato di emergenza, con delega al Ministro dell’Interno delle funzioni di coordinamento della Protezione civile. Con un’ordinanza del novembre di quell’anno, il Viminale ha stabilito i criteri di erogazione delle somme stanziate, destinandole preliminarmente alla sistemazione dei nuclei familiari disagiati e in piccola parte, circa 600 milioni di lire, all’immediata ripresa delle attivita’ produttive. Solo le eventuali somme residue sarebbero potute essere utilizzate per interventi strutturali. Come commissario delegato venne indicato l’allora presidente della Regione Calabria. In realta’ era evidente sin da subito che le somme stanziate erano inferiori rispetto ai danni lamentati dal territorio. Da una ricognizione di cui fu incaricata la Provincia di Reggio Calabria, emersero richieste di contributi da parte dei cittadini per 23 miliardi di lire (lo stanziamento era di 1,3 miliardi) e altri 20 miliardi per le sole attivita’ produttive. ”Per noi -ricorda Traina- e’ stata una catastrofe perche’ la nostra attivita’ costituiva la nostra unica fonte di sopravvivenza”. L’assegnazione dei fondi ”doveva avvenire nel giro di qualche mese -spiega l’imprenditore- essendo emergenza per la ripresa delle attivita’ produttive. Ma spenti i riflettori sulla vicenda tutti si sono dimenticati di noi, sia le istituzioni locali, sia le istituzioni di Roma e cioe’ la Protezione civile”. Traina ha continuato per anni a chiedere notizia dei fondi. Finche’, ”quando gia’ eravamo in rovina totale -racconta- mi recai di persona a Catanzaro e parlando con quei dirigenti li implorai chiedendo aiuto. La risposta e’ stata ‘se paghiamo lei dobbiamo pagare tutti gli aventi diritto’ e mi fecero capire che non c’erano soldi”. I fondi assegnati per la ripresa delle attivita’ produttive, in effetti, erano stati dirottati verso altri usi, ovvero interventi infrastrutturali. ”Un abuso”, secondo Traina, che ha violato l’ordinanza ministeriale firmata dall’allora ministro dell’Interno e attuale presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al quale oggi Giuseppe Traina Berto si e’ rivolto per chiedere un suo interessamento alla vicenda. Infatti, ”l’ordinanza -spiega Traina- indicava che solo eventuali somme residue potevano essere utilizzate per le infrastrutture, non certo quelle destinate alla ripresa delle attivita’ produttive”. Nel 2000 inoltre una nota della Presidenza del Consiglio specificava che il commissario delegato non aveva redatto alcun programma di intervento a sostegno delle imprese. E solo nel 2004, a otto anni dall’evento calamitoso, il commissario delegato ha informato Traina che la mancata corresponsione del contributo era dipesa dall’insufficienza dei fondi stanziati rispetto agli ingentissimi danni complessivamente denunciati, circostanza che lo aveva indotto a dirottare le somme inizialmente stanziate (600 milioni di euro) a interventi infrastrutturali. Da qui e’ iniziata la battaglia legale di Giuseppe Berto Traina, che ha avuto una prima vittoria al Tar Calabria, con il riconoscimento di centomila euro di risarcimento, salvo poi il ribaltamento della sentenza al Consiglio di Stato. L’imprenditore, nel corso delle sue lunghe battaglie, e’ riuscito a ottenere la somma di 20.500 euro nel 2004, a otto anni dall’alluvione e quando la sua situazione patrimoniale era oramai precipitata, con i pignoramenti e il ritiro dei fidi delle banche. Non sono sufficienti, ribadisce Giuseppe Traina Berto, che ha continuato il suo calvario con la giustizia. La sentenza dei giudici amministrativi in primo grado, arrivata solo nel 2010, aveva riconosciuto la ”responsabilita’ civile sia della Presidenza del Consiglio che del Ministro dell’Interno per non aver monitorato e verificato l’esatta esecuzione dell’ordinanza n. 2478 da parte del commissario delegato in ordine alle somme stanziate per l’immediata ripresa dell’attivita’ produttiva e per non avere comunque provveduto allo stanziamento delle ulteriori risorse necessarie a far fronte all’ingente quantita’ di danni