Perché la mafia non è più solo cosa nostra

Da: www.ilcarrettinodelleidee.com

UN’ISOLA FELICE?

Padova: profondo nord. Terzo capoluogo di provincia della Regione Veneto per numero di abitanti, la città è senza timore di smentita uno dei fiori all’occhiello del progredito ed efficientissimo nord-est italiano. Ecco come la descrive l’enciclopedia online Wikipedia:  “sede di una prestigiosa ed antica università, vanta numerose testimonianze di un glorioso passato culturale ed artistico, che la rendono meta di turisti da ogni parte del mondo”. Ma la città di Sant’Antonio, della “Bisbetica domata” di Shakespeare, della gloriosa Università centro dell’aristotelismo e legata alla presenza di Galileo, della medaglia al Valor Militare per la strenua resistenza al nazifascismo, della Cappella degli Scrovegni illustrata da Giotto e di tanto, troppo, altro ancora non è solo una bomboniera ricca di edifici, teatri, monumenti e musei dall’inestimabile valore artistico. Come se non bastasse, infatti, la città vanta più di 2milioni e mezzo di metri quadrati di aree verdi, 1 milione e 600mila metri quadrati di verde attrezzato (parco giochi per bambini, piste ciclabili, campi polivalenti) e quasi 12 metri quadrati di verde per abitante. Numeri che nel 2006 le hanno permesso di vincere il primo premio de “La città per il verde”, assegnato a Genova in occasione della manifestazione Euroflora. Il suo Orto Botanico universitario è il più antico ancora esistente al mondo ed è patrimonio dell’UNESCO.

Ma Padova si contraddistingue anche per l’eccellenza del suo polo ospedaliero, famoso per i reparti di Cardiologia ed Oculistica: secondo una ricerca del Corriere della Sera si colloca al primo posto nella cura delle patologie da asma e diabete. Sette è il numero complessivo dei nosocomi attivi in città.

La zona industriale è una delle più grandi d’Europa: più di 50mila lavoratori impiegati in circa 1.345 imprese spalmate su 10 milioni e mezzo di metri quadri. Al suo interno si trova il più grande Interporto multimodale d’Italia, uno dei più importanti in Europa. Quasi tutto il movimento di merci da e per il continente transita da qui. In tutto il Padovano, invece, le imprese attive toccano quota 92.783, con un rapporto di 1 azienda ogni 10 abitanti (dati aggiornati al 31 dicembre 2011).

Storia, arte, tradizione, cultura, elevata qualità della vita, servizi efficientissimi, un tessuto economico ed imprenditoriale di tutto rispetto. Ma Padova – insieme a tutto il nordest della penisola – non è solo questo e se dovessimo fermarci qui rischieremmo di fornire un quadro troppo generico ed incompleto della realtà che vogliamo descrivere. C’è dell’altro, tanto altro ancora. Vediamo dunque di che si tratta.

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA.

Recentemente l’amministrazione comunale di Padova ha deciso d’intitolare una via a Peppino Impastato. La domanda sorge spontanea: perché intitolare una strada ad uno dei degli uomini-simbolo più rappresentativi in assoluto della lotta alla mafia? Lo abbiamo chiesto alla dott. essa Anna Milvia Boselli, Consigliere Comunale di Padova con delega alla pace e alle pari opportunità, che gentilmente si è offerta di rilasciare un’intervista al nostro giornale. «Padova – ha esordito la Boselli – è una città fortemente impegnata sui temi della pace, della giustizia sociale e della legalità». Un impegno che, a quanto pare, affonda le sue radici qualche anno addietro, quando, per esempio, già nel 2004 fu approvata  l’intitolazione di una strada a Boris Giuliano. Uno dei tanti piccoli gesti orientati a diffondere il germe della legalità in tutto il territorio e soprattutto tra le nuove generazioni: «anche le nostre scuole da tempo hanno attivato e continuano ad attivare progetti educativi proprio sulla legalità e la lotta alla mafia. Io sono stata Assessore alla Pubblica Istruzione dal ’95 al ’99 e già allora – ci spiega il Consigliere – moltissime scuole erano impegnate in questo genere di progetti. Mi ricordo che all’epoca ospitammo l’allora sindaco di Reggio Calabria». Si tratta di Italo Falcomatà, artefice della cosiddetta “Primavera di Reggio” e più volte minacciato di morte dalle locali cosche della ‘ndrangheta.

