Alluvione Genova; Reggio e Messina aprano gli occhi sulla “bomba torrenti”

Quanto accaduto su Genova un domani si potrebbe verificare anche in riva allo stretto, seguendo i tragici precedenti del 25 Ottobre 2007 e di quel maledetto 1 Ottobre 2009, che cagionò la morte di 37 persone tra la frazione di Giampilieri e il comune di Scaletta Zanclea. Per questo consigliamo ai politici e agli amministratori locali di fare una accurata riflessione al fine di prevenire al meglio l’insorgere di questi fenomeni meteorologici estremi, destinati a ripetersi con una maggiore frequenza negli anni avvenire. Come sappiamo, dal punto di vista morfologico, la città di Genova presenta vistose analogie con la conformazione orografica che contorna Messina e Reggio Calabria. Entrambi le città, cosi come il capoluogo ligure, si affacciano sul mare e sorgono su un territorio molto aspro, con alle spalle imponenti massicci montuosi (l’Aspromonte e i Peloritani), con ampi declivi che in appena 2-3 chilometri di distanza, verso l’interno, raggiungono e superano i 1000 metri di altezza. Questo assetto geomorfologico rende le due principali città metropolitane dello stretto particolarmente avvezze agli eventi alluvionali (cosi come Genova) che ciclicamente flagellano i territori fra Scilla e Cariddi. La lunga storia millenaria di queste città ci  ha raccontato diversi eventi alluvionali devastanti, in grado di provocare profondi mutamenti ambientali e paesaggistici nel territorio. Solo fra il 1700 e gli inizi del 1900 si sono contante decine e decine di alluvioni che hanno provocato centinaia di morti, specie lungo le zone ioniche del reggino e del messinese, dove interi paesi sono rimasti disabitati per decenni, a causa dell’incombente rischio di frane, smottamenti e colate di fango. A Messina, tanto per fare un esempio, nella fine del 1700, per evitare le continue esondazioni del torrente Portalegni che passava proprio per il centro della città (sotto piazza Duomo e l’attuale Palazzo dell’INPS), si è deciso di cambiare artificialmente il corso del torrente, rintanandolo al di fuori delle mure della vecchia città (l’attuale via Tommaso Cannizzaro fino alla foce in via Don Blasco). La deviazione del bacino idrografico si rilevò però un autentico fallimento visto che il torrente ha mantenuto il proprio letto originario un paio di metri sotto terra. Fenomeni alluvionali cosi estremi non possono essere considerati cosi rari, anzi, la storia ci insegna che nel passato si è visto di peggio.

La scia di morte e distruzione lasciata dalla frana killer che il 1 Ottobre 2009 travolse l'abitato di Giampilieri

Se la stessa quantità d’acqua registrata a Genova, parliamo di ben 400-500 mm di pioggia,  fosse caduta fra le alture aspromontane e il versante orientale dei monti Peloritani, ci trovavamo a parlare di una tragedia di grosse proporzioni, con decine di morti, dispersi e danni incalcolabili ad infrastrutture e abitazioni. Gli impluvi si sarebbero riempiti di una enorme quantità di materiale detritico, acqua e fango pronto a scendere (per effetto gravitativo) a gran velocità, come una grossa ondata, sui sobborghi collinari delle due città dello stretto, trascinando a valle qualsiasi ostacolo incontrato. Considerando che la stragrande maggioranza dei torrenti, considerati da molti cittadini delle semplici “fiumarelle” utili per edificazioni e discariche abusive a cielo aperto (spesso di inerti e quant’altro), rimangono in uno stato di totale abbandono (una terra di nessuno), i rischi del dissesto idrogeologico vengono ulteriormente accresciuti. Alle volte proprio il materiale di risulta versato sul letto dei torrenti funge da blocco al deflusso delle acque, favorendo la naturale uscita dagli argini. Bisogna poi tenere presente che molti torrenti sono stati interamente coperti per la costruzione di grandi arterie stradali (strade di taglio) che passano nel cuore dei centri abitati. Se non vengono effettuate delle manutenzioni stagionali e degli interventi di pulizia fino alla foce queste fiumare, in caso di forti precipitazioni temporalesche concentrate in poche ore,  si possono trasformare in vere e proprie bombe ad orologeria, pronte ad esplodere in ogni momento, senza alcun margine di preavviso.  Se a ciò sommiamo l’effetto “tappo” alla foce, indotto dalle mareggiate in azione lungo il litorale (questa situazione capita frequentemente, specie sulla costa messinese in presenza di impetuosi flussi sciroccali) che fanno da “muro” all’onda di piena che scende dai torrenti, gli allagamenti sono serviti su un piatto d’argento. Eppure per limitare i danni e i disagi basterebbero degli interventi ordinari di pulizia e costante monitoraggio dei principali corsi d’acqua che versano in uno stato a dir poco pietoso. Dovremo attendere una nuova alluvione lampo per decidere di intervenire ?