Grane Padane. Evoluzione della specie: dal Neanderthal all’homo padanus

di Kirieleyson – Quanto riportato è stato estratto da un trattato di antropologa terrestre,  scritto nell’anno 2485 e misteriosamente pervenutoci attraverso un’anomalia spazio-temporale.

Qualche milione di anni fa, periodo in cui primi antenati dell’uomo fecero la loro apparizione sulla Terra,  cominciò a diffondersi sul pianeta un ominide chiamato l’homo erectus.

Da allora  si assistette ad un lentissimo ma progressivo miglioramento delle caratteristiche fisiche e mentali della specie.

In Europa,  circa 200.000 anni fa, il processo evolutivo portò alla comparsa di un ominide, chiamato  uomo di  Neanderthal.

Questi non era alto, ma possedeva una corporatura molto massiccia, caratteristica che lo rendeva adeguato alla caccia ma che, dovendo ingurgitare un notevole quantitativo calorico giornaliero per mantenersi, lo costringeva però a ricercare continuamente cibo.

L’uomo di Neanderthal  riuscì a mantenere il predominio sulle altre specie animali del territorio, tra le quali rappresentava quella allora più evoluta, pur non progredendo in alcun campo.

Infatti si esprimeva al massimo a  gesti e con espressioni gutturali ed aveva una socialità molto ridotta.

Ad un certo punto, circa 90.000 anni fa, un altro ominide  proveniente da lontane regioni, fece la comparsa in Europa: aveva la corporatura più esile del Neanderthal, ma lo superava abbondantemente in massa  cerebrale: era l’homo sapiens.

Bene presto l’homo sapiens  si diffuse e si moltiplicò, sviluppando peraltro anche  una certa capacità di aggregazione sociale ed iniziò  ad occupare territori che fino ad allora erano stati esclusivo appannaggio dei Neanderthal.

Questi ultimi si dimostrarono subito inferiori nei confronti dell’”invasore”, che dimostrava avere capacità per loro  sconosciute e che era più bravo di essi persino nella caccia, nella quale anteponeva, alla forza fisica, l’astuzia e l’organizzazione.

Fatto sta che i Neanderthal, incapaci di adeguarsi a ciò che ritenevano una minaccia, preferirono trincerarsi in zone montuose e valli nascoste, preferendo l’isolamento al confronto, fin quando non si estinsero o, almeno così parve.

L’homo sapiens, da parte sua,  continuò la sua evoluzione fino a alla trasformazione nella specie umana con le sue varie razze che oggi conosciamo, fino al contatto con le popolazione di tanti altri pianeti della nostra galassia.

Ma una sensazionale scoperta di alcuni studiosi ha recentemente  portato elementi inediti e inattesi relativi ad alcuni decenni a cavallo dell’anno 2000 e che potrebbero sconvolgere la teoria dell’”evoluzione costante” oggi universalmente accettata.

Negli ultimi decenni del XX secolo, nel Nord dell’Italia si evidenziarono  infatti degli ominidi  che, pur vivendo tra gli altri umani ed in un contesto sociale di benessere diffuso e culturalmente ricco, ai massimi livelli dell’intero pianeta, preferivano vivere isolati in comunità culturalmente chiuse e prevalentemente ubicate nelle zone montuose e nelle valli alpine, dedicandosi, oltre che alla soddisfazione dei bisogni primari a strani rituali simbolici, che venivano periodicamente consumati presso le rive fluviali ed a particolari riti magici, presieduti da una potente sibilla.

Già da tempo, in quelle regioni, si stavano diffondendo uomini e donne  provenienti da altre zone del mondo, appartenenti a tante razze diverse e dai variegati costumi.

Questi  ultimi erano mal  sopportati da quella parte di quegli ominidi, i quali non digerivano  il fatto di dover sentire dalle finestre delle loro stesse case l’odore di cibi a loro sconosciuti, sentir parlare per strada lingue  per loro incomprensibili e persino  che  quegli “alieni” potessero respirare la loro stessa aria e bere la loro stessa acqua, per non parlare della possibilità che potessero  addirittura assumere ruoli di rilievo nella società o che  i loro figli potessero avere gli stessi diritti dei propri.

Gli antropologi  che studiarono quella popolazione indigena  non vi rilevarono eclatanti differenze  dagli altri umani, essendo i  loro parametri antropometrici  nella norma,  a parte il fatto che erano un po’ rozzi nei modi ed usavano un vocabolario  molto scarno.

E ciò fino a quando non fu effettuato l’esame del DNA su un campione di materiale organico prelevato da un’ampolla con acqua del Po, probabilmente usata in occasione di un rito tribale, esame che evidenziò qualcosa di straordinario:  il DNA non combaciava con quello dell’homo sapiens, bensì con quello dell’uomo di Neanderthal.

Come  una specie ritenuta estinta da diverse decine di migliaia di anni  sia potuta improvvisamente riapparire  è argomento che tuttora appassiona gli uomini di scienza, visto che l’argomento  sconvolge ogni cognizione sul processo evolutivo.

Ancora più strabiliante è il fatto che quella specie, così come improvvisamente  apparve, nel giro di pochi decenni si estinse, non lasciando traccia in nessuna delle discipline umane.

Gli studiosi denominarono quella specie assai singolare  homo padanus a cagione della regione di ritrovamento del reperto.

Successive indagini portarono poi alla scoperta della presenza di diversi ceppi;  in particolare furono individuati: l’homo bossicus, il calderolus ed infine il borghetius,  probabilmente differenziatisi gli uni dagli altri  per i diversi habitat in cui si svilupparono, ma identici nelle capacità intellettive e comunicative.

Il bossicus pare fosse caratterizzato da una particolare anomalia fisiologica per la quale il dito medio di entrambe le mani non disponeva di falangi, quindi  non poteva essere piegato, limitando fortemente la  sua gestualità manuale.

 Le sue capacità comunicative verbali erano limitate a semplici versi gutturali,  che riusciva spesso ad emettere aiutandosi con le mani e ad ululati, probabilmente indotti dalle fasi lunari.

Il borghetius era di mole più massiccia del precedente,ma al  pari del collega, soffriva di una particolare sindrome alle articolazioni superiori che lo costringeva a ripiegarle continuamente su se stesse, con movimento convulsi e ripetuti. Sotto l’aspetto comunicativo non si discostava molto dal bossicus.

Il calderolus era caratterizzato da un vivace colorito roseo e da una personalissima espressione facciale , entrambe attribuibili, secondo alcuni studiosi, ad un eccessivo uso di distillati.

Contrariamente agli appartenenti agli altri ceppi, non  pare avesse anomalie fisiche  evidenti; ciò che lo caratterizzava  era invece una intensa attività verbale che probabilmente, se fosse stata corroborata da una adeguata attività intellettiva, avrebbe probabilmente potuto contribuire a fare riconoscere alla specie un migliore capacità cognitiva.

I documenti dell’epoca  parlano infine di una  nuova razza, che si sviluppò parallelamente a quella  precedentemente descritta ed i cui appartenenti pare non avessero  alcuna rassomiglianza somatica, comportamentale e lessicale con l’homo padanus, ma con cui, per un certo periodo,  preferirono tuttavia convivere e confondesi, certi di poter un giorno far facilmente prevalere, come poi in effetti fecero,  la loro supremazia. E  conquistarne il territorio: erano i barbari sognanti.