“In Tunisia internet è servito a poco”, parola di blogger

Nel web 2.0 le parole d’ordine sono “partecipazione” e “coinvolgimento”. Due concetti tanto carichi di speranza, quanto a volte dannosi. Altre inutili. E’ il caso della Tunisia, paese interessato recentemente da stravolgimenti politici e sociali, in cui si è gridato alla rivoluzione tra i 140 caratteri di un social network; in cui si è creduto nella magia di Internet, come non-luogo di creazione della realtà. Se apriamo un attimo gli occhi, possiamo vedere che non è tutto oro quello che luccica.

”Oggi in Tunisia, dopo la rivoluzione, Internet è rimasto solo un luogo di dibattito per pochi, ma non è stato usato nella campagna elettorale, perché la maggior parte della popolazione non usa il computer e non vede la televisione. Per questo il partito islamico è riuscito a vincere le elezioni: essendo ben organizzato ha potuto contattare direttamente la gente”, queste le parole di Slim Amamou, famoso blogger tunisino molto attivo contro il regime di Ben Ali e coinvolto nella Primavera araba. L’ex sottosegretario alla Gioventù e allo Sport del governo tunisino di transizione ha parlato oggi a Trento, in occasione dell’Internet Governance Forum 2011 tenutosi alle Gallerie di Piedicastello e che rimarrà aperto fino a domani. Amamou, che ha combattuto contro la censura che divora la libertà di informazione nei paesi arabi e che è stato anche arrestato per le sue proteste, ha voluto aggiungere: ”I leader dei partiti democratici non hanno fatto niente per cambiare, per arrivare a un’Assemblea Costituente che potesse ribaltare la democrazia per renderla più diretta e meno rappresentativa. Si sono invece accontentati di negoziare con gli islamici i seggi del potere. Non so cosa accadrà in futuro, certo peggio di Ben Ali non sarà possibile, ma c’è bisogno di uno slancio di molti per cambiare il sistema di governo ”.

I blog, che durante la cosiddetta Primavera araba hanno rappresentato lo spazio (virtuale) di espressione delle insofferenze e dei propositi della popolazione tunisina, si pongono come strumento di visibilità per quelle opinioni che vengono continuamente oscurate dai media tradizionali. Si poteva auspicare ad un nuovo corso basato su una modalità di espressione più libera, che avrebbe alimentato un incremento dell’uso della rete assegnandole un nuovo ruolo: quello di costruzione di un’opinione pubblica a favore del cambiamento politico. Un governo voluto anche da una cittadinanza, quasi, partecipativa.

Amamou dichiara: ”Negli altri Paesi arabi, come la Libia  la situazione è peggiore: qui hanno preso il potere i fondamentalisti e la partecipazione della gente comune non è stata così imponente come in Paesi quali Egitto e Tunisia. In Yemen e Siria purtroppo gli integralisti fanno propaganda anche tramite Internet, dando un’informazione distorta pur di avere il maggior consenso possibile e strumentalizzare l’onda di cambiamento. E gli Emirati arabi utilizzano la religione come strumento di potere”. Internet, arma a doppio taglio: se in un primo momento ha rappresentato la possibile via d’uscita da un regime governativo oltre il limite della sopportazione, ora è tornato ad essere strumento in mano di pochi, forse i più addomesticati all’informatica, o addirittura a essere strumento di nuovi estremismi. Restano ancora le differenze tra chi ha diritto e possibilità di poter usare il web o di raggirarlo, e chi, la maggior parte dei gruppi sociali di solito, ne rimane fuori impotente.

Quando il digital divide significa accesso vietato alla democrazia, online.