La festa del 25 aprile, lo sciopero ideologico e i “negozi chiusi” in tempo di crisi…

Anche quest’anno il 25 aprile si sta connotando come la “festa delle polemiche“. Non è la prima volta e non sarà l’ultima, in un Paese che tende a etichettare persino i giorni di festa come quelli “di destra” (2 giugno) e quelli “di sinistra” (25 aprile e 1° maggio), nascondendosi dietro un’aura di unità che in reltà non è mai esistita.
Ma sulla festa del 25 aprile c’è davvero poco da discutere. Solo qualche folle neofascista può considerarla una “giornata di lutto“. In realtà tutt’Italia dovrebbe ricordare che oggi celebriamo il 67° anniversario della Liberazione dal nazifascismo, in memoria del 25 aprile 1945, giorno in cui il CLN, Comitato di Liberazione Nazionale (di cui facevano parte forze di destra e di sinistra, forze liberali e forze cattoliche, forze certamente anche comuniste e socialiste, ma non esclusivamente queste!), lanciò l’appello per l’insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano dell’Alta Italia. Quel giorno i partigiani liberarono non solo Milano, ma anche Torino e Genova dall’occupazione nazifascista.
Ci sarebbe da dire molto di più sulla festa del 1° maggio, la “festa dei lavoratori“, sì ma solo di quei lavoratori che, in realtà, tra ferie, finte malattie e assenteismo, in realtà fanno festa tutto l’anno mentre solitamente chi lavora davvero, lavora anche quel giorno. Il 1° maggio è il giorno del “mega-concerto” di Roma, un appuntamento per tutti i ragazzi d’Italia che vogliono farsi di marijuana in una zona offlimits per le forze dell’ordine. Ma a prescindere da questo, oggi 25 aprile facciamo riferimento al 1° maggio perchè quest’anno le polemiche relative alla festività odierna sono direttamente legate al mondo del lavoro in quanto ieri i sindacati, e la Cgil su tutti, hanno indetto uno sciopero che è assolutamente ideologico, chiamato “protesta nazionale” per “onorare la festività“. In sostanza i commessi e tutti gli addetti al commercio potranno incrociare le braccia, tutelati dai sindacati, per affermare “il diritto dei lavoratori di onorare le festività e di non essere più considerati impegnati in un servizio essenziale“, come ha spiegato la Filcams. Inoltre, le aperture in queste giornate di festa “non danno neppure – sostengono i sindacati – una spinta ai consumi, vista l’assenza di una concreta politica per la crescita“. Milano, Roma, Torino, Modena, Reggio Emilia, Bologna e tutte province di Abruzzo, Veneto e Toscana, sono le principali zone dove verrà messa in atto la protesta, anche se solo stasera sapremo i numeri della partecipazione.
Alcune regioni e associazioni si sono schierate a fianco dei lavoratori, a dispetto delle recenti liberalizzazioni che sanciscono invece saracinesche sollevate per tutti, città d’arte in testa. Le aperture dei negozi per le festività del grande ponte hanno addirittura motivato un appello al presidente della Repubblica, a cui si rivolge il capogruppo Pdl (!!!) in Consiglio del Veneto Dario Bond perchè bacchetti “la grande distribuzione che calpesta la Carta Costituzionale tenendo aperti gli ipermercati il 25 aprile e il 1 maggio“. Evidentemente, come spiega il cognome stesso, sarà una sorta di Sandro Bondi, ex comunista prestato al centro/destra.

Alla luce di queste polemiche, non possiamo esimerci da alcune considerazioni. Di 25 aprile ne abbiamo già visti tanti e di polemiche su questo giorno di festa assolutamente sacrosanto nel nostro calendario non ne sono mai mancate. Ma quest’anno, con questa storia dei negozi, pensiamo davvero si sia toccato il fondo.
Innanzitutto in un Paese che si professa liberale, come ormai tutte le forze politiche tengono a ribadire ogni giorno, dal centro/destra al centro/sinistra, tutti gli esercizi commerciali dovrebbero avere la libertà di decidere, quotidianamente, se e quando e a che ora aprire e chiudere, senza doversi sottomettere ai vincoli delle camere di commercio, antico retaggio assolutamente anti-liberale. Ma a prescindere da questo, oggi è un giorno di festa e per fortuna splende anche il sole in tutt’Italia. Milioni di turisti stanno invadendo le città d’arte, altri stanno passeggiando per gite fuori porta nella città o nel paese più vicino. Qualche soldino qualcuno lo spenderebbe pure, se le saracinesche fossero aperte. A prescindere dal fatto che le città con i negozi chiusi sono di una tristezza davvero bestiale, ma in un momento di crisi impedire al commercio di far girare un pò l’economia proprio nei giorni di festa, in cui è possibile che qualcosa si smuova molto di più rispetto ai normali giorni feriali, ci sembra davvero ridicolo e controproducente. E’ evidente che chi prende queste decisioni non sta certo dalla parte degli imprenditori e dei commercianti, quelli che sempre più spesso, di giorno in giorno, si stanno suicidando in giro per l’Italia perchè non riescono a mandare avanti la loro attività e sono costretti, stretti da una vergognosa morsa fiscale, a licenziare i loro dipendenti che hanno sempre considerato come dei figli.

Una voce fuori dal coro è stata quella della vice presidente dei Deputati del Pdl Isabella Bertolini, che ha spiegato in due parole quant’è ipocrita festeggiare la “liberazione” vietando altre libertà: “le dure polemiche – ha detto – nate come risposta alla volontà di una parte dei negozianti e degli operatori della grande distribuzione, di aprire le loro serrande nella giornata del 25 aprile, suonano come pretestuose e anacronistiche, soprattutto se viste alla luce della grave crisi economica che sta mettendo in ginocchio il Paese. Nessuno impedisca, a chi scegliera’ di lavorare la possibilita’ di farlo. I sindacati rispettino le scelte degli artigiani e degli imprenditori. I valori della liberta’ e del rispetto dei principi democratici, insiti nella ricorrenza del 25 aprile, non saranno meno forti nel cuore di coloro che trascorreranno al lavoro la giornata di odierna“. Amen.