‘Ndrangheta, Limido: “manifestazione del 29 febbraio non sia passerella politica per i professionisti dell’antimafia”

Mi auguro che la manifestazione antimafia di mercoledì prossimo, a Lamezia Terme, non sia l’ennesima passerella strumentalizzata da certa politica cittadina, che aspetta ogni occasione per mettersi in vetrina, ma sia un atto di pura solidarietà e di vicinanza verso un sacerdote coraggioso come Don Giacomo Panizza. E’ quanto afferma, in una nota, il segretario regionale de La Destra calabrese, Gabriele Limido.
Dico ciò, perché anche in Calabria sembra che stia prendendo piede quella strana forma di lotta alla mafia fatta solo di slogan e parole d’ordine, vuote e prive di significato, alimentata, per così dire, da certa “intellighenzia” radical chic e da certi professionisti dell’antimafia. Parole e concetti aleatori che, di tanto in tanto, vengono lanciati come fumo negli occhi verso la pubblica opinione, facendo passare il contrasto alla criminalità organizzata più come una sfilata per farsi notare, che come una ferma presa di posizione contro i poteri criminali.
Come in Sicilia, anche in Calabria, si sta affermando quella pseudo cultura dell’antimafia tanto osteggiata dal grande scrittore siciliano Leonardo Sciascia che dalle colonne del “Corriere della Sera” stigmatizzò fortemente il comportamento di alcuni magistrati palermitani del “pool antimafia”, definendoli “eroi della sesta”, i quali a suo parere si erano macchiati di carrierismo, utilizzando la sacrosanta battaglia per la rinascita morale della Sicilia come titolo di merito all’interno del sistema correntizio delle promozioni in magistratura. Erano i “I professionisti dell’antimafia”.
E se in Sicilia erano solo alcuni magistrati a cercare un “posto al sole”, attraverso il professionismo antimafia, in Calabria, per poter far carriera politica, sembra che sia necessario organizzare e partecipare a qualche marcia o a qualche corteo antimafia. Una sorta di “pedigree” di garanzia, una falsa patente di legalità che permette, ai nuovi “camaleonti” e “tromboni” della politica, di mettersi in vetrina e ottenere dei privilegi dalla casta. Forse un seggio in Parlamento, tanto atteso, o qualche rilevante incarico istituzionale.
La lotta alla mafia passa da altre vie e da altre dure ricette. E uomini coraggiosi come Beppe Alfano, Don Pino Puglisi o il nostro giudice di cassazione Antonino Scopelliti hanno pagato con la vita, non certo manifestando in cortei antimafia, la lotta contro la criminalità organizzata.