L’educazione alla legalità pare ormai essere una pratica ampiamente diffusa negli istituti di formazione padovani. La ragione ce la svela lo stesso Consigliere Boselli: «per la verità anche nelle nostre realtà non possiamo sentirci immuni dalle infiltrazioni della criminalità organizzata. In particolare, da alcune indagini è emersa la presenza del clan dei Casalesi in tutto il padovano: una presenza legata al fenomeno delle ecomafie. Qui da noi c’è un riciclaggio di capitali sporchi che vengono immessi in un’economia pulita. È evidente che questi denari, provenienti da attività illecite, vengono reinvestiti in aree come le nostre: industrializzate e ricche di attività produttive». Ecco spiegata l’esigenza di combattere, anche attraverso la memoria, un fenomeno così preoccupante. Ma perché affidarsi proprio alla memoria? Su questo punto la Boselli è estremamente chiara: «non solo per ricordare chi ha saputo ribellarsi e chi ha pagato con la vita l’impegno politico, ma proprio perché quella figura  possa diventare esempio di buone pratiche anche nel vissuto quotidiano». In quest’ottica la figura di Impastato, così come quella di Giuliano, rappresenta un esempio di coraggio, di impegno civile e di lotta per una società migliore. «Una scelta forte per la nostra città, per ribadire ancora una volta –conclude la Boselli – che Padova sta dalla parte della legalità».

Ma al di là delle parole – certamente preziose – del Consigliere Boselli, è la “galassia internet” a fornirci un quadro completo della faccenda. Tra le innumerevoli notizie che affollano la rete c’è anche quella che riporta le dichiarazioni di Claudio Piron, Assessore al Comune di Padova con deleghe a edilizia scolastica, politiche giovanili e politiche scolastiche ed educative.  «Il protocollo per la prevenzione dei tentativi di infiltrazione mafiosa nel settore degli appalti pubblici firmato tra il Ministro dell’Interno Anna Cancellieri e la Regione Veneto fa capire che l’allarme è alto» afferma Piron in un’intervista, e continua: «… anche alcuni dati diffusi dalla Dia vanno in questo senso: pensiamo ad esempio a quelli relativi all’usura, che con 26 casi denunciati nel 2010 ci pongono al secondo posto tra le regioni italiane, subito dopo la Campania e prima della Sicilia. Il Veneto è oggetto dell’attenzione di gruppi mafiosi, che vi scorgono un terreno adatto per reinvestire il denaro sporco».

Il settore privilegiato per questo reinvestimento è quello delle energie rinnovabili, senza tuttavia trascurare la logistica dei trasporti, la grande distribuzione commerciale, l’import-export e, naturalmente, la gestione dello smaltimento dei rifiuti: mafia, ‘ndrangheta e camorra stanno cambiando il modo di fare business ed anche nel padovano gli interessi dei boss si stanno spostando dall’edilizia alle energie rinnovabili. Anche il Sindaco di Padova Flavio Zanonato invita a mantenere alta la guardia: «La mafia riguarda anche noi padovani e veneti, perché è naturale che provi ad infiltrarsi al Nord per riciclare il denaro ottenuto con la violenza ed il crimine. E’ importantissimo non abbassare mai la guardia e fare prevenzione perché le logiche mafiose non si diffondano». Da alcune inchieste è emerso che l’infiltrazione malavitosa avviene soprattutto attraverso il riciclaggio di denaro sporco all’interno del sistema economico legale. Diffusa è la pratica dell’usura, come ha testimoniato l’inchiesta denominata “Serpe” svolta dalla Direzione distrettuale antimafia di Venezia nell’aprile 2011, che tende a colpire soprattutto imprenditori in difficoltà economiche a cui le banche e le società finanziarie non concedono più credito. In questi casi, persone legate ai clan di cosa nostra siciliana, della camorra campana e della ‘ndrangheta calabrese offrono denaro fresco e contante e praticano l’attività usuraia al fine di impossessarsi delle aziende che faticano a stare sul mercato.

