Morto Renato Dulbecco, premio nobel per la scienza nato a Catanzaro e originario di Tropea

Quasi un secolo di vita interamente dedicata alla scienza (era nato a Catanzaro il 22 febbraio 1914), e quasi tutta negli Stati Uniti, con una brillante e inaspettata parentesi, la conduzione del Festival di Sanremo nel 1999 con Fabio Fazio. E’ stata una vita lunghissima e piena di successi quella di Renato Dulbecco, biologo, medico e genetista, premio Nobel per la medicina nel 1975. Una carriera iniziata 80 anni fa: nel 1930 Dulbecco si iscrisse alla facolta’ di medicina dell’Universita’ di Torino (benche’ amasse la fisica), e gia’ dal secondo anno, grazie ai brillanti risultati ottenuti, fu ammesso come interno all’Istituto di Anatomia di Giuseppe Levi, personalita’ in vista nell’ambito medico e biologico. Qui, dove si occupava prevalentemente di biologia, ebbe modo di conoscere Salvador Luria e Rita Levi Montalcini, che divenne un’ottima compagna di lavoro e con la quale instauro’ una profonda amicizia che coltivo’ anche in seguito. Si laureo’ a soli 22 anni, nel 1936. Decisivo fu l’incontro con Salvador Luria, che aveva gia’ avuto modo di conoscere, essendo stato anch’egli studente a Torino e interno dell’istituto di Levi. Luria si occupava a quel tempo dei virus (biologia) che infettano i batteri (batteriofagi), e utilizzava come Dulbecco le radiazioni; data la comunanza di interessi, gli offri’ la possibilita’ di lavorare nel suo laboratorio a Bloomington, nell’Indiana (USA), dove collaboravano gia’ personalita’ di spicco della comunita’ scientifica. Nell’autunno del 1947 si trasferi’ negli Stati Uniti, a Bloomington (Indiana). Nel 1949 Max Delbruck, padre della genetica moderna, gli offri’ un posto di lavoro al California Institute of Technology di Pasadena, piu’ noto come Caltech, uno dei piu’ importanti laboratori scientifici del mondo. La grande occasione, quella che spiano’ la strada alle nuove frontiere della ricerca biologica, fu lo studio del virus responsabile dell’Herpes zoster, meglio noto come “fuoco di Sant’Antonio”. Un’altra conquista, sopraggiunse poco tempo dopo, nel 1955, quando il futuro Nobel riusci’ ad identificare un mutante del virus della poliomelite, malattia estremamente temuta, che fu utilizzato da Albert Sabin per preparare un vaccino. L’interesse per i virus, si fece sempre piu’ specifico, fin quando sfocio’ in uno studio del tutto nuovo, riguardante i virus che rendono le cellule cancerose, ovvero capaci di moltiplicarsi incessantemente. L’idea di fondo fu quella di studiare la genesi di un cancro, dovuto, come era gia’ noto, ad un’alterazione genetica, all’interno di queste piccole entita’ biologiche costituite da pochi geni, a differenza delle cellule animali. Finalmente nel 1968 sopraggiunsero i risultati tanto attesi: “Per indagare l’azione dei geni di questi virus pensai che bisognava prima di tutto capire che cosa ne accadesse all’interno delle cellule rese tumorali [?]. Si supponeva che il virus entrasse nelle cellule, ne alterasse i geni e poi scomparisse, comportandosi come un pirata della strada che investe un pedone ferendolo e poi scappa abbandonando il luogo dell’incidente”. L’elemento inedito fu l’individuazione di una sostanza, chiamata antigene T (tumorale), assente nelle cellule “sane” dell’organismo, ma presente sia in quelle infettate che in quelle uccise dal virus. Non se ne conosceva la natura ma era sufficiente per indurre a pensare che qualcosa del virus restasse nella cellula bersaglio; cio’ a cui si miro’ allora fu l’identificazione di tale sostanza. L’esito fu chiaro, si trattava di DNA virale che si unisce chimicamente a quello della cellula, diventando parte integrante del suo materiale genetico. La scoperta fu clamorosa perche’ a questo punto fu semplice dedurre che i geni virali definiti “oncogeni” attivassero quelli cellulari necessari alla moltiplicazione cellulare facendola proseguire incessantemente. La scoperta gli frutto’ il premio piu’ ambito, il Nobel. Gli ultimi decenni sono dedicati al Progetto Genoma: l’obiettivo di identificare tutti i geni delle cellule umane e il loro ruolo, in modo da comprendere e combattere concretamente lo sviluppo del cancro. Infine, nel 1999, l’ultimo guizzo, con l’ironia e l’inteligenza tipica del grande scienziato: accetta di presentare Sanremo con Fabio Fazio e Laetitia Casta, diventando rapidamente, con il suo sorriso fanciullesco e l’inconfondibile parlata italo-americana un idolo dell’Ariston.