“Intanto è morto Vincenzo Consolo”, e tanto basta

da http://www.ilcarrettinodelleidee.com/- Manca qualche minuto all’inizio della conferenza, squilla il telefono. Chiudo la chiamata. Non si comincia ancora, comunicano che inizieremo fra un quarto d’ora. Squilla di nuovo, controllo: è Dino. Stavolta chiude dopo un paio di squilli, non faccio in tempo a rispondere. Richiama subito, però, e riesco a rispondere.

“Allora: intanto è morto Vincenzo Consolo”.

Non aggiunge altro. Quell’intanto è perentorio.

Solo un’altra volta aveva chiamato con quel tono. Pietrate, non parole. Quella volta mi comunicava che Bertolaso parlava di “colpa” dei messinesi in merito alle alluvioni. Stavolta, però, non c’è rabbia. Dino è amaro, pare che piova di notte, senza luce.

Non dice altro, mi chiede di scrivere dello scrittore. Non ritengo di essere la persona giusta: ho chiacchierato qualche mese addietro con Vincenzo Consolo, discutendo di politica, raccogliendo impressioni taglienti ma equilibrate. Lì per lì rifiuto. Dino, però, insiste. Vuole una cosa che in gergo giornalistico ha un nome terribile, “coccodrillo”. Parlando in una redazione il suono del termine “coccodrillo” appare vuoto, ma in questo caso, dentro la bocca di Dino e alla luce della persona a cui il pezzo dovrà riferirsi, il suono appare quasi volgare.

Accetto, ma ad una condizione. Voglio qualcosa anche da Dino: ricordi, impressioni. So quanto Consolo fosse importante per lui. So che l’associazione “Di qua dal faro”, che Dino fondò nel 2004, porta nell’anima la penna dello scrittore appena scomparso, come testimonia il nome della stessa. “Insula quem triquedra tellus gessit in oris” recita la frase, a memoria di Terenzio, incisa su una targa ricavata da un ulivo di Sant’Agata di Militello, targa consegnata a Consolo nel 2009 in qualità di socio onorario.

Dino mi dice di sì. Accetta di staccare un ricordo dalla sua memoria, e racconta dell’appuntamento a casa di Consolo in Sicilia, in quella Sant’Agata che ospitava l’ulivo della targa. Parla dell’imbarazzo sparito come un colpo di tosse, del salotto dentro il quale viene accolto, dei molti quadri, perlopiù incisioni di Bruno Caruso, che lo colpiscono. Ricorda una traccia dei discorsi affrontati, accumunati dalla conoscenza e dalla ricerca di storia patria, dalle condivisioni di luoghi e memorie. È colpito, Dino, dal fatto che mai il dialogo scada in quel rischio che definisce “valenza nostalgica”. Niente recriminazioni, di nessun titolo: solo apprezzamenti e progetti comuni e non, condivisi o meno. Da lì parte un rapporto più approfondito, che chiama “nuova fase di conoscenza”. Mi racconta delle telefonate a Milano, da non fare mai durante le messe in onda di “Blob”, su Raitre: è un assiduo frequentare di quell’unicum televisivo ideato da Giorgio Ghezzi, Consolo, dal quale riesce ad estrapolare il vero andamento sociale e politico della nazione. C’è anche una chiacchierata, fra gli incontri faccia a faccia, ripresa da una telecamera e mai usata ai fini giornalistici. La vedo, Dino l’ha caricata online: Consolo, seduto su un divano, vestito di scuro, è gigantesco. Analizza il presente con gli occhi di un ricercatore sociale fresco di laurea, con la forza visiva di un ventenne. Parla di “infinito presente” ricordando quanto sia preziosa la memoria e quanto siano enormi i rischi che corre una società bombardata dai messaggi dei sempre più moderni e veloci mezzi di comunicazione di massa. Racconta come con i suoi libri abbia cercato di nutrire la memoria e le coscienze, e a vederlo raccontare si percepisce una fatica che pochi possono dire di aver vissuto dentro i propri occhi, sul proprio inchiostro. Parlando di esperienze personali tira fuori diversi episodi della sua vita, diversi incontri. I viaggi. L’arrivo a Milano, dove adesso, al culmine di una lunga malattia, ha finito i suoi giorni. Dino mi dice che ha saputo della malattia lo scorso anno, dalla moglie, che gli ha confidato della fatica dello scrittore anche a tenere i contatti esterni, cosa che gli procura un profondo rattristamento. Decide quindi di non far cenno della malattia, e diminuisce le telefonate. Una delle ultime conversazione serve a registrare un appello che lo scrittore gli consegna in favore della risoluzione dei lavori al teatro parrocchiale di Giostra, a Messina: si tratta di una zona ad alta densità delinquenziale e il teatro, che si trova nell’area dell’oratorio salesiano, servirebbe a fornire ai ragazzi e alle loro famiglie un sano luogo di aggregazione. Consolo consegna queste parole: “Le autorità statali, regionali, provinciali e comunali hanno il dovere di ridare al quartiere di Giostra di Messina il teatro dei Salesiani, isola d’approdo e di salvezza dei ragazzi in quel quartiere di baracche, di degrado e di delinquenza. Tutti noi abbiamo il dovere di ridare al quartiere di Giostra quel centro di aggregazione per i ragazzi, che è sopratutto centro di speranza per un futuro loro di luce, di dignità umana, di Civiltà”. Consegnandomi queste parole Dino mi ricorda quanto siano importanti per Messina, che si trova improvvisamente custode di un testamento spirituale dal peso sociale enorme.

Io, che ho promesso di scrivere al più presto qualcosa che ricordi Vincenzo Consolo, mi chiedo come possa fare a non cadere nelle banalità del racconto di una vita da scrittore, di una carriera letteraria cresciuta sulla scia di Verga, Capuana, De Roberto. Del rapporto con Sciascia. Mi piacerebbe raccontare delle lezioni universitarie, al monastero dei benedettini di Catania, lezioni che indugiavano spesso su testi come “Le pietre di Pantalica” o “Nottetempo casa per casa”. Troppa retorica. Non c’è niente che mi piaccia fra quello che mi viene in mente. Continuo a non ritenermi adatto. Vado sul web e leggo i commiati del sindaco di Milano, Pisapia, di Leoluca Orlando, di Rita Borsellino. Parlano di una grandissima perdita per l’Italia e la Sicilia, dell’importanza di una pesantissima eredità storica e culturale. Vorrei chiamare Orlando, ma mi sembra superfluo. Ho l’impressione che le parole di Dino siano le più autentiche. Continua a tornarmi in testa quella frase, “intanto è morto Vincenzo Consolo”. Ho come l’impressione che dovrei scrivere che sarebbe meglio chiedere a tutti di fermarsi, chiedere alla Sicilia di fermare la corsa alla flagellazione di questi giorni. Di urlare fuori dalla finestra “basta! State a sentire: intanto è morto Vincenzo Consolo!”.

Mi chiamano, devo parlare di inquinamento elettromagnetico. Mi viene in mente il discorso sull’“infinito presente” dello scrittore scomparso, e vorrei farne cenno. Desisto, ma prima di cominciare do la notizia: “Intanto è morto Vincenzo Consolo”. Di fronte a me rimangono in silenzio.