prodotti dall’alluvione”, inoltre ”sussisterebbe altresi’ la responsabilita’ del commissario delegato per non avere dato corretta esecuzione dell’ordinanza 2478 nella parte in cui prevedeva l’erogazione di un contributo di 600 milioni finalizzato all’immediata ripresa dell’attivita’ produttiva, segnatamente non verificando l’entita’ dei danni effettivamente subiti dalle imprese richiedenti il contributo, non redigendo un programma di interventi finalizzato alla ripresa dell’attivita’ produttiva, utilizzando le somme citate per finalita’ di carattere infrastrutturale”. Il Tar Calabria aveva riconosciuto centomila euro di risarcimento a Giuseppe Berto Traina, poi l’avvocatura dello Stato ha fatto ricorso in appello e il Consiglio di Stato lo ha accolto. L’imprenditore si ritrova in pratica con un pugno di mosche dopo tanti anni di battaglie legali. L’aspetto che fa piu’ male a Giuseppe Berto Traina e’, tuttavia, che anche la sentenza del Consiglio di Stato riconosce gli errori che sono stati commessi dagli organismi deputati a gestire l’emergenza alluvionale. Il risarcimento di centomila euro non sarebbe legittimo perche’ ”non emerge prova certa della circostanza che tale scorretto comportamento -si legge nel documento- tenuto conto delle oggettive e non smentite circostanze di fatto che si sono precisate, abbia cagionato all’impresa istante un pregiudizio patrimoniale ulteriore, in termini di chances di ripresa economica, rispetto a quello gia’ inferto dagli eventi naturali”. Dunque, la somma di 20.500 euro che Traina ha ricevuto sarebbe sufficiente a riparare il danno subito. Anzi, dovrebbero essere contenti perche’ e’ stata l’unica famiglia a ricevere un contributo, e’ la giustificazione dell’Avvocatura dello Stato che ha proposto appello contro la sentenza del Tar. ”E’ assurdo -afferma l’imprenditore- facendo i calcoli sarebbero poche migliaia di euro all’anno. E il mancato guadagno della mia attivita’ dov’e’?”. Il Consiglio di Stato ha riconosciuto che ”risulta confermata l’illegittimita’ della condotta nella specie tenuta dall’Amministrazione, con riguardo sia allo ‘storno’ dei fondi dal sostegno alle imprese agli interventi infrastrutturali (essendo tale dirottamento consentito dall’ordinanza presidenziale solo in via subordinata e senza alcuna attribuzione di discrezionalita’ al commissario delegato), sia soprattutto all’intollerabile silenzio mantenuto sul punto malgrado le reiterate sollecitazioni degli istanti”, tuttavia ha accolto il ricorso dell’Avvocatura dello Stato perche’ non ci sarebbe prova certa che tale comportamento abbia provocato ulteriori danni all’imprenditore. Giuseppe Traina Berto oggi e’ anziano, amareggiato dalla sentenza del Consiglio di Stato ma non e’ stanco di combattere per quello che ritiene sia un suo diritto, ottenere dallo Stato cio’ che gli era stato promesso. ”Potevano dircelo subito che non ci avrebbero dato nulla e avremmo preso altre decisioni”, lamenta. Aveva sperato di potere tornare in Calabria e dare un futuro ai suoi figli nella terra da cui era stato costretto a partire nel 1958, appena finito il servizio di leva, e invece si trova ”in uno stato di miseria che mai la mia famiglia aveva provato”. Tra l’altro, nel 2008 vi fu una proposta di transazione, ma l’allora capo del Dipartimento di Protezione civile, Guido Bertolaso, prendendo atto del parere dell’Avvocatura distrettuale dello Stato e dichiarandosi comunque estraneo alla vicenda, decise di non autorizzarla. L’imprenditore Traina le sta provando tutte per vedersi riconosciuto il risarcimento che aspettava. Ha scritto anche al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sottolineando che l’ordinanza ministeriale che firmo’ quando era Ministro dell’Interno ”non e’ stata rispettata non per colpa sua” e invoca un suo intervento. Sta preparando anche un esposto da inviare alla Corte di giustizia europea. ”Non ho altre possibilita’, non so cos’altro fare. Ma sono pronto ad arrivare fino alle istituzioni europee, non mi fermo”, promette.