Lettera di Aurelio Chizzoniti a Pignatone

“Oscar Wilde diceva: ‘I grandi uomini si vedono, non quando arrivano, ma quando partono’“. Questo è l’attacco della lettera aperta inviata dall’avv.to Aurelio Chizzoniti al dott. Giuseppe Pignatone che recentemente ha lasciato Reggio Calabria perché nominato Capo della Procura di Roma. “Quando appunto, compiuto il loro dovere, sono chiamati ad ulteriori percorsi di crescita professionale. Ciò premesso, Sig. Procuratore, fuori dal coro, non infoltirò la già folta schiera di adulatori ed incensatori poiché fortemente convinto che il Suo avvento alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria abbia prodotto gli stessi risultati ex ante acquisiti da tutta la Magistratura reggina requirente e giudicante”.

“Resta quindi – continua Chizzoniti in modo chiaro – vanificata e delusa la speranza riferita al “nuovo corso” – carbonem pro thesauro invenimus (carbone invece del tesoro sognato) – che pur avrebbe potuto condurre la Giustizia verso il superamento di ignoti ed inesplorati confinisemplicemente perché le porte chiuse tali sono rimaste; quelle socchiuse non sono state spalancate e di quelle aperte non si è inteso varcare il sacro uscio”.

“Sul versante della inesplorazione di aree incontaminate e quindi della rinuncia al ‘dovere dell’investigazione’ si capisce quindi il disappunto del dott. Giuseppe Lombardo, già Suo apprezzato Sostituto, espresso apertis verbis: “quante volte avete avuto l’impressione che la Magistratura non abbia fatto tutto il possibile o si sia girata colpevolmente dall’altra parte? Troppe!”; ed anche lo stupore del dott. Francesco Tripodi, altro valoroso Sostituto, che, intervenendo nel corso dell’udienza preliminare del 26.01.2012 nel processo sfociato nel rinvio a giudizio del Consigliere Regionale Antonio Rappoccio, non ha esitato a puntualizzare di non spiegarsi il perché “non è stato contestato anche il reato di truffa…”.

“Evidentemente – affonda l’avv.to Chizzoniti – la mia incredulità, accostata a forte meraviglia e delusione per un modus operandi investigativo incespicante, timido ed impacciato, non è stato sufficientemente interessato alla doverosa ricostruzione dei fatti ripetutamente denunciati”. “Per individuare i correi di Rappoccio la Procura da Ella diretta ha impiegato quasi 20 mesi tant’è che ancora sono in corso gli interrogatori delle persone nei confronti delle quali soltanto in data 9.02.2012 è stato emesso l’avviso di garanzia, ovviamente scientificamente e riduttivamente circoscritto continuando a non contestare i reati mezzo (truffa pluriaggravata, millantato credito, associazione per delinquere), ovvero gli strumenti lungamente utilizzati per realizzare il cinico disegno criminoso con condotte tuttora in atto. Mezzi, evidentemente, considerati dalla Procura legittimi, legali e legalitari, pericolosamente istituzionalizzabili anche pro futuro”.

Non mi ritengo un eretico minoritario se con riferimento alla ripetutamente evocata “zona grigiaaffermo che la stessa resta pressoché intatta rispetto al Suo arrivo a Reggio Calabria, libera di continuare a condizionare anche le Istituzioni repubblicane; mentre galleggiano alla deriva della costante e ben coreografata convegnistica soltanto le buone intenzioni, nel cui contesto si è abbattuta la mannaia pentitista nei confronti del Dott. Cisterna, ormai incandidabile per la corsa alla Sua sostituzione”.

Si è quindi preferito eccitare passioni – sferza Aurelio Chizzoniti – che soddisfano il gusto gattopardesco (cambiare tutto per non cambiare nulla) della Giustizia sempre e comunque nei confronti dei “soliti noti” ormai alla terza generazione familiare. E così nulla resta se non l’ostentata superiorità morale, culturale ed antropologica che considera la Giustizia come qualcosa che le Istituzioni molto generosamente concedono a chi come me osi rivolgersi alla stessa magari “incautamente”.

“Ne derivano sul piano investigativo soltanto segnali di fumo e messaggi in bottiglia che consentono ad un corruttore elettorale di pianificare indisturbato anche l’ormai imminente scalata a Montecitorio, anche perché la Procura reggina dopo 20 mesi di indagine, per quanto riferito con la Sua nota vergata in data 4.11.2011, è ancora alla ricerca della componente volitiva in capo ai correi di Rappoccio”.

Rebus sic stantibus così come Platone ed Aristotele non ebbero del futuro una idea molto ottimistica ritengo che ove la verità dovesse emergere sarebbe troppo tardi”  – precisa l’ex Presidente del Consiglio Comunale di Reggio Calabria, Chizzoniti –  “per l’art. 100 co. 2 DPR 570/60 (“L’azione penale, per tutti i reati contemplati nel presente testo unico, si prescrive in due anni dalla data del verbale ultimo delle elezioni. Il corso della prescrizione è interrotto da qualsiasi atto processuale, ma l’effetto interruttivo dell’atto non può prolungare la durata dell’azione penale per un tempo che superi, nel complesso, la metà del termine stabilito per la prescrizione”) offre il fianco ad una interpretazione restrittiva sul terreno prescrittivo limitato ad appena 3 anni per l’espletamento dell’azione penale”.

“Per cui gravissime sarebbero le responsabilità – sul cui terreno non ci saranno sconti – di chi può aver creato le precondizioni perché sulla vicenda Rappoccio cali mestamente il sipario della improcedibilità o non proseguibilità dell’azione penale connessa all’obbligo di investigazione solennemente sancito dall’art. 112 della Costituzione”.

“Pertanto, Sig. Procuratore, – conclude Chizzoniti – insisto ed insisterò senza pregiudizi nella richiesta di Giustizia, animato da parametri caratteriali che pongono al primo posto forse un difetto o anche una qualità: il coraggio di un uomo libero! Quel coraggio che è mancato a chi ha inserito il freno a mano in una indagine carente di qualsivoglia curiosità captativa, accesso agli atti, perquisizioni, ecc. ecc., mai negati ai comuni mortali”.

“Si conferma, dunque, in un contesto ambientale a dir poco esplosivo, la dolente e malinconica metafora della perdurante perifericità ed emarginazione che affligge chi invoca Giustizia senza accorgersi che il perseguimento della stessa si infrange miseramente contro la risacca di logiche che non sempre coincidono con gli interessi sostanziali della stessa. Divenendo, come il naufragio della Concordia, il simbolo di una tragedia non soltanto umana ma anche e soprattutto “morale”.

Per cui pur ignorando, Sig. Procuratore, se condividerà o meno le mie riguardose censure e critiche, rigorosamente perimetrate alla funzione giudiziaria da Ella esercitata a Reggio Calabria, le stesse però, proprio perché fra i miei difetti torreggia anche quello della lealtà e della correttezza, non mi impediscono di formularLe – senza infingimenti ed ipocrisie – i migliori auspici per la Sua nuova avventura capitolina perché sia foriera di ulteriori e più prestigiosi traguardi”.

Chizzoniti chiude sostenendo che di auguri Pignatone “ne abbia bisogno perché quella di Roma non è una zona grigia qualsiasi, ma una imponente “selva oscura” come quella nella quale il Sommo Poeta si ritrova dopo aver smarrito “la diritta via”. La stessa – opportunamente biodegradata ed alleggerita dalla componente allegorica – per Dante non era però un percorso o un comune sentiero topografico ma guarda caso proprio “la via della Giustizia”.