Sul Veneto vi sono poi alcuni dati ufficiali – aggiornati all’agosto 2011 – di cui non si può non tener conto. La regione è 10° in Italia per numero di beni confiscati: 81 beni immobili e 4 aziende; 9° per numero di denunce per estorsione: i casi denunciati nel 2010 sono stati 206; 2° per numero di denunce per usura: i casi denunciati nel 2010 sono stati 26; 5° per quantitativo di cocaina ed eroina sequestrate. Nel 2009 il Veneto era la 2° regione a livello italiano per i sequestri delle medesime sostanze. Le province più interessate al fenomeno sono quelle di Padova, Venezia e Verona. Meritano particolare attenzione, inoltre, i dati relativi ai reati contro la pubblica amministrazione. La corruzione è il primo strumento che i mafiosi utilizzano per infiltrarsi nel settore pubblico e nell’economia: i casi denunciati in Veneto dal 2004 al 2010 sono stati 53: il 10° posto a livello nazionale. Mentre le denunce per truffe ai danni dello Stato per il conseguimento di erogazioni pubbliche sono state, dal 2004 al 2010, ben sono 832: il 2° posto a livello nazionale.

Lo scenario ci dice che l’infiltrazione mafiosa sul territorio è reale e anche il Procuratore antimafia Pietro Grasso invita a non sottovalutare il problema: «La crisi favorisce il sistema mafioso: le imprese oggi non hanno la liquidità necessaria e le banche faticano a prestare denaro. Ecco allora che spuntano i colletti bianchi della mafia pronti a prestare denaro e ad entrare nelle aziende con capitali freschi. Ed ecco il riciclaggio. Il Veneto è sotto il tiro della camorra, più che della mafia siciliana o della ‘ndrangheta calabrese».

Se poi ci limitiamo al ciclo illegale dei rifiuti il Veneto sembra poter fare scuola: segno che i reati ambientali, primo fra tutti il business criminale della «monnezza», riguardano ormai l’intera penisola, da Nord a Sud. Il rapporto 2008 sulle ecomafie presentato da Legambiente ha collocato la Regione Veneto al primo posto sul fronte del riciclaggio dei rifiuti. Ogni anno sparisce nel nulla una montagna di spazzatura alta 2000 metri. «Cosa Nostra – denuncia Legambiente – entra a pieno titolo nella gestione del ciclo dei rifiuti ed emerge la multifunzionalità del clan dei Casalesi, capace di spaziare dal ciclo del cemento a quello dei rifiuti, dall’ agricoltura al racket degli animali».

Del resto già una decina d’anni fa nei documenti ufficiali del Parlamento i Casalesi comparivano come i principali inquinatori dell’economia del centro-nord, sia nel settore dei rifiuti, sia in quello della finanza illegale o del traffico di armi. La presenza massiccia in Emilia Romagna e in Toscana era già, a quel tempo, dato investigativo acquisito. Iniziava ad affacciarsi anche il Veneto. Una delle ultime inchieste che vede i Casalesi presenti in Veneto riguarda proprio il business dei rifiuti. A un imprenditore della provincia di Padova, Franco Caccamo, sono stati sequestrati i capannoni industriali dell’azienda di riciclo di materiale ferroso. Per il Tribunale Caccamo è un prestanome di Cipriano Chianese, l’avvocato di Parete che inventò le ecomafie. Un’altra recente inchiesta della magistratura ha dimostrato che i rifiuti sono diventati fondo stradale della Statale del Santo e della Transpolesana, e che imbottiscono le massicciate della Tav. E ancora, le operazioni Scacco Matto della squadra Mobile di Padova e l’Operazione Manleva dei carabinieri di Este, che hanno azzerato la holding Catapano, e l’arresto  del latitante Nicola Imbriani, specialista in amministrazione di capitali, procacciatore di affari e gestore di imprese edili, braccio destro del boss Giuseppe Polverino, mostrano l’esistenza di un sistema criminogeno ormai collaudato e strettamente connesso al tessuto economico-finanziario del padovano e del Veneto in generale.

A questo punto qualcuno ha cominciato a porsi delle domande più che legittime. Ad esempio l’Assessore Piron si è chiesto, pubblicamente, perché questi malavitosi decidono di rifugiarsi in Veneto: «non vengono qui con la pistola in tasca per sparare, ma per impossessarsi delle nostre aziende in crisi. Ma di quali connivenze godono? Chi sono i complici che li aiutano a riciclare denaro sporco?». Quando il figlio di Totò Riina, lasciato il carcere di Voghera, decise di godere della sua libertà vigilata proprio a Padova, la Lega fece esplodere tutto il suo disappunto: «Noi mandiamo i soldi al sud e loro ci mandano i mafiosi? Facciamo così: noi ci teniamo i nostri soldi e loro si tengano Riina – aveva tuonato l’assessore regionale Roberto Ciambetti – è come se mi chiedessero di portarmi a casa un agente patogeno o delle scorie radioattive». L’antimafia della Lega fa appello alla paura del contagio e, nel caso delle mafie, il ragionamento non fa una piega: si tratta di un fenomeno tipicamente meridionale, importato in Veneto soprattutto a causa del soggiorno obbligato che imponeva a esponenti della criminalità organizzata di risiedere al nord. L’utilizzo di questa immagine deve il suo successo al fatto che scagiona la società locale dalla responsabilità delle penetrazioni mafiose. In realtà Rocco Sciarrone, in uno degli studi più accreditati sull’insediamento delle mafie nei nuovi territori, ha ribaltato totalmente questa logica: «gli invii al soggiorno obbligato dal sud al nord, iniziati nel 1956, non hanno prodotto sostanzialmente fenomeni di crescita della criminalità per quasi un ventennio. Gli effetti di incremento della criminalità organizzata si manifestano soltanto negli anni settanta, quando giungono a maturazione condizioni interne alla società settentrionale in grado di favorirli». E qui, probabilmente, sta il nocciolo della questione: «la migrazione in quanto tale non causa il trapianto delle mafie. […]. Solo quando la migrazione coincide con l’incapacità delle istituzioni pubbliche di governare le trasformazioni economiche si viene a creare una domanda di protezione che può essere soddisfatta da un’organizzazione criminale». Il criminologo Federico Varese segue la medesima traccia: «non dobbiamo guardare solo alle organizzazioni criminali, ma al contesto in cui s’insediano».

Insomma, pare che la criminalità organizzata abbia trovato terreno fertile anche al profondo nord, e che la connivenza e la complicità delle locali strutture politiche e socioeconomiche abbiano avuto buon gioco nel favorire tale penetrazione. Con buona pace dei leghisti.

In un un’Italia sempre più allo sbando, divisa sui temi della politica, dello sviluppo e dell’economia, dilaniata dai fantasmi di un’integrazione fittizia, impantanata nel suo cronico differenziale tra nord e sud, la criminalità organizzata rimane l’unico filo (spinato) in grado di legare lo Stivale da nord a sud. Così la mafia non è più solo cosa nostra, cosa da meridionali. Adesso è cosa di tutti, anche al